Politica
Il mondo senza inverno di Arpaia e il disastro ambientale che lasceremo
In oltre 40 anni di insegnamento universitario mi sono sempre convinto che i libri “di testo” non siano o non debbano essere molto più di un consiglio. Spesso vi possono essere utili integrazioni che trattano e aiutano ad approfondire la materia, il tema, dell’insegnamento che si è chiamati a fare, insieme con libri e/o altro tratti dalla letteratura romanzesca, fumetti, testi di canzoni.
Mi riferisco specificamente ad una materia, quella ambientale, della quale sono ricche le cronache quotidiane molto più di specifici insegnamenti: di educazione e politica dell’ambiente dalle scuole alle Università. Ma bisogna anche fare attenzione a ciò che si propone alla lettura e/o alla visione.
È un problema sul quale riflettevo qualche mese fa (Clima: il mito del disastro nei libri e nel cinema tra ottimismo e pessimismo, 1 giugno 2025 LEGGI QUI) perché potrebbe essere rischioso dare indicazioni acritiche che possano indirizzare ad un immotivato ottimismo (diciamo di trumpiana tendenza) o ad un pericoloso pessimismo catastrofista. Volendomi districare tra le due tendenze, per fare un esempio concreto, se oggi stessi ancora all’università ad integrazione dei libri “di testo” consiglierei l’ultimo romanzo di Bruno Arpaia Il mondo senza inverno, (Guanda 2026).
Ma non ci sono più all’università e allora lo consiglio a me e a chi mi legge: a me perché mi suggerisce riflessioni su cose che sto scrivendo; a chi mi legge perché è un invito a partecipare a queste mie riflessioni. Perché questo libro?
Perché appartiene ad un filone da pelle d’oca che non si getta a capofitto nell’indurre a considerare un futuro abbastanza sconvolto dalle conseguenze del mutamento climatico, ma lo fa seguendo un itinerario cominciato a percorrere con Qualcosa là fuori, (Guanda 2016) e più alla lontana e meno direttamente con L’energia del vuoto (Guanda2011). Su questi temi, più opportunamente direi su questa tematica, personalmente ho seguito un itinerario cominciato con Cormac McCarthy La strada, (Einaudi 2007), proseguito con Ian McEwan, Solar, (Einaudi 2010) e approdato a Bruno Arpaia.
Ora non intendo dare giudizi recensendo queste letture, ma dico subito che il libro di McCarthy lo considero di eccezionale, ma angosciante, bellezza e lo terrei da parte prima di indicarlo come lettura “integrativa” di un tentativo di fare educazione ambientale. Un’educazione che oggi non può non partire proprio dalla fine.
Cioè da quello che può succedere e, in parte rilevante accade, se non si tiene conto delle responsabilità umane accumulate in decenni di incosciente indifferenza verso le azioni contro natura, alla base del mutamento climatico in atto. Il mondo senza inverno che è l’ultimissimo intervento di Bruno Arpaia non ci racconta che cosa ha comportato per l’umanità una crescita ritenuta incoscientemente senza limiti malgrado gli avvertimenti del MIT (Massachusetts Institute of Technology), nei rapporti al Club di Roma sui “dilemmi dell’umanità”.
Non ce lo dice. Se volessimo sapere questo faremmo altre letture.
Non lo dice: dà per scontato che lo sappiamo. E continua da dove finiva, dieci anni fa, con Qualcosa là fuori.
“Ma vi rendete conto? Qui, ormai, siamo alla fine della civiltà della scrittura e tutti se ne fregano…Invece è una catastrofe, stiamo tornando indietro di centinaia d’anni e il mondo tira dritto come se niente fosse… Cultura? …Qui, gratta gratta, il novanta per cento di quello che si spaccia per cultura è puro e semplice intrattenimento.
Invece la cultura è anche fatica, tempo, pensiero… E se l’86 per cento dei ragazzi praticamente non sa nemmeno leggere, vuol dire che a poco a poco perderemo pezzi, saperi, conoscenze…E torneremo indietro. Ma come fate a non preoccuparvi?”.
Questi sono i risultati di una discussione, “là fuori”, tra amici in un contesto storico immaginato, comunque in questo secolo, quando la Terra potrebbe essere in gran parte devastata dagli effetti fortemente negativi dei mutamenti climatici. Già dieci anni fa mi sembrava, e tanto più oggi mi sembra, molto importante che una discussione del genere avvenga tra i protagonisti di un romanzo e che in un romanzo si parli del futuro del pianeta, nel quale vivono oltre otto miliardi di persone considerate a “rischio di estinzione” È bene che ciò avvenga perché è uno strumento utile per fare in modo che ciò che si teme non avvenga.
