Politica
Condanna a morte per asfissia: il colpo di grazia di Trump contro Cuba e i diritti dei popoli
Il testo che segue è un riassunto dell'articolo Condanna a morte per asfissia: il colpo di grazia di Trump contro Cuba e i diritti dei popoli generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.
Per molti – o, meglio, per quasi tutti – il problema non è, a questo punto, il “se”, ma il “quando”. Con la proclamata e pressoché universale convinzione che, comunque, questo “quando” sia ormai dietro l’angolo.
Questione di giorni, qualche settimana, forse. O, nella peggiore delle ipotesi, una manciata di mesi.
Sessantasette anni dopo la trionfale entrata all’Avana dei “barbudos” – la rivoluzione castrista è infine arrivata al suo capolinea. E, di sicuro, non vedrà l’alba del 2027.
Questo è, di questi tempi, il ritornello della canzone – una canzone alla quale solo manca l’ultima strofa – le cui note vanno in crescendo risuonando, con poche ed assai flebili eccezioni, nell’intero universo mediatico. Cuba è allo stremo.
Cuba è in un vicolo senza uscita. Cuba è una fortezza assediata con di fronte a sé due soli, possibili destini: negoziare, senza alcun potere di scambio, i termini della propria resa, o morire per fame.
Tutto chiaro. Tutto scritto.
Tutto, tranne l’ultimissimo capitolo, la chiusura del cerchio, la classica luce in fondo al tunnel che, in tanta conclamata chiarezza, al momento in realtà non è che un punto oscuro. Impenetrabilmente oscuro.
Le premesse di questa preannunciata (ma non ancora consumata) caduta sono più che note. Da quando, militarmente sequestrato il presidente Nicolás Maduro, il Venezuela è, in petrolifera armonia con quel che resta del vecchio governo chavista, di fatto finito sotto il pieno controllo degli Stati Uniti d’America – “We’re running Venezuela”, noi governiamo il Venezuela, amano ripetere Donald Trump ed il suo Segretario di Stato, Marco Rubio – ogni fornitura di petrolio venezuelano a Cuba s’è interrotta.
Cuba è al buio. Ed al buio è destinata a restare perché Donald Trump ha, nei giorni scorsi, ulteriormente stretto il cappio attorno al collo del moribondo, mobilitando le sue cannoniere nel Caribe ed agitando il suo manganello preferito – quello di altissime tariffe doganali – di fronte a qualunque altro Stato (Messico in prima fila) s’azzardi a mandar all’Avana risorse energetiche di qualsivoglia tipo.
La tecnica usate è quella, antica, del colpo di grazia. Inflitto, in questo caso, non con la classica pistolettata alla nuca, ma per asfissia.
Ed è certo un fatto che respirare va di giorno in giorno diventando più difficile, o pressoché impossibile, in quel di Cuba. Giusto ieri il governo ha comunicato alle compagnie aree di non essere più in grado di rifornire di carburante i jet che atterrino in uno qualsivoglia degli aeroporti dell’isola.
Il turismo – da anni, ormai, prima fonte di reddito per il Paese – è di fatto paralizzato. Poche migliaia d’anime perdute che – stando ad ufficiosi, ma più che credibili calcoli – sono state ora strategicamente concentrate in soli quattro hotel, gli unici che ancora siano in grado di garantire servizi ad un accettabile livello.
Le strade dell’Avana appaiono deserte. Gli ospedali – perle d’un sistema sanitario un tempo orgogliosamente ostentato come uno dei grandi successi della rivoluzione – funzionano al minimo come, del resto, pressoché tutti i servizi pubblici.
E questo minimo va, di ora in ora, pericolosamente avvicinandosi allo zero. Cuba appare, in queste ore, immersa in una calma surreale.
La classica calma, secondo molti, che precede la tempesta. O, più probabilmente, quella che lentamente scandisce i tempi d’una rassegnata attesa del peggio.
Piazze vuote, nessuna protesta. Silenzio e code (silenziose code) in un paese che, ormai da decenni, in coda consuma gran parte della propria quotidianità.
