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Politica

Ecco le banche che usano i vostri soldi nel settore delle armi

Lunedì 2 marzo 2026 ore 16:23 Fonte: Strisciarossa
Ecco le banche che usano i vostri soldi nel settore delle armi
Strisciarossa

Forse non è proprio un caso che il rapporto ZeroArmi 2025 sul coinvolgimento delle 24 maggiori banche italiane con settore delle imprese degli armamenti redatto da Fondazione Finanza Etica in collaborazione con Rete Italiana Pace e Disarmo, esca nei giorni in cui il Governo Meloni ha chiesto al Parlamento di accelerare l’iter di approvazione delle modifiche alla legge 185/90 che regolamenta, secondo principi di trasparenza, il commercio delle armi. Infatti, una delle modifiche peggiori della proposta del Governo è quella di eliminare dalla relazione annuale che il Governo deve presentare al Parlamento sull’applicazione della legge proprio l’elenco delle banche che svolgono servizi finanziari per il commercio delle armi prodotte in Italia nei vari paesi del mondo.

Berlino, una pistola gigante contro il commercio di armi. Foto di Maurizio Gambarini/Dpa / IPA Tre categorie per valutare i nostri istituti di credito Perché questo accanimento contro la trasparenza relativa a come le banche utilizzano i soldi dei risparmiatori (perché questo è)?

Evidentemente non per motivi di riservatezza strategica, giacché il legislatore del 1990 e i vari Governi e Parlamenti che si sono succeduti da allora fino ad oggi non possono aver operato per mettere a rischio (ma da cosa, poi?) il paese. Il motivo di fondo è che banche e Governo temono che i risparmiatori non gradiscano la scelta della loro banca di finanziare l’export delle armi (motivo per il quale ogni Governo che si è succeduto nella predisposizione di questa Relazione al Parlamento ha sempre reso scientemente difficile la comprensione di quali banche finanziavano quali imprese per quale transazione di armi a quale paese).

Infatti un numero crescente di risparmiatori scelgono o meno la propria banca in base anche o soprattutto al grado di coinvolgimento delle stesse con il business delle armi. E questo è esattamente l’intento del Rapporto ZeroArmi: offriamo a tutti i cittadini uno strumento completo e verificato per misurare questo coinvolgimento delle banche, cioè l’utilizzo dei soldi di noi risparmiatori per riempire gli arsenali di armi sempre più precise ed efficienti, vale a dire più letali.

Questo consente una scelta più consapevole perché informata. Abbiamo valutato le maggiori banche italiane (quelle che secondo l’Atlante delle banche Leader di Milano Finanza che nel 2024 hanno superato i 100 milioni di euro di cash flow), secondo tre specifiche categorie:

1)   partecipazioni azionarie in aziende del comparto bellico; 2)   finanziamento ad aziende o a specifici programmi di sviluppo militare;

3)   servizi finanziari connessi all’export e alla vendita di armamenti. Il meccanismo del punteggio prevede che ciascuno degli indicatori interni a queste tre categorie siano attribuiti livelli di punteggio da 0 (nessun coinvolgimento) a 1 (coinvolgimento pieno, senza alcuna trasparenza), passando per 0,25 (coinvolgimento limitato, supportato da documentazione oggettiva), 0,50 (coinvolgimento limitato, senza documentazione oggettiva), 0,75 (coinvolgimento limitato, con trasparenza e fornitura di dettagli).

Una gradazione necessaria e utile per comprendere non solo la quantità del coinvolgimento, ma anche la sua attitudine verso la trasparenza. Infatti, dopo una prima compilazione della matrice con i dati a nostra disposizione, la stessa viene condivisa con ciascuna banca e inizia – se le banche acconsentono – un confronto volto ad ottenere dalle banche informazioni aggiuntive o correttive rispetto ai dati e ai punteggi da noi elaborati.

Il punteggio finale può cambiare se la banca ingaggiata fornisce informazioni ulteriori che magari possono attenuare o cambiare la loro esposizione al settore. Ben 17 sulle 24 banche analizzate hanno accettato il confronto e hanno fornito documentazione, più o meno rilevante, eventualmente coperte da un accordo di riservatezza (ne abbiamo siglati 8) che tuttavia consentono agli autori del Rapporto di accertare l’esistenza e la validità delle informazioni fornite.

Nella matrice sono valutati anche altri due parametri: l’esistenza o meno di una policy, pubblica o meno, della banca sugli armamenti e l’impegno nel confronto e per la trasparenza. Come è cambiato il coinvolgimento bancario Il risultato ci offre una scala di coinvolgimento che va dal nessun coinvolgimento (0 punti di Banca Etica, che esclude costitutivamente ogni esposizione verso le imprese del settore) fino al coinvolgimento pieno (65,5 punti di Deutsche Bank Italia, 63,8 di Santander Consumer Bank, 52,4 di Unicredit e 49,3 di Intesa San Paolo).