Intendo dire che se il dieci, quindici per cento di quelli che sanno leggere e che leggono soprattutto romanzi e meno saggistica, si renderà conto che il rischio della catastrofe che potrebbe portare all’estinzione dell’umanità è reale, se ciò accadrà sarà anche per merito dell’informazione mediata da romanzi come questo. Ma veramente c’è questo catastrofico rischio?
Proviamo a fare una scelta sul come rispondere proprio indotti da quello che leggiamo: qualche ora dopo un uragano, la presidente della Scandinavia comunicò che i danni provocati dal ciclone erano stati ingenti, ma che si stava già facendo di tutto per ripristinare i servizi e le comunicazioni. Aggiungendo:
“Purtroppo questi eventi sono ancora una pesante eredità della vecchia umanità, ma presto le cose andranno di gran lunga meglio. A breve, i fenomeni meteorologici estremi si ridurranno fortemente grazie ai grandi impianti di cattura dei gas climalteranti che abbiamo costruito in tutto il paese.
Contiamo di ristabilire entro tre anni il livello di anidride carbonica nell’atmosfera precedente alla crisi climatica.”. Se a questo punto il libro continuasse il suo racconto si potrebbe trarne un respiro di sollievo considerando che le cose non stanno tanto male e che in breve tempo si può recuperare.
Invece no. Uno dei quattro amici che avevano seguito questo intervento della presidente obietta che quello che la presidente aveva taciuto è che “ormai la frittata è stata fatta, anche se riducessimo di molto l’anidride carbonica e il metano nell’atmosfera.
Abbiamo cambiato il sistema del clima e adesso è molto difficile tornare esattamente al punto da dove eravamo partiti. Anzi, è quasi sicuro che non ritroveremo più il pianeta che conoscevamo, quello di prima del disastro.
Mai.” Con buona pace delle chiacchiere sulla resilienza. Ma questo è il modo di narrare le cose.
E di farlo facendo capire che stanno proprio così: non nella forzatamente ottimistica visione di Trump, Meloni, Salvini e sodali (più o meno negazionisti), ma in quella più realistica, non catastrofista e fantascientifica, secondo la quale le generazioni future, i nostri nipoti per intenderci, vivranno in un pianeta diverso da oggi. Modificato.
Presumibilmente in modo irreversibilmente modificato. Ma non necessariamente peggiore.
C’è, però, un altro serio problema: per chi e per quanti la Terra sarà comunque, sia pur diversamente da oggi, abitabile? Arpaia il problema lo pone subito al lettore.
Perché i protagonisti che dopo lungo e faticoso viaggio approdano nella Scandinavia (Terra “promessa” come la vicina Groenlandia per la quale Trump non aveva ancora ipotizzato l’annessione agli Stati Uniti come 51esima stella); quei protagonisti, dicevo, apprendono che non è tutto rose e fiori. Non per tutti certamente.
Perché la società vi è divisa in tre categorie: al vertice gli Ugm (Umani geneticamente modificati); poi i residenti di tipo B controllati dai primi, e poi i reietti, la categoria di tipo C che prima muoiono (si estinguono) meglio è perché tolgono l’ingombro. È questo che potrebbe accadere sulla Terra?
La risposta più corretta è che può accadere se alle parole scritte e orali delle tante “conferenze” che da decine di anni hanno affrontato il problema dell’“effetto serra” e dei “buchi” nell’ozonosfera sino alla conferenza di Parigi del 2015 Cop21), non seguiranno fatti capaci di invertire la tendenza nel rispetto degli impegni scritti e sottoscritti. Intanto, e tanto più se questo non avvenisse, aumenterebbe enormemente il numero dei migranti.
Perché a quelli che oggi per vari e differenti motivi fuggono dalle loro terre d’origine si aggiungerebbe il nuovo flusso dei “migranti ambientali” costretti ad abbandonare i loro Paesi desertificati e inabitabili, dal Sud verso la Scandinavia: proprio come i protagonisti di questo mondo senza inverno. Potrebbe accadere.
Ma è anche possibile che le categorie B e C che clandestinamente si stanno organizzando, riescano a sovvertire la situazione e a farlo prima che sia troppo tardi. L'articolo Il mondo senza inverno di Arpaia e il disastro ambientale che lasceremo proviene da Strisciarossa.