Martedì 17 febbraio 2026 ore 18:01

Politica

A Gaza il dispotismo di Trump

Lunedì 19 gennaio 2026 ore 16:00 Fonte: Terzogiornale

Il testo che segue è un riassunto dell'articolo A Gaza il dispotismo di Trump generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

La lettera in questione, che sembra riferirsi a un messaggio di Trump in relazione a Gaza, conclude con l'espressione "Non vedo l’ora di lavorare con voi, a lungo termine, per raggiungere l’obiettivo di stabilire una pace mondiale duratura, prosperità e grandezza per tutti", seguita da un'interrompenza probabilmente dovuta a un errore di digitazione o a una mancata completazione del testo.
A Gaza il dispotismo di Trump
Terzogiornale

“Non vedo l’ora di lavorare con voi, a lungo termine, per raggiungere l’obiettivo di stabilire una pace mondiale duratura, prosperità e grandezza per tutti”. Si conclude così la lettera con la quale il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha invitato alcuni leader mondiali – i prescelti – a prendere parte al suo Board of peace per Gaza.

Ha deciso di chiamarlo “Consiglio di pace”, anche se in realtà è formato, per la stragrande maggioranza, da immobiliaristi, affaristi miliardari, collaboratori, amici e parenti della sua amministrazione. Ciò che (forse) non era chiaro fin dall’inizio, il reale scopo dell’intero progetto trumpiano, sta prendendo forma in questi giorni, man mano che la nebbia confusa delle dichiarazioni si dirada fino a rendere visibile l’inchiostro dei documenti ufficiali.

Non si tratta di Gaza, né della stabilità del Medio Oriente, ma di costruire un modello che funga da nuovo ordine globale: una plutocrazia imperialista e colonialista. Un ordine in cui solo il “sovrano” può decidere chi parteciperà, com’è spiegato, nero su bianco, nella Carta del “Consiglio di pace”, indirizzata a decine di capi di Stato insieme all’invito di adesione.

È una sorta di regolamento, una costituzione stilata dal presidente stesso. Il documento comincia con un attacco alle Nazioni Unite, che non vengono nominate ma direttamente chiamate in causa: “la pace duratura richiede […] il coraggio di deviare da approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”.

L’Onu dovrebbe quindi essere sostituita da “un organismo internazionale di costruzione della pace più agile ed efficace”. Nei vari articoli che compongono lo statuto del Consiglio, Gaza non viene mai nominata.

Al suo posto compaiono tutte le “aree colpite o minacciate dai conflitti”. Un riferimento al diritto internazionale c’è, per quanto suoni fragile quando a richiamarlo è la stessa persona che impone sanzioni ai giudici della Corte penale internazionale.

Solo Trump, in quanto presidente, può decidere chi prende parte all’organismo. Il mandato durerà tre anni, a meno che i “feudatari” non versino la gabella da un miliardo di dollari in contanti entro i primi dodici mesi di attività.

Trump decide anche chi resta e chi va via. Per contrastare un’espulsione è necessario il veto dei due terzi degli Stati membri.

Chi ha diritto di voto può partecipare alle scelte, durante riunioni in luoghi e orari che il presidente ritiene adeguati, ma anche le decisioni prese a maggioranza dovranno essere approvate dal tycoon, senza la cui ratifica non avranno valore. Il suo voto sarà decisivo anche in caso di parità.

Trump sarà presidente a tempo indeterminato e la sua carica sarà separata da quella di leader degli Stati Uniti d’America, che pure rappresenterà all’interno del Consiglio. Non esistono votazioni di nomina e la sua sostituzione potrà avvenire solamente in seguito a dimissioni volontarie o incapacità.

In quel caso, subentrerà un successore che lo stesso Trump avrà nominato. Il presidente può creare, modificare e sciogliere, a suo piacimento, enti, agenzie ed entità collegate al Consiglio, istituire sottocomitati e stabilire le regole che devono seguire.