Ed è con apparente calma che a quest’assedio ha fin qui risposto anche il governo di Miguel Díaz-Canel, pallido erede del carisma della dinastia castrista. Lo ha fatto, Díaz-Canel, annunciando drastiche contromisure economiche che, di fronte all’enormità della crisi, in realtà non sembrano che palliativi, o preventivi alibi, in vista d’una preannunciata catastrofe.
Orari di lavoro ed orari scolastici ridotti. Trasporti pubblici bloccati.
Tutte mosse che, in effetti, altro non sono che l’implicito (ma leggibilissimo) preludio d’una ormai prossima economia di pura sussistenza. “Presto – ha detto Díaz-Canel – sarà necessario provvedere ai bisogni alimentari della popolazione usando quel che si produce localmente”.
E lo ha fatto, il presidente della Repubblica di Cuba, tornando a ribadire quel che – oggi da molti media spacciato come la “inedita” premessa d’una resa senza condizioni – Cuba va praticamente da sempre dicendo al “grande vicino del nord” che l’assedia. Vale a dire: sottolineando come – contrariamente a quel che Trump afferma a giustificazione della sua politica di terminale asfissia economica – Cuba non rappresenti alcuna minaccia “terrorista” per la sicurezza degli Usa.
E come sia, al contrario, disposta, su basi egualitarie, di reciproco rispetto e di non interferenza, ad avviare un dialogo su tutti i temi di reciproco interesse. Lotta al terrorismo e al narcotraffico, criminalità finanziaria internazionale, immigrazione, sicurezza… Parole, queste, che – se giudicate in superficie – risuonano in anodino contrasto con la disperata realtà del paesaggio.
E che – come la quasi totalità degli analisti sembra credere – forse davvero non sono, in prossimità della morte per fame, che un primo inerziale passo verso un’ormai inevitabile caduta. Tutto può essere.
Tutto è “forse” in questa Cuba che, con la garrota di Trump attorno al collo, sta camminando verso l’abisso. E tuttavia una cosa è certa: nella loro apparente pacatezza, quelle parole richiamano almeno un paio di storiche verità.
Ed invitano a rimandare – o quantomeno a sospendere fino a nuovo ordine – la scrittura d’ogni necrologio. Havana – Scorci della citta’ dell’ havana, Cuba.
La prima verità è, ovviamente, questa. Non è la prima volta (né la seconda, né la terza volta) che la rivoluzione cubana viene data per spacciata.
Lo stato d’assedio – con il correlato annuncio d’una morte imminente – è anzi stato, fin dai primi vagiti del castrismo, parte integrante, imprescindibile d’una storia che, oggi finita nel vicolo cieco documentato dalle cronache, a Cuba ha regalato dignità e miseria, libertà e oppressione, gloria e vergogna. Impossibile è comprendere la storia del castrismo (e la sua deriva sovietico-totalitaria) separandola da quella dell’ “embargo”, una prepotenza che, ormai obsoleta e ridicola, resta egualmente la feroce espressione d’una imperiale volontà di rivincita.
Non è stato certo “solo” per l’embargo che, contro le sue stesse premesse (leggere, a tal proposito, il celeberrimo “La Historia me absolverà”, il discorso da Castro pronunciato in sua difesa durante il processo per l’attacco al Cuartel Moncada, nel luglio del 1953), il castrismo è diventato dittatura. Ma certo è che dittatura ed embargo sono da sempre – l’una come alimento dell’altro, causa ed al tempo stesso effetto – inseparabili parti d’una stessa storia.
E di una storia che, dal lato cubano è stata – e continua ad essere – soprattutto una storia di sopravvivenza. Spacciata, la rivoluzione cubana era stata data già agli albori del 1961, quando, a fronte delle prime riforme ed espropriazioni del nuovo governo, per scontata veniva data una prossima invasione (diretta o per procura) degli Stati Uniti.
