Cultura
Cinepanettoni: la felicità natalizia come prodotto culturale
È Natale, un periodo dell'anno in cui la gioia incontra il consumismo, un periodo dell'anno in cui tutto sembra fermarsi, mentre il mercato vive il suo momento migliore. Qualche giorno fa ho guardato una puntata del podcast Tintoria con ospite il giornalista Giovanni Floris, il quale ha analizzato il fenomeno decennale dei cinepanettoni.
Il suo discorso, anche se in un contesto informale, ha fatto luce su alcuni argomenti fondamentali per la comprensione della nostra società e di come si è evoluta culturalmente. Oggi forse è il giorno migliore per analizzare uno dei casi cinematografici più popolari nel contesto italiano: i cinepanettoni.
Cinepanettoni, la parodia di un reale già presente I cinepanettoni nascono all’interno di un rituale preciso: il Natale come tempo sospeso, spazio legittimato dell’eccesso, della trasgressione temporanea e del consumo spensierato. In questo contesto, i primi cinepanettoni funzionano come parodie di un modello sociale riconoscibile ma ancora percepito come caricaturale.
L’Italia che mettono in scena — maschilista, volgare, ossessionata dal denaro e dal corpo — è un’Italia deformata, spinta oltre il limite del verosimile. È proprio questa distanza a generare la comicità.
Come sostiene Linda Hutcheon, la parodia è una “ripetizione con distanza critica”: si ride perché ciò che si vede è simile alla realtà, ma abbastanza eccessivo da permettere allo spettatore di sentirsi altro, migliore, estraneo. Anche il riferimento al grottesco carnevalesco di Michail Bachtin è evidente: il corpo esibito, il linguaggio basso, la sospensione delle regole morali funzionano come un rovesciamento temporaneo dell’ordine sociale.
Il cinepanettone, in questa fase, non celebra quel mondo: lo espone, lo rende ridicolo, lo confina nello spazio protetto della festa. Quando la satira perde il bersaglio: dalla caricatura alla norma Col passare degli anni, però, il contesto culturale cambia.
I modelli messi in scena dai cinepanettoni non restano più confinati alla finzione, ma vengono progressivamente normalizzati nella vita quotidiana, nella televisione, nella pubblicità, nel linguaggio pubblico. Qui la parodia inizia a perdere efficacia, perché viene meno la distanza critica che la rendeva tale.
Pierre Bourdieu parlerebbe di trasformazione dell’habitus: ciò che prima appariva come deviazione comica diventa comportamento diffuso, socialmente accettato. Il cinepanettone non è più uno sguardo deformante sulla realtà, ma uno dei dispositivi che contribuiscono a renderla tale.
In questo senso, il genere incarna perfettamente quanto descritto da Guy Debord nella Società dello spettacolo: le immagini non si limitano a rappresentare il mondo, ma lo producono, lo legittimano, lo rendono desiderabile. La satira smette di colpire il potere simbolico perché finisce per coincidere con esso.
Non si ride più “di” un modello, ma “con” quel modello. Lo specchio compiaciuto: il grottesco senza sovversione È a questo punto che i cinepanettoni smettono di essere realmente comici e diventano qualcosa di più inquietante: uno specchio compiaciuto di una società che si riconosce e si approva.
Il grottesco non produce più scarto, ma adesione. Jean Baudrillard parlerebbe di simulacro: una rappresentazione che non rimanda più a un originale reale, ma a un’immagine già interiorizzata e accettata.
I personaggi non sono più eccessivi rispetto allo spettatore, ma perfettamente allineati ai suoi desideri e alle sue fantasie. La risata diventa narcisistica, autoreferenziale, priva di attrito.
Anche il carnevale di Bachtin perde la sua funzione liberatoria: non sovverte l’ordine, non lo mette in crisi, ma lo rafforza attraverso la reiterazione. Il cinepanettone non disturba più, non provoca, non mette in imbarazzo.
Si limita a confermare un immaginario dominante, rendendolo familiare e rassicurante, soprattutto nel contesto natalizio, ormai completamente assorbito dalla logica del consumo. Un genere esaurito, un immaginario rimasto Oggi i cinepanettoni non funzionano più non perché siano semplicemente “invecchiati”, ma perché hanno esaurito la loro funzione simbolica.
La società contemporanea è diventata più rapida, più esplicita, più cinica di quanto questo modello comico riesca a rappresentare. Come osserva Zygmunt Bauman nella sua analisi della società dei consumatori, anche il Natale è ormai un rito svuotato, ridotto a performance del consumo e dell’intrattenimento.
In questo scenario, il cinepanettone non ha più nulla da svelare né da deformare: ciò che un tempo appariva trasgressivo è stato completamente assorbito dal sistema culturale che lo ha prodotto. Ciò che resta non è un genere cinematografico, ma un’eredità più profonda e problematica: un modo di ridere senza distanza critica, di riconoscersi senza mettersi in discussione, di festeggiare senza chiedersi cosa si stia davvero celebrando. .
Infine, vi invito a prendere visione della puntata del podcast Tintoria con ospite il giornalista Giovanni Floris. Una puntata che fa luce sugli aspetti appena descritti del processo sociale rappresentato dai cinepanettoni The post Cinepanettoni: la felicità natalizia come prodotto culturale appeared first on ReWriters.