Il Consiglio esecutivo del Board è nominato da Trump e guidato da un amministratore delegato il cui nome è sempre deciso da Trump, il quale ha anche potere di veto su tutte le decisioni dell’organo. Infine, persino il sigillo adottato, simbolo dell’ente, verrà deciso dal presidente, unico ad avere anche il diritto di rinnovare il Board o scioglierlo.

I leader che accetteranno l’invito accetteranno il regolamento per intero, e dunque il progetto, che è quello di distruggere le Nazioni Unite, sostituendo la sua Assemblea generale di 193 Stati membri con gli amici paganti di Trump e il Consiglio di sicurezza con il presidente stesso, detentore del potere di veto. È improbabile che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite avesse immaginato la portata del progetto quando, a novembre, concesse il mandato al Board of peace, limitato a Gaza e alla data di metà 2027.

L’astensione di Russia e Cina, comunque decisive per l’approvazione, fu motivata proprio con l’assenza di garanzie in merito al ruolo dell’Onu. Intorno al Board nasceranno decine di “organi sussidiari”, surrogati delle agenzie delle Nazioni Unite ma gestiti da un intreccio di interessi e affari che diventerà impossibile sciogliere.

Per questo motivo, i nomi di coloro che, già sappiamo, parteciperanno al Consiglio esecutivo sono quelli di uomini d’affari miliardari, come Marc Rowan; imprenditori immobiliari, come Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Trump. Ci sono poi il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, strenuo sostenitore e amico di Israele;

Ajay Banga, presidente della Banca mondiale ed ex amministratore delegato di Mastercard per più di dieci anni; Robert Gabriel Jr, consigliere per la sicurezza nazionale di Trump e braccio destro di Steven Miller, voce dei Maga e mente della campagna razzista contro i migranti negli Stati Uniti.

E poi, ovviamente, Tony Blair, noto al mondo e soprattutto al Medio Oriente per la menzogna sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, servita a giustificare la sanguinosa invasione dell’Iraq. Sono loro i membri del Consiglio esecutivo centrale, presieduto dal presidente statunitense, incaricato di supervisionare il lavoro di un comitato di tecnocrati responsabile della governance temporanea e della ricostruzione della Striscia.

I suoi membri, ciascuno titolare di un portafoglio, esercitano un ruolo di indirizzo politico-amministrativo, senza un coinvolgimento diretto nelle operazioni sul terreno. Come già visto, in base ai nomi diffusi fino a oggi, sappiamo che questo organismo è composto solo da uomini e non include palestinesi.

Un altro organismo del Board of peace è il Consiglio esecutivo di Gaza, cui spetta il controllo di tutte le attività sul campo. Questo livello supervisiona l’azione del National Committee for the Administration of Gaza (Ncag), il comitato di tecnocrati palestinesi incaricato della gestione quotidiana del territorio.

Il diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, ex inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, è stato nominato Alto rappresentante del Board of peace, e avrà il compito di supervisionare la transizione dal governo di Hamas a un’amministrazione guidata da Ali Shaath, ex viceministro dell’Autorità nazionale palestinese. Per l’ente civile sono previsti solo compiti di amministrazione ordinaria, sotto il controllo completo del “Consiglio di pace”, alle cui decisioni l’Ncag dovrà piegarsi.

Witkoff, Kushner, Blair, Rowan e Mladenov prenderanno parte anche al Consiglio esecutivo di Gaza. In aggiunta, parteciperà l’uomo d’affari miliardario Yakir Gabay, israeliano, con “stretti legami personali e commerciali con Kushner” che, secondo “Haaretz”, risalirebbero a prima delle elezioni di Trump del 2015.

Nato nel quartiere Talbiya di Gerusalemme, Gabay ha studiato all’Università ebraica di Gerusalemme e ha lavorato presso la Israel Securities Authority. Suo padre, Meir Gabay, è stato direttore generale del ministero israeliano della Giustizia; sua madre ha lavorato nell’Ufficio del procuratore di Stato.

