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Matteo Meschiari. Le mappe non devono per forza essere esatte
In una popolare striscia a fumetti Mafalda, personaggio creato dal fumettista argentino Qino, viene sorpresa ad appendere una mappa del Pianeta al contrario con l’Argentina e il Sud posti verso l’alto, ribaltando la usuale visione del mondo e mostrando come le carte geografiche non siano neutrali ma riportino spesso il punto di vista della vecchia Europa, ignorando e cancellando le alternative. Un’operazione analoga si trova nel libro “Terre che non sono la mia.
Una controgeografia in 111 mappe” (Bollati Boringhieri 2025) realizzato da Matteo Meschiari, saggista, antropologo e professore di Geografia culturale all’Università di Palermo. Lo abbiamo intervistato.
Professor Meschiari, dal suo libro emerge come le carte geografiche non rappresentino solo il mondo ma anche come questo sia visto da chi le ha disegnate. In che modo?
MM Partiamo da un fatto che ci riguarda: il 99% delle mappe italiane sono state realizzate dall'Istituto geografico militare di Firenze, in particolare tra Ottocento e Novecento. Se ci spostiamo in altri Stati la situazione non cambia.
Ad esempio anche in Francia l’amministrazione centrale e le istituzioni militari svolgevano un ruolo chiave nella mappatura del territorio. Abbiamo perso memoria di questo aspetto in quanto siamo abituati a leggere cartine che sono traduzioni di traduzioni o ad affidarci alle immagini satellitari.
Ma per secoli la cartografia è stata funzionale al potere e ai suoi interessi anche economici e militari. Oggi noi vediamo le mappe come oggetti innocenti ma in realtà per lungo tempo, e in parte ancora oggi, sono state espressione di un'economia capitalista e di una visione del potere neoliberista e coloniale.
Per cui si può dire che ogni carta conserva in sé le tracce della propria funzione. Una mappa fatta nel Settecento in Francia, ad esempio, non era cartina dei contadini che volevano rappresentare la terra in base alle proprie conoscenze e ai propri bisogni ma era l’espressione di chi voleva gestire politicamente quel territorio.
Sulla base di questa logica venivano creati oggetti che incarnavano i desideri di una classe sociale, con interessi spesso in grande disequilibrio con quelli dei più. Nella visione occidentale mappare una terra significava prenderne possesso.
In che modo? E come si è diffuso e normalizzato questo concetto?
MM Quando gli europei si sono spostati verso zone sconosciute dell'Africa, dell'Asia e soprattutto delle Americhe, si sono trovati di fronte a uno spazio illeggibile rispetto ai loro standard. Un paesaggio che, anche per motivi di scala, era caotico, immenso e ingestibile.
La cartografia era dunque il primo gesto di appropriazione del territorio attraverso un modello di percezione dello spazio comprensibile. Le mappe rappresentavano qualcosa di conosciuto, erano strumenti di controllo, un controllo che partiva non solo nel momento della gestione concreta degli spazi, ma proprio dalla loro percezione.
La cartografia arrivava insomma a dotare gli europei di uno strumento molto forte per vincere il senso di disorientamento che le terre sconosciute procuravano. In che modo esaminare le mappe disegnate da altri, quello che lei chiama "controgeografia", può aiutare a scoprire un punto di vista diverso?
MM Per quanto non molto diffuso in Italia, il termine è utilizzato in ambito francofono e anglosassone da almeno una ventina d'anni e nasce nel momento in cui la geografia decide di lanciare uno sguardo critico nei confronti non solo delle politiche locali e della geopolitica internazionale ma anche verso sé stessa, riconoscendo di essere stata per secoli uno strumento nelle mani del potere coloniale. In questo caso il prefisso “contro” non solo assume una valenza fortemente politica, di pensiero antagonista e di denuncia, ma indica anche un più generale rovesciamento di prospettiva.
Una terra cartografata da un occidentale, e quindi molto spesso vista attraverso il suo desiderio conscio o inconscio di conquista, non è la stessa che viene rappresentata da chi quei luoghi li abitava da millenni, ad esempio i nativi del Nord America o del Sud America, dell'Asia o dell'Australia. Controgeografia significa allora riconoscere a questi popoli un sapere geografico, una competenza del territorio, in molti casi una capacità di produrre oggetti che lo rappresentano in modo accurato, manufatti che noi chiamiamo mappe, ma che magari alle mappe come noi le conosciamo non assomigliano.
Si tratta di un'operazione antropologica fondamentale, che invita l'occidentale a compiere un cambio di prospettiva e ad ammettere di non essere l’unico depositario del sapere geografico, ma che al contrario esistono moltissime altre culture che “fanno geografia” in una maniera diversa dalla nostra. Questo lavoro non solamente ci apre a nuove culture ma ci insegna che la nostra prospettiva è solo una tra le tante e forse nemmeno la più penetrante e profonda. [caption id="attachment_231816" align="alignnone" width="2560"] La Mappa di Bedolina in Val Camonica.
Si tratta di una delle più note incisioni rupestri realizzate tra l'Età del Bronzo e la media Età del Ferro © Matteo Meschiari[/caption] È impossibile parlare di colonialismo senza citare la situazione in Palestina. In che modo la cartografia, dalle mappe che rappresentano l’espansione degli insediamenti illegali israeliani fino a quelle che cancellano Gaza e la Cisgiordania, supporta l’occupazione e in che modo è possibile usarla per opporsi?
MM La cartografia è uno strumento a doppio taglio. Da un lato può aiutare a smascherare la violenza di una prospettiva unica, qualunque sia l’orientamento politico di partenza.