Invasione che in effetti fu (aprile 1961, Bahia Cochinos), ma solo per essere sconfitta in quella che, nonostante tutto, resta una pietra miliare nella storia dell’antimperialismo latino-americano. E spacciata Cuba venne di nuovo data sul finire del 1962 quando, in risposta a quella sconfitta – e, ancor più, alla famosa “crisi dei missili” che, nell’ottobre di quell’anno, aveva trascinato il mondo sulle soglie d’una guerra atomica – John Fitzeral Kennedy emanò la “Proclamation 3447” che dell’embargo fu, in effetti, l’atto di nascita.
E che fu anche, in parte sostanziale, il momento di finale consolidamento della “sovietizzazione” della rivoluzione. Spacciata, anzi, spacciatissima, quella medesima rivoluzione – che pure per dirla alla Berlinguer, aveva ormai da tempo esaurito ogni “spinta propulsiva” – era stata di nuovo data agli inizi degli anni ’90, a fronte della dissoluzione dell’Unione Sovietica e di quello che, della rivoluzione, era stato, perlopiù in termini assistenziali, il sistema economico di riferimento.
Uno shock che, tra il 1992 ed il 1995, aveva comportato una caduta del 50 per cento del PIL. E ch’era anche stata la causa prima, nel 1994, d’una serie di proteste popolari (su tutte, il famoso “malenconazo” nel mese d’agosto) e d’una massiva (e dal potere favorita) ondata migratoria su imbarcazioni di fortuna.
La sopravvivenza assunse, in quell’occasione, un nome d’acchito trasformatosi nel “titolo” d’una estrema forma d’austerità, poi a sua volta diventata – a conferma dell’intrinseca contradditorietà della vita in quel di Cuba – un permanente modo di vita: “Periodo Special en tiempo de paz”.
Così lo battezzò Fidel Castro. Quel periodo è durato, tra alti e bassi, fino ad oggi.
Speciale e, al tempo stesso, assolutamente, disperatamente normale. Normale come la vita quotidiana.
Normale come la sistematica repressione d’ogni forma di dissenso. Havana – Scorci della citta’ dell’ havana, Cuba.
È attraverso questa disperata normalità che Cuba ha affrontato, sopravvivendo, un altro momento di “morte annunciata”. È accaduto tra il 2006 ed il 2008, quando – prima perché gravemente malato e poi per un forzato passaggio al “plan pijama”, il piano pigiama, come in gergo popolare viene sarcasticamente chiamato il pensionamento dei dirigenti d’alto rango – Fidel Castro ha abbandonato il bastone d’un comando che era, fin lì, stato assoluto, indiscutibile ed incontrastato.
Sacralmente incontrastato. Al punto che, fino ad allora, tutti i “nuovi leader” che – come Icaro con il Sole – al suo trono troppo s’erano avvicinati, erano stati da lui, per le più varie ragioni, bruciati ed abbattuti.
Cuba, spiegarono allora gli analisti più accorti, sopravvisse al mancato rinnovamento generazionale ed all’assenza (appena attenuata da periodiche e piuttosto squinternate “riflessioni” sul Granma) del suo grande e ieratico leader, per una semplice ragione. Perché – al di là del pur essenziale carisma del suo fondatore – la Rivoluzione (o quel della rivoluzione restava) si reggeva su tre pilastri che, sebbene da questo carisma alimentati, godevano d’una vita e d’una forza propria: il partito comunista, ovvero, quella che ancor oggi, nonostante la riforma “liberale” del 2019, la Costituzione definisce “forza dirigente superiore della società e dello Stato”.
Le Forze armate, con tutti i connessi – polizia, servizi segreti – strumenti di repressione. E, infine, l’apparato di controllo-consenso (i Comitati di Difesa della Rivoluzione, i sindacati, le varie associazioni di categoria) che per decenni hanno rappresentato la società civile cubana (o che, come non pochi con eccellenti argomentazioni sostengono, hanno impedito lo sviluppo d’una vera e libera società civile).
E proprio questa, a fronte del “colpo di grazia” in corso d’opera, è oggi la vera domanda. Sono ancora in piedi questi tre pilastri?
Molti sembrano convinti che non lo siano. E che proprio in questo loro ormai compiuto dissolversi stia, in queste ore, la natura terminale della crisi.
