Politica
Contro il capitalismo feudale c’è bisogno di trovare strade nuove
Che cosa altro deve accadere sotto i nostri occhi per capire che non siamo più di fronte ad un semplice inciampo? Di quale altro segnale abbiamo bisogno per prendere atto che si è esaurita la spinta propulsiva delle rivoluzioni borghesi, repubblicane e liberali di oltre due secoli fa?
Guardatevi intorno senza coprire gli occhi. Negli ultimi decenni, con uno scivolamento progressivo, gli strumenti, i valori, la stessa ideologia della democrazia liberale sono stati svuotati.
A farlo è stata la combinazione esplosiva tra la svolta iperliberista del capitalismo e la rivoluzione tecnologica che ha già cambiato il nostro modo di vivere. Altro che libero mercato.
Anche se non ci piace, oggi ci scopriamo immersi in un mondo nuovo, dove vige il monopolio della ricchezza e della forza: diverso è il modo di produrre, diversa la composizione sociale, diversi i rapporti di potere rispetto alla seconda metà del Novecento. È diverso perfino il modo di pensare al senso del proprio posto nella società, perché neppure il lavoro, quando c’è, ha lo stesso valore di prima.
Per i baby boomer nati negli anni Cinquanta e Sessanta, così come per i loro padri e nonni, il lavoro era uno strumento per dare dignità alla propria vita. I giovani oggi hanno un atteggiamento a dir poco disincantato.
Donald Trump, come si è detto, non è stato e non è il motore di questo cambiamento: lui è solo il catalizzatore delle novità, l’uomo che ha tolto il velo che copriva la realtà. Donald Trump è colui che si è trovato nelle condizioni di poter rivelare senza più remore la prepotenza del suo popolo, quello dei più forti, la bulimia del suo popolo, quello dei supermiliardari, l’insofferenza del suo popolo, gli eletti, nei confronti delle regole che devono valere per tutti gli altri, coloro che non navigano nello stesso brodo fatto di affari, potere, riconoscimento tra pari.
I fatti lo dimostrano in modo inequivocabile. Il presidente degli Stati Uniti parla di ordine pubblico fuori controllo (senza averne davvero motivo) e con questa scusa fa schierare l’esercito nelle principali città del paese, a cominciare da Washington, la capitale federale.
I suoi desideri e le sue idee vengono considerati dal suo governo e dalla maggioranza del Parlamento statunitense giusti per definizione (o per paura e convenienza): per questo Trump si permette di abbattere ogni limite, ogni tentativo di bilanciamento, che sia rappresentato dalla magistratura o dalla stampa, dalle leggi o dalla scienza. Di fatto, Trump è diventato un sovrano assoluto: inzeppa il Pentagono e i servizi di sicurezza di amici fedeli, capaci di perseguire gli avversari politici del loro padrone (vedi la perquisizione fatta da agenti FBI a casa di John Bolton, ex consigliere della sicurezza nazionale dello stesso Trump, oggi critico verso il presidente); si vendica senza ritegno di coloro che nei suoi confronti hanno fatto applicare le regole .
Basti pensare all’incriminazione di James Comey e di Letitia James, rispettivamente ex direttore del Fbi e Procuratrice generale di New York, rei di aver fatto indagini su Trump. Il presidente abbatte ogni barriera di autonomia della banca centrale per usare dollaro e tassi di interesse a suo piacimento; sfrutta la Casa Bianca per arricchire sé stesso e gli amici; mette i propri familiari a gestire cariche pubbliche delicatissime; lavora sotto banco per cambiare a proprio favore le regole elettorali; bandisce ogni tentativo di frenare il cambiamento climatico perché per un altro po’ di anni vuole che si facciano affari e dollari con l’estrazione e la vendita di gas e petrolio, sicuro che poi sarà lui stesso o i suoi discendenti a imporci che cosa dovremo fare noi dopo, di fronte al disastro.
Senza contare l’uso della forza sul piano internazionale, il picconamento di tutte le organizzazioni internazionali, il ricatto ad amici e nemici per imporre dazi e non pagar tasse, o la prepotenza nei rapporti con i leader dei paesi più deboli. Fino alla concezione religiosa, secondo la quale i ricchi sono benedetti da Dio e chi arriva al potere lo possiede per una missione sacra voluta dall’alto.
Non vi possono essere dubbi: siamo sicuramente di fronte ad una svolta autoritaria e all’instaurazione di un sistema oligarchico. Elon Musk, Peter Thiel, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, tanto per citare alcuni dei supermiliardari della tecnologia statunitensi ai quali si è accennato nelle pagine precedenti, non si comportano in modo diverso da Trump nel proprio ambito e nutrono idee analoghe a quelle del presidente.
Né si può dire diversamente di molti altri privilegiati nel mondo, italiani compresi. Ma non basta.
Tutti costoro pensano a sé stessi come pensavano a sé stessi principi, duchi e marchesi dell’ancien régime. Sono convinti di essere e di meritare di essere superiori: lo considerano un fatto naturale.
Ed è proprio questo il punto decisivo. Nei fatti non esiste più un interesse comune.
