Politica
La lezione di Hormuz
Il testo che segue è un riassunto generato dall'IA dell'articolo "La lezione di Hormuz" . L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.
L’esito della guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran diventa ogni giorno che passa più imprevedibile, comunque carico di conseguenze per tutto il mondo. Anche se le parti in causa non l’hanno dichiarato formalmente (e non c’è stata neppure una dichiarazione formale di guerra) siamo entrati in una fase nuova di quella “terza guerra mondiale a pezzi”, di cui aveva già parlato papa Francesco.
“Il mondo è attraversato da un crescente numero di conflitti che lentamente trasformano quella che ho più volte definito terza guerra mondiale a pezzi in un vero e proprio conflitto globale”, spiegò nel 2024 Bergoglio, durante il saluto annuale ai diplomatici. Da allora la situazione dei conflitti regionali è peggiorata, la guerra in Ucraina non è finita, e ora siamo di fronte a una nuova situazione bellica in Medio Oriente, che potrebbe avere conseguenze devastanti in termini economici, militari e ambientali.
Una guerra che sconvolge tutti gli equilibri e rimette profondamente in discussione il concetto stesso di Occidente. Difficile, quasi impossibile, proporre una sintesi esaustiva al punto in cui siamo.
Proveremo quindi a proporre solo qualche ulteriore spunto di una riflessione inevitabilmente in progress. Per aiutarci useremo alcune parole chiave.
Irresponsabilità Secondo molti osservatori, Donald Trump, il capo della maggiore potenza militare al mondo, ha scatenato questa guerra trascinato da Israele (che vorrebbe la distruzione dell’Iran e imporre il suo predominio regionale) e dalla necessità di far dimenticare i problemi di casa sua, dallo scandalo Epstein alla bomba a orologeria della crescita inarrestabile del debito Usa. “Non sembra sia sufficientemente chiaro nelle narrazioni ricorrenti – dice, per esempio, lo storico Alessandro Volpi – che questa guerra è la prima in cui gli Stati Uniti, in grande crisi (il Pil annualizzato del 2026 è allo 0,7%), devono fare i conti con due altri attori internazionali, Cina e Russia, che hanno un peso decisamente rilevante, molto di più di quanto ne abbiano avuto dal crollo dell’Unione sovietica”.
Poi ci sono i dati che pesano come macigni: ogni giorno l’operazione Epic Fury costa in media agli Stati Uniti circa 1,88 miliardi di dollari. Nei primi giorni del conflitto, i costi hanno toccato picchi di oltre 2,2 miliardi di dollari in ventiquattr’ore, principalmente a causa dell’uso massiccio di munizioni di precisione e della perdita di mezzi costosi (come droni MQ-9 e caccia F-15).
“Al tempo stesso – insiste Volpi – il Tesoro statunitense deve pagare ogni giorno circa otto miliardi di dollari per finanziare il gigantesco debito federale. Solo per pagare gli interessi sul debito esistente Washington spende circa 2,8 miliardi di dollari ogni ventiquattr’ore”.
Le interpretazioni possono essere molte, ma si resta esterrefatti a sentire certe dichiarazioni e certe notizie, la cronaca che supera la fantasia. La rivista italiana “Analisi difesa”ha riportato, per esempio, una rivelazione del “Wall Street Journal” del 14 marzo, secondo cui il presidente Trump era “consapevole” del rischio che l’Iran bloccasse lo Stretto di Hormuz, ma ha deciso comunque di scatenare la guerra nonostante i capi militari statunitensi, in primis il capo di Stato maggiore interforze, generale Dan Caine, lo avessero avvisato del rischio di una crisi a Hormuz e dei suoi esiti incerti e pericolosi per la stabilità nella regione, ma anche per tutte le possibili ripercussioni a livello globale.
Secondo il quotidiano americano, Trump era convinto che Teheran si sarebbe arresa “prima” di effettuare una mossa di questo tipo. Le previsioni e le esternazioni di Trump sono tutte smentite.
“Gli Stati Uniti d’America hanno sconfitto e annientato completamente l’Iran, militarmente, economicamente e in ogni altro modo – aveva dichiarato qualche giorno fa il presidente americano – ma i Paesi del mondo che ricevono petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz devono occuparsi di quel passaggio, e noi daremo il nostro contributo e in modo considerevole”. “Gli Stati Uniti si coordineranno inoltre con questi Paesi affinché tutto proceda rapidamente, senza intoppi e con successo.