Chiunque lo desideri può leggere il Rapporto, scaricandolo gratuitamente da https://finanzadisarmata.it/risorse/zero-armi/ e farsi un’idea di dove si trovi, eventualmente, la propria banca: se gli sta bene che essa sia magari fra le più esposte al settore, benissimo, può dormire sonni tranquilli; se invece non gli aggrada che i propri soldi vengano spesi dalla sua banca per finanziare gli armamenti, può facilmente cambiare banca scegliendo fra quelle meno o per niente esposte al settore. Semplice, no?

Sì, se hai le informazioni; ma senza di esse diventa difficile scegliere. È il grande potere dell’informazione e, soprattutto, dei risparmiatori che possono scegliere dove indirizzare i propri soldi.

Né più, né meno del grande potere degli elettori che possono scegliere dove indirizzare il proprio voto. Cosa ci dice questo Rapporto, nel suo complesso?

Intanto che per i gruppi bancari maggiormente coinvolti nel processo di riarmo, l’attitudine verso il settore degli armamenti è cambiata. Si tratta di un processo avviato anche dal nostro Paese, con l’aumento previsto della spesa militare in rapporto al PIL, e supportato dall’impianto politico e normativo del piano Ue Readiness 2030.

Se nel Rapporto dello scorso anno l’impegno di questi gruppi era orientato a minimizzare il proprio coinvolgimento, proponendo una immagine di scarso coinvolgimento del settore degli armamenti, richiamando un presunto scarso “appetito” verso questo business, nel 2025 la loro indisponibilità al confronto può essere letta come una sostanziale indifferenza rispetto a un’immagine pubblica di banche apertamente “riarmiste”. Questo mutamento può essere considerato un primo effetto della massiccia campagna di comunicazione condotta da istituzioni europee e nazionali, imprese del settore militare e media, centrata sulla necessità di un riarmo generalizzato.

In questo contesto, l’essere una “banca armata” non rappresenta più, per gli stessi gruppi bancari, uno stigma né un fattore di rischio reputazionale. L’eventuale perdita di clientela legata a tale rischio appare infatti ampiamente compensata, sul piano finanziario, dalle prospettive di crescita degli asset connessi ai servizi offerti alle imprese del settore e dall’aumento del valore azionario delle stesse.

Dall’altro lato, un numero significativo di banche di medie dimensioni, anche nel 2025, appare realmente poco interessato al settore. In alcuni casi dipende da modelli di business diversi, lontani dal comparto della difesa.

In altri casi si tratta invece di una scelta consapevole, anche di natura “identitaria”, di mantenere un coinvolgimento limitato. Questa impostazione emerge chiaramente dalle policy adottate da tali banche, che in alcuni casi escludono il settore e, più frequentemente, ne limitano il coinvolgimento.

Come lo scorso anno, anche in questo, il Rapporto viene scaricato e letto da migliaia di persone e gireremo l’Italia a presentarlo e discuterlo in incontri organizzati da associazioni, parrocchie, gruppi informali, ben al di sopra delle nostre aspettative e auspici. Cosa sta succedendo?

Si sta forse ampliando la consapevolezza dell’importanza di comprendere cosa accade ai nostri soldi quando entrano nei circuiti finanziari? Sta prendendo forma l’idea che non esistano comportamenti neutri o asettici nell’uso del denaro e che, di conseguenza, sia un diritto di chi risparmia sapere come vengono impiegate le proprie risorse?

Allo stesso tempo, è dovere degli intermediari finanziari, che gestiscono il denaro, adottare comportamenti trasparenti? Questo intreccio di diritti e doveri sembra chiamare in causa tutte e tutte noi, in quanto persone che risparmiano e investono, sollecitando scelte più consapevoli.

Del resto, quando la finanza viene spinta in modo così smaccato, con un ingente dispiego di mezzi e di risorse, a sostenere il settore degli armamenti, è ragionevole attendersi una reazione da parte dell’opinione pubblica, che non è detto che sia automaticamente disponibile ad accogliere in modo acritico questa impostazione. Occorre infatti tenere conto del fatto che, come indicano i sondaggi di opinione, esiste una quota significativa di popolazione che, per ragioni diverse, guarda con almeno perplessità e ostilità alla direzione che istituzioni europee e nazionali, imprese del settore e banche intendono imprimere alla finanza e all’economia.

Questa è la nostra ipotesi di lavoro ed è la ragione per cui abbiamo scritto ZeroArmi: offrire a persone e realtà interessate uno strumento di informazione serio e solido, capace di sostenere decisioni più consapevoli. Per le quali occorre un pensiero critico, fondato sull’analisi dei fatti, delle prove, delle osservazioni e degli argomenti disponibili, capace di costruire giudizi attraverso il ragionamento.

Un pensiero che trae forza dall’esperienza e dall’evidenza e che si fonda sui valori della chiarezza, dell’accuratezza, della precisione e dell’evidenza. L’autore è Direttore di Fondazione Finanza Etica       L'articolo Ecco le banche che usano i vostri soldi nel settore delle armi proviene da Strisciarossa.

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