Politica
Trump: “Un’intera civiltà scomparirà questa notte…”. Poi una tregua
Due settimane, il tempo del cessate il fuoco annunciato tra gli Stati Uniti e Israele, da una parte, e l’Iran dall’altra: una svolta cui si è giunti, con la mediazione del Pakistan, dopo che Trump aveva lanciato la minaccia di un’escalation maggiore. La posta in gioco, come sappiamo, non è più solo quella dei famosi depositi contenenti uranio arricchito nel sottosuolo iraniano, ma la ripresa della navigazione nello stretto di Hormuz, al fine di evitare la crisi energetica mondiale.
Staremo a vedere ciò che avverrà nei prossimi giorni di ulteriori trattative. Però intanto qualcosa ci è già chiaro: optiamo per una diagnosi di grave disturbo narcisistico della personalità riguardo al presidente degli Stati Uniti.
Esternazioni logorroiche e contradditorie, parole in libertà al di fuori di ogni logica (per esempio: “Potrei candidarmi alla presidenza del Venezuela…”), sono i sintomi di un disordine mentale.
Ultima trovata, quella dell’intera civiltà che sarebbe scomparsa in una notte. Ma si dà il caso che, anche distruggendone i ponti e le infrastrutture, le antiche civiltà non si cancellano.
La frase era dunque truculenta, al limite dell’hitlerismo conclamato, e tuttavia priva di senso. Hitler spediva i suoi uomini a conquistare e a morire, Trump non può farlo.
Non può invadere l’Iran, può soltanto colpirlo dall’alto; diversamente, si troverebbe a perdere troppi soldati e finirebbe in un nuovo Vietnam (il che non toglie che azioni circoscritte di terra siano possibili, ma bisognerebbe vedere con quante probabilità di successo). Del resto, poi, perfino un attacco atomico non distrugge una civiltà: il Giappone è ancora lì dopo Hiroshima.
Ciò detto, non Trump ma gli occidentali in genere sono lontani dall’avere capito l’islamismo politico e, in particolare, la sua versione sciita iraniana. Nella sua ideologia c’è un contenuto fortemente sacrificale: lo dimostra la proposta di proteggere le infrastrutture formando un enorme catena umana.
E non è vero che il regime sia ormai privo di una base di consenso. Questo si è certamente assottigliato, nel corso degli anni e nel succedersi delle sanguinose repressioni; ma su una popolazione di novanta milioni di persone, si calcola che almeno una ventina sostenga ancora il regime.
Una guerra, d’altronde, non fa che accrescere il consenso verso qualsiasi governo, per via del riflesso nazionalistico che induce. Infine, la Repubblica islamica non è una dittatura come un’altra.
La cosa più imbecille che Trump abbia potuto credere, da quando si è imbarcato in quest’avventura, è che potesse trattarsi di un secondo Venezuela. Qua un tipico caudillo sudamericano è stato rapito per essere processato negli Stati Uniti, sostituendolo con una dirigente collaborazionista; là non è stato sufficiente fare fuori Khamenei, nel primo giorno di guerra, per avere un cambio di regime.
La ragione è presto detta: il sistema politico teocratico (che non ha nulla a che fare con quella “teologia politica” secolarizzata cui di solito ci si riferisce citando Carl Schmitt) è formato da una pluralità di centri di potere. Quelli che comandano, oggi, sono i “guardiani della rivoluzione”, i pasdaran, che infatti hanno imposto la scelta di una “guida suprema” in continuità con Khamenei, ossia suo figlio, puntando probabilmente sul fatto che non conta granché perché rimasto ferito nei primi bombardamenti.
Il regime è adesso meno teocratico, cioè diretto da religiosi, di quanto non sia militare. Non un risultato di cui andare fieri, se commisurato alla voglia di libertà di quei non pochi che alcuni mesi fa ne sfidarono il potere, pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane.
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