Questo avrebbe dovuto essere fin dall’inizio uno sforzo congiunto, e ora lo sarà e unirà il mondo verso l’armonia, la sicurezza e una pace duratura!”, aveva scritto Trump sui suoi social. Globalizzazione La crisi dello stretto di Hormuz smentisce le analisi sulla fine delle interconnessioni economiche, mettendo una pietra tombale sulla possibilità di tornare a ricette nazionalistiche e protezionistiche.
Crescono gli analisti economici e gli osservatori politici che, dal blocco del canale di Hormuz, prevedono lo scoppio di una crisi energetica peggiore della crisi petrolifera del 1973, che cambiò l’andamento delle economie occidentali facendo sì che in Europa fosse introdotto il concetto di austerità (in questi giorni, rivengono in mente le nostrane domeniche “ecologiche” di quel tempo). Secondo Matteo Villa, ricercatore senior dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), le conseguenze energetiche della guerra in Iran potrebbero essere quadruplicate rispetto a quelle che ci furono nel 1973, durante la storica crisi economica scatenata dal blocco dei Paesi petroliferi.
Anche in quel caso, all’origine della crisi energetica ed economica mondiale, ci fu una guerra. Tra i motivi che scatenarono la crisi, il primo fu l’aumento dei costi del trasporto di petrolio dovuto alla chiusura del canale di Suez, diventato impraticabile a causa delle guerre arabo-israeliane, da quella del 1967 a quella del 1973.
In quegli anni, come alternativa a Suez c’era solo la circumnavigazione di tutto il continente africano. L’altro fattore scatenante fu l’aumento delle royalty dei Paesi mediorientali produttori di greggio.
A peggiorare il quadro, c’è il fatto che oggi nessuna economia è più autosufficiente e dalla rete globale non si tornerà indietro. È una clamorosa sconfitta della politica dei dazi di Trump.
Anzi, è anche la dimostrazione che, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, le interconnessioni sono più forti di prima. E il problema è ancora quello del trasporto dei combustili fossili che sono la benzina non solo delle automobili private, ma di tutte le fabbriche del mondo.
Una guerra che scoppia nel momento più difficile della transizione ecologica, che dovrebbe far diventare i combustibili fossili un ricordo del passato dell’antropocene. Da questo punto di vista, potremmo leggerla come l’ultimo conflitto del petrolio, mentre la Cina si è portata molto avanti con una transizione a cui l’Europa sembra avere rinunciato (ci si ricorda ancora del New Green Deal?) per investire solo sul riarmo e comprare armi americane.
Collo di bottiglia L’economia capitalistica è sempre più fragile. Nonostante l’esaltazione del primato della finanza e del fare soldi solo con i soldi, l’economia mondiale si basa ancora sulle merci e il trasporto di cose rimane fondamentale.
Ci sono però parallelismi evidenti. Come il mondo digitale è tutto connesso in una rete virtuale, così il mondo delle merci è connesso ed è insicuro.
A seguito dell’attacco all’Iran, lo stretto di Hormuz è stato bloccato dal governo di Teheran, con la minaccia di distruggere ogni nave che dovesse provare ad attraversarlo. La rete commerciale di scambi di tutta l’area del Golfo è paralizzata, sia per quanto riguarda le normali merci in transito, sia per quanto riguarda gli approvvigionamenti di petrolio e di Gnl.
Lo stretto di Hormuz è un tratto di mare largo appena trenta chilometri, fondamentale per i trasporti: lo stretto divide infatti la penisola arabica dalle coste dell’Iran, ed è l’unico passaggio che collega il Golfo persico con quello di Oman e con il Mare arabico. Ogni anno, ci passa circa un quinto di tutto il petrolio venduto al mondo, ricorda “il Post”, secondo cui un’alternativa di fatto non c’è, e, nonostante si sia sempre saputo che quel tratto di mare è uno dei più critici di tutta la regione, non è mai stato trovato un modo efficace per aggirare lo stretto e trasportare grandi quantità di gas e petrolio in altro modo.
La decisione dell’Iran di bloccare tutto, o meglio di selezionare tra le petroliere quelle che possono passare, fa parte della trasformazione della guerra. Il blocco di Hormuz, per l’Iran che non l’ha ancora costruita, equivarrebbe all’uso di una bomba atomica.
Alleati La guerra in Iran rimette in discussione alle radici il concetto di Occidente, cambiando profondamente il rapporto tra gli Stati Uniti e l’Europa. In queste ore, Trump ha dovuto incassare sconfitte cocenti.
Alla sua richiesta di mobilitare le forze armate dei Paesi alleati, per rendere praticabile la circolazione navale, ha ricevuto una valanga di no, anche imprevedibili, a partire dalla decisione della Gran Bretagna. La Gran Bretagna avrebbe voluto, ma si trova bloccata dallo stato attuale della sua Marina militare.