È svanita l’idea di diritti uguali per tutti. Resta scritta a lettere di fuoco nelle dichiarazioni, nelle intenzioni, nei valori delle diverse Costituzioni repubblicane e nella testa di tutti coloro che sono rimasti amanti della democrazia.
Ma nella pratica non c’è più. Non c’è più nella testa dei potenti.
E non solo in quella dei potenti: tra le persone comuni ormai ce ne sono molte, perfino nei paesi di più antica democrazia, che non ci credono più. Anzi, cominciano a pensare che a difenderli davvero possa essere proprio uno di quei potenti che li guarda dall’alto, perché ha capacità, forza, relazioni.
Non credono più nelle regole democratiche uguali per tutti e dunque si trasformano in clientes, come nell’antica Roma, votando il più promettente dei ricchi, il più forte dei potenti, proprio come hanno fatto i lavoratori poveri statunitensi sostenendo Trump. Una nuova ideologia sta avanzando, insomma.
Non ha ancora preso il posto di quella liberaldemocratica, ma la insidia da vicino. E già si sta preparando, come si è detto nei capitoli precedenti, un altro salto di qualità.
Come nei secoli passati, ecco la rima della storia, la immensa ricchezza accumulata dai pochi sta per passare nelle mani degli eredi. Costoro non hanno prodotto alcuna ricchezza, non hanno impugnato nelle proprie mani la spada per una battaglia di potere, possono vantare solo la propria discendenza di sangue.
Eppure, molti di loro già pensano di avere diritti diversi da quelli di tutto il resto dell’umanità: pensano di essere diversi, nobili per diritto naturale, pretendono di non pagar tasse per i servizi collettivi o per sostenere la qualità della vita dei meno abbienti (al massimo fanno elemosina, buone e nobili azioni); pensano di non avere le stesse regole e gli stessi limiti riservati agli altri e di avere in sostanza un solo, esclusivo problema: garantire il proprio sostegno a coloro che, venendo dal loro stesso gruppo, avranno nelle proprie mani il potere politico sotto una qualsiasi bandiera nazionale, ottenendone la protezione e la benevolenza. Ecco, adesso che abbiamo messo in fila fatti, idee e prospettive, è il momento di riprendere in mano la Costituzione degli Stati Uniti pubblicata il 4 marzo del 1789, la dichiarazione dell’Assemblea nazionale francese del 4 agosto 1789 in cui furono aboliti i diritti feudali, i privilegi fiscali e i diritti signorili o la Dichiarazione universale dei diritti umani, sancita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite venerdì 10 dicembre del 1948: i risultati di oltre due secoli di battaglie, di lavoro, di sacrifici sono in bilico nel nuovo mondo.
Il capitalismo senza regole e la rivoluzione della tecnologia ci stanno portando di nuovo in un mondo dove una manciata di donne e uomini privilegiati si spartiscono e si tramandano ricchezza e potere. Un mondo dove le persone comuni devono solo lavorare sodo senza troppi grilli per la testa perché le società devono fare utili e distribuire dividendi (cioè rendita) ogni tre mesi, devono pagare le tasse per tenere in piedi lo Stato e, se necessario, sostenere pure le guerre, devono rispettare rigorosamente l’ordine pubblico e mettere la sordina alle proteste.
Non vi piace questo mondo nuovo che somiglia tanto a quello antico? Beh, nulla resta immutato per sempre.
Cambiare si può. Diverse generazioni hanno faticato e anche versato il proprio sangue perché si abolisse il feudalesimo e si arrivasse, passo dopo passo, al trionfo della democrazia.
Non ci sono riuscite in un giorno, naturalmente, così come quel che sta accadendo ora non è cominciato ieri mattina. Ma cambiare si può.
Non è questa la sede per parlare di progetti di azione politica, in un senso o in un altro. L’obiettivo di questo libriccino è di far prendere coscienza di ciò che è accaduto e che potrebbe ancora accadere.
E già non è poco. Due cose però sono assolutamente certe.
La prima: non sono mai bastate le parole e le buone intenzioni per ottenere un cambiamento sociale e politico. Quindi, o si accetta quel che c’è o, se si vuole cambiare, bisogna metterci faccia, fatica, pazienza e magari rischiare di rimetterci pure qualcosa senza vedere subito i risultati per i quali ci si batte (i nuovi nobili hanno denti affilati e sanno difendere il proprio potere come quelli di un tempo).
La seconda: chiunque volesse imprimere una diversa direzione alla storia prossima ventura non può pretendere di farlo con gli stessi, identici strumenti politici e sociali della seconda metà del Novecento. Quella era un’altra società.
Quel mondo non c’è più. I valori di fondo possono essere gli stessi, ma le vie da percorrere per arrivarci non possono che essere diverse.
E trovarle è sicuramente una sfida di non poco conto. Il testo che pubblichiamo è tratto dalle Conclusioni del libro di Roberto Seghetti “Capitalismo feudale.
Come liberismo e tecnocrazia hanno riportato indietro le lancette della storia” (Editori Laterza) L'articolo Contro il capitalismo feudale c’è bisogno di trovare strade nuove proviene da Strisciarossa.