Dall’altro può essere uno strumento di propaganda molto potente, in grado di modificare e ovviamente cancellare dati sensibili. Sempre più spesso vediamo mappe costruite ad arte per influenzare l’opinione pubblica, per manipolare l’informazione, perfino per umiliare e scoraggiare il nemico.
Il punto è che la mappa non è mai il territorio. Di fatto non può contenere tutto, deve levare, è costretta a semplificare.
Ma ci sono semplificazioni criticamente oneste e semplificazioni in malafede, e in ogni caso nessuna mappa geopolitica è mai del tutto innocente, perché da qualche parte, scegliendo cosa rappresentare oppure no, altera la realtà per dare nel migliore dei casi una prospettiva parziale, nel peggiore per far passare un messaggio ideologico radicale. La Palestina è una delle terre più cartografate al mondo, e questo dovrebbe farci riflettere sul rapporto tra geografia e verità, ma soprattutto dovrebbe farci riflettere sul fatto che la guerra si combatte non solo con le mappe ma anche nelle mappe.
In questo contesto fare controcartografia significa per me mantenere uno sguardo antropologico saldo, in equilibrio tra giustizia storica e relativismo culturale, cercando sempre quel punto critico che, senza cancellare dolore e indignazione, si appoggia al pensiero complesso, non cede mai alle semplificazioni di parte. Il mio prossimo libro di mappe sarà appunto dedicato alla Palestina. [caption id="attachment_231815" align="alignnone" width="2217"] Matteo Meschiari è saggista, antropologo e professore di Geografia culturale all’Università di Palermo[/caption] Quali criteri ha utilizzato per selezionare il materiale da pubblicare?
MM In partenza ho costruito un archivio personale con circa 500 mappe per lo più etniche, ma per motivi anche di fruibilità editoriale ho ridotto questo numero a 111 selezionandole in modo che fossero il più possibile comprensive di ogni territorio del Pianeta e di ogni epoca della storia. Ad esempio, per il Giappone ce ne sono solo due o tre, per il Pacifico ce ne sono due, per l'Australia cinque.
Diciamo che ho scelto anche in base al mio interesse personale verso alcuni territori, come l’Artico. Ma la selezione è stata anche studiata in modo che ogni reperto potesse rappresentare un principio-chiave della cartografia e della “geograficità” della nostra specie; quindi, non sono solo rappresentative di un'epoca e di un luogo, ma anche di snodi e di paradigmi forti che ci permettono di raccontare la controgeografia attraverso degli esempi concreti.
Ci sono mappe, ad esempio, che sono state scelte perché ci spiegano il rapporto che c'è tra percezione dello spazio e movimento in esso, come ci mostrano i Tuareg, che hanno sviluppato delle capacità di “navigazione” in bilico tra geni e cultura. Un esempio che ci permette di spiegare come il nostro cervello, da un punto di vista neurofisiologico, tende a organizzare la percezione e memorizzazione dello spazio quando è fermo o quando si muove, e come poi la specificità culturale di un luogo e di un popolo contribuiscono a generare strategie di orientamento “locali”.
Ogni mappa non è solo rappresentativa di una curiosità etnica, insomma, ma è anche illustrativa di un modulo cognitivo geografico che si incarna in molteplici esperienze diverse. [caption id="attachment_231817" align="alignnone" width="905"] Le mappe lignee di Ammassalik sono state realizzate alla fine del Settecento da un nativo della Groenlandia per conto di un esploratore danese. Il legno a sinistra rappresenta la successione di insenature e golfi della costa groenlandese, quella a destra la successione delle isole © Matteo Meschiari[/caption] Quali sono le mappe che l’hanno colpita e come queste possono aiutarci a capire il presente?
MM Voglio fare un esempio che risale a più di 25 anni fa quando a Parigi avevo visto in un'esposizione di manufatti Inuit della Groenlandia un oggetto che mi risultava incomprensibile. Si trattava di un legnetto che era stato intagliato con delle forme più o meno incavate o rotondeggianti.
Solo leggendo la didascalia ho realizzato che si trattava di una mappa. Sono le cosiddette mappe lignee di Ammassalik incise alla fine del Settecento da un nativo della Groenlandia orientale su richiesta di un esploratore danese che gli chiese di produrre delle mappe che gli sarebbero servite per navigare lungo un tratto di costa.
Anziché utilizzare carta e matita, anche se le aveva a disposizione, il nativo decise di incidere i tratti di costa per rappresentare in pochi centimetri un’estensione di alcune centinaia di chilometri, un legnetto lungo poco più di una spanna in cui le parti concave rappresentano le baie, mentre le parti convesse sono i promontori. Insieme a questo aveva realizzato un altro legnetto con ingrossamenti simili ai grani di un rosario, che rappresentava la successione di isole antistanti alla costa.
Si trattava di “carte tattili”, che potevano addirittura essere “lette” con le dita al buio. E questo ci racconta due cose.
Prima di tutto della grandissima inventiva e conoscenza geografica dei nativi, che potevano memorizzare anche tratti di costa molto estesi. In secondo luogo, ci mette di fronte a un nostro problema di percezione, e cioè che a volte oggetti che noi non riusciamo nemmeno a riconoscere o a spiegare sono in realtà quello che nella nostra tradizione chiamiamo mappe.
Ecco allora la controgeografia: non solo comprendere come alcuni manufatti distanti dall’idea occidentale di mappa fossero effettivamente tali, ma riconoscere la grande diversità culturale di un intero campo del sapere che chiamiamo "Geografia". © riproduzione riservata L'articolo Matteo Meschiari. Le mappe non devono per forza essere esatte proviene da Altreconomia.