La Francia ha una situazione migliore, ma non vuole intervenire. Ha inviato comunque nel Mediterraneo orientale la portaerei Charles De Gaulle con i caccia Rafale e gli aerei Hawkeye, otto fregate e due portaelicotteri anfibi.
È un dispiegamento senza precedenti, realizzato a tempo di record, spostando la portaerei dal Baltico al largo di Cipro, e deciso da Macron appena il conflitto si è allargato dall’Iran ai Paesi del Golfo alleati della Francia, in una regione dove si trovavano quattrocentomila francesi. Anche la Germania si è messa di traverso.
L’Unione europea non aveva avuto il coraggio di criticare apertamente la guerra all’Iran di Stati Uniti e Israele, fatta eccezione per la Spagna. Ma poi sono dovuti intervenire, e i Paesi del vecchio continente sono stati molto chiari nel non volerne essere coinvolti.
A cominciare dalla Germania. Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha ricordato che “è sempre stato chiaro che questa guerra non è una questione della Nato”.
Il leader tedesco ha sottolineato che “non c’è mai stata una decisione comune se iniziare o meno questa guerra”, e dunque non si pone nemmeno la questione di come la Germania potrebbe essere coinvolta militarmente: “Non lo faremo”.
Prima del rifiuto dei Paesi europei di farsi coinvolgere nella battaglia navale di Hormuz, c’erano stati già altri segnali che avrebbero dovuto far riflettere i decisori americani. Il primo fortissimo campanello d’allarme per gli Stati Uniti era stata la risposta del governo spagnolo.
Il governo Sánchez ha rifiutato l’uso delle basi militari in Andalusia per le operazioni contro l’Iran. Una scelta che ha aperto un nuovo durissimo scontro con Trump, e ha rotto il fronte occidentale sulla guerra.
Ma non c’è stata solo la Spagna. La Svizzera ha rifiutato due richieste statunitensi di sorvolare il suo territorio nell’ambito di operazioni legate alla guerra in Medio Oriente, invocando la sua neutralità ai sensi del diritto internazionale.
C’era stato un precedente anche con la Gran Bretagna. Trump ha criticato aspramente la Gran Bretagna all’inizio della guerra per la sua esitazione nel consentire alle forze statunitensi di utilizzare le sue basi, e in seguito ha minacciato la Spagna con misure commerciali per il suo rifiuto.
L’Italia, anche in questo passaggio delicato, ha cercato di barcamenarsi. Meloni non appoggia e non condanna le decisioni di Trump, ma la posizione del non aderire né sabotare rischia di deflagrare di fronte ai fatti.
In ogni caso, il governo italiano continua a ribadire che non parteciperà alle operazioni di pattugliamento delle petroliere nello stretto di Hormuz. I Paesi europei non sembrano interessati a seguire Trump nelle sue avventure.
Chi interverrà in sostegno? “Gli Stati europei non interverranno – spiega Giacomo Gabellini, analista economico e direttore del sito “Il contesto” specializzato in geopolitica e analisi strategiche – perché sono perfettamente consapevoli che verrebbero attaccati dagli iraniani.
In compenso, questi ultimi potrebbero accordare autorizzazioni selettive ai Paesi occidentali reputati meno ostili (Italia?), mantenendo i divieti nei confronti di quelli più allineati a Washington (Germania?)”. Ed è esattamente quello che sta avvenendo.
L’Iran gestisce le concessioni per i passaggi a Hormuz come arma strategica e diplomatica, soprattutto in rapporto con i flussi di petrolio e gas verso la Cina. Cerchiobottismo La presidente del Consiglio è in grande difficoltà.
Aveva tentato la carta del ponte tra Usa ed Europa, ma ora si trova totalmente spiazzata dalla politica guerrafondaia di Trump. Palazzo Chigi ha dovuto perfino riciclare il concetto di diritto internazionale, e comunque, per non rompere con Trump (e Vance), Meloni ha adottato l’antica politica del non aderire né sabotare (che non portò bene alla sinistra socialista storica, ma in fondo a tutto il mondo).
Ma è una politica che non regge. In questa accelerazione bellica, si tratta di fare scelte ora per ora, e non sono possibili tanti equilibrismi propagandistici.
Patetici i tentativi, in tal senso, del ministro degli Esteri, Tajani. Si darà l’ok all’uso delle basi militari americane in Italia?
Ricordiamo tra l’altro che come abbiamo scritto su “terzogiornale”, in Italia, ci sono almeno quaranta ordigni atomici pronti a essere montati sui caccia americani in caso di attacco (vedi qui). A Roma si fa propaganda, nei vari territori, la guerra più o meno ibrida avanza.