All’interno del Consiglio esecutivo di Gaza, vi saranno anche Sigrid Kaag, politica olandese e coordinatrice delle Nazioni Unite a Gaza; Hassan Rashad; la ministra di Stato degli Emirati per la Cooperazione internazionale, Reem Al-Hashimy; il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan; il diplomatico del Qatar Ali Al-Thawadi; il direttore generale dell’intelligence egiziana.

Anche qui, nessun palestinese. La presenza del Qatar, e soprattutto quella turca, hanno creato non poche tensioni all’interno dell’amministrazione israeliana.

Il premier Benyamin Netanyahu ha dichiarato di non essere stato informato della composizione del Consiglio esecutivo di Gaza, e quindi della presenza del ministro degli Esteri turco, che avrebbe provato a evitare con tutte le forze. È improbabile che Netanyahu non sapesse, ma le riunioni che sta convocando in queste ore hanno probabilmente lo scopo di mostrarsi furioso, soprattutto con i suoi alleati di governo più estremisti, che hanno attribuito al premier la colpa di non aver cacciato i palestinesi e di non aver dato il via libera alla colonizzazione israeliana di Gaza.

Il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha dichiarato che “il peccato originale” di Netanyahu “è la sua riluttanza ad assumersi la responsabilità di Gaza, a porla sotto legge marziale, a incoraggiare l’emigrazione e l’insediamento israeliano”. Il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha invocato un ritorno alla “guerra totale” e alla “migrazione volontaria”, opponendosi all’ipotesi di affidare Gaza a un consiglio che includa la Turchia.

Gli Stati Uniti non sembrano interessati alle rimostranze di Tel Aviv, che mantiene il controllo di tutti i valichi e l’ultima parola sulla ricostruzione. Il governo israeliano ritiene che il Board of peace rappresenti una scelta “simbolica”, come l’ha definita Netanyahu, precisando che non vi sarà ricostruzione prima della totale smilitarizzazione.

Ma cosa vi sia da smilitarizzare, in una Striscia completamente distrutta, non è chiaro, e, se dovesse essere davvero Tel Aviv a decidere quando l’impresa sarà compiuta, non esistono garanzie che la ricostruzione possa davvero partire. Rimane anche l’enorme nodo del disarmo di Hamas.

Sebbene i portavoce abbiano nuovamente dichiarato di essere pronti a riconoscere e a trasferire tutti i poteri al comitato tecnocratico, il gruppo palestinese insiste che disarmerà completamente solo con la nascita di uno Stato palestinese. Trump ha ripreso con le sue minacce.

Ma se non dovessero ottenere risultati, la Forza di stabilizzazione internazionale (Isf) si ritroverebbe di fronte alla possibilità di dover sostenere un conflitto armato. L’Isf è un’altra delle creature uscite dal cappello del progetto di pace a firma Donald Trump.

Dovrebbe avere il ruolo di supervisionare il disarmo, la sicurezza della popolazione e il passaggio degli aiuti umanitari. Al momento, sappiamo che sarà guidata da un generale statunitense, Jasper Jeffers, già impiegato nelle guerre statunitensi in Iraq e Afghanistan.

Tra sabato e domenica molti leader hanno ricevuto l’invito di Trump, sessanta secondo diverse fonti. Tra questi c’è l’Italia.

Giorgia Meloni ha dichiarato la “massima disponibilità” del nostro Paese, come ha fatto il presidente argentino Javier Milei. È molto probabile anche la partecipazione del primo ministro britannico Keir Starmer, anche se al momento l’unico ad aver accettato senza riserve e in maniera inequivocabile sembra essere il premier ungherese Viktor Orbán, che ha dichiarato che “con il presidente Donald Trump arriva la pace”.

L'articolo A Gaza il dispotismo di Trump proviene da Terzogiornale.

Articoli simili