Leggiamo su “Collettiva.it”: “Mentre nei palazzi delle istituzioni si richiamano accordi pregressi e si prospetta l’autorizzazione all’utilizzo delle basi statunitensi ai fini bellici, in Sicilia registriamo già traffico militare, allerta operativa, collegamenti satellitari attivi, snodi logistici in funzione.
Stiamo diventando piattaforma operativa, parte della catena bellica e quindi potenziale bersaglio. Noi diciamo no e siamo pronti alla mobilitazione.
Il governo regionale intervenga. Al livello nazionale il parlamento bocci la risoluzione della maggioranza”.
Così la Cgil regionale, l’Anpi e altre associazioni (tra cui Arci, Auser, Federconsumatori, Legambiente, Libera, Uisp) hanno manifestato in una nota “preoccupazione e sconcerto” per quanto sta avvenendo. “La Sicilia non è una portaerei nel Mediterraneo – scrivono –, se viene usata una base strategica nell’ambito di un conflitto, il territorio ospitante diventa di fatto parte di quel conflitto e noi diciamo no”.
Cgil, Anpi e associazioni ribadiscono che “la Sicilia è una comunità politica, non una piattaforma strategica. È terra di pace e la sua storia lo dimostra.
L’Italia non consenta l’utilizzo ai fini bellici delle basi statunitensi che si trovano nell’isola, non si coinvolga la nostra regione esponendola ai rischi del caso”. Droni La guerra – come ci hanno spiegato molti osservatori e studiosi (Michele Mezza, Gianluca Di Feo, Mariarosaria Taddeo e altri) – non si combatte più solo con i carri armati e i missili.
Intelligenza artificiale e droni la fanno ormai da padrone, con tutte le conseguenze anche etiche che questi fenomeni comportano (si arriverà alla bomba intelligente che autodecide?). Anche nel caso della guerra in Iran, le nuove forme di guerra hanno il predominio.
L’uso dei droni è massiccio e generalizzato. Sembra essere l’arma unica.
Un drone ucraino, per esempio, è alla base di un altro episodio di questa guerra anomala che viene poco raccontato. Petroliera fantasma Il ministero degli Esteri russo ha rilanciato ieri l’allarme sulla petroliera della flotta fantasma alla deriva tra Malta e Lampedusa.
“La nave ha subìto gravi danni: a bordo si sentono forti rumori, si segnalano emissioni di gas, la nave si sta inclinando più rapidamente e sono stati avvistati incendi localizzati”, ha dichiarato in un comunicato la portavoce, Maria Zakharova. La Arctic Metagaz, lunga 277 metri, ha a bordo settecento tonnellate di carburante e, dal 3 marzo, quando fu raggiunta da droni ucraini, è alla deriva senza equipaggio.
“Al momento dell’abbandono della nave, nelle sue cisterne erano ancora presenti carburante (450 tonnellate di combustibile pesante e 250 tonnellate di gasolio), oltre a una quantità significativa di gas naturale”. Le autorità maltesi, che stanno collaborando con quelle italiane, hanno predisposto l’intervento di tre rimorchiatori per evitare che il relitto possa entrare nelle acque territoriali dell’arcipelago maltese.
Le forze armate maltesi, nell’ultima settimana, hanno monitorato i movimenti del relitto tre volte al giorno: anche loro stimano che, a bordo della nave, ci siano ancora settecento tonnellate di carburante più il gas liquefatto oggetto del trasporto. “Non sappiamo se sarà possibile salire a bordo e assicurare il relitto ai rimorchiatori, né è stato ancora stabilito dove potrebbe essere trainato, ma stiamo cercando di identificare un punto di sufficiente profondità”, hanno rivelato le fonti maltesi: l’idea sarebbe quella di provocare l’affondamento del relitto che, nonostante i gravi danni, ha ancora intatti due dei suoi quattro depositi di gas ed è ancora in linea di galleggiamento.
Insomma, come ammettono anche le autorità italiane che stanno seguendo il viaggio della nave fantasma, siamo a rischio di una “bomba ecologica”, come l’hanno definita. “I rischi sono enormi, ci si trova di fronte a una bomba ambientale che rischia di fare danni seri in tutta l’area circostante nel Mediterraneo”, ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, durante un collegamento radiofonico dedicato alla Arctic Metagaz, carica di gas e derivati del petrolio, alla deriva nelle acque maltesi.
Un’altra lezione da Hormuz e dintorni. La guerra è sempre distruzione.
Di vite umane e anche dell’ambiente. L'articolo La lezione di Hormuz proviene da Terzogiornale.