La caduta – continua a ripetere il ritornello dei media al quale all’inizio dell’articolo si accennava – è a questo punto inevitabile. Caduta per quali vie?
E in direzione di che cosa? Qui tutto diventa tenebra.
Il futuro di Cuba è, oggi, un enorme punto di domanda. Ma dal passato continuano, inequivocabili, a sgorgare verità antiche che, se non offrono una definitiva risposta in merito a quel che sarà, sono indispensabili per capire quel che fu e quel che continua ad essere.
Un dato innanzitutto. Cuba non è mai stata, per gli Stati Uniti d’America, un paese come un altro.
È stata, al contrario, fin dai giorno della Dichiarazione d’Indipendenza, la vera e più immediata unità di misura delle sue imperialistiche ambizioni d’emergente potenza continentale. D’una possibile, anzi, “inevitabile” annessione di Cuba già avevano dissertato Thomas Jefferson, Benjamin Franklin e John Adams.
Ed è di fatto a Cuba che, agli albori del XX secolo, l’imperialismo USA ha conosciuto il suo vero battesimo allorquando – in una simulazione di aiuto militare alla insurrezione antispagnola – ha di fatto rubato la vittoria che i patrioti cubani già avevano, al termine di d’una più che trentennale e sanguinosa lotta, di fatto conseguito. Voleva essere una nazione libera e indipendente, Cuba.
Divenne invece, grazie a quel “generoso” intervento, un classico protettorato nella cui “democratica” Costituzione, un articolo – il famigerato “emendamento Platt”, agli USA riservava un assoluto diritto di intervento – politico o militare, a seconda delle circostanze – negli affari interni della nuova Nazione. Ed è in questo protettorato che, come in un laboratorio, gli Stati Uniti hanno a partire da allora, uno dopo l’altro sperimentato tutte le possibili varianti di pratica imperialista.
Interventi armati, occupazioni militari, “nation building” e “regime change”, imposizioni costituzionali e nomine di presidenti-burattini, organizzazione di formazioni para-militari, penetrazione e dominio economico (nel ’59 più di metà dell’economia cubana era nelle mani di corporazioni americane), assoggettamento culturale, imposizione, nella forma di diplomazia-capestro, di trattati permanenti (vedi la ancor attiva base di militare di Guantánamo). E poi, dopo il ’59, sanzioni commerciali, operazioni clandestine, terrorismo, propaganda radiofonica, tentavi di omicidio (diverse decine quelle documentate ai danni di Fidel Castro)… Oggi, partendo da quel che è accaduto – e continua ad accadere – in Venezuela, molti si chiedono chi, a fronte della imminente e, per l’appunto, inevitabile caduta del regime, possa essere il, o la, Delcy Rodríguez della situazione.
Ovvero: quale tra i rappresentanti dell’attuale regime possa trasformarsi nel “hombre nuevo”. Non, ovviamente nel senso che, negli anni eroici, Che Guevara attribuiva al termine, ma in quello di garante d’una transizione nella direzione imposta da chi, mentre Cuba è con la corda al collo, manovra la leva del capestro.
E si fanno anche – su basi che appaiono in verità alquanto fragili e vaghe – un paio di nomi. Quello di Alejando Castro Espín, figlio di Raúl, anni fa assurto all’incarico di responsabile dell’intelligenza cubana, mai poi misteriosamente svanito nel nulla.
Per poi ancor più misteriosamente riapparire, giusto in questi giorni, al lato del presidente Díaz-Canel. E, ancora, quello di Oscar Pérez Oliva Fraga – anche lui parte della vecchia famiglia reale, essendo nipote di Angela Castro la più anziana delle sorelle di Fidel e Raúl – attuale ministro del Commercio Estero, nonché gestore di GAESA, la poderosa impresa turistica di proprietà delle Forze Armate.
Dettaglio, questo, che ha spinto qualcuno ad ipotizzare – memore delle macabre fantasie trumpiane sulla Gaza-Riviera – possibili accordi per la proliferazione di Trump Luxury Beach Resorts lungo le bianche spiagge del Caribe Cubano. Sciochezze?
Si vedrà. Di certo ci sono due cose.
La prima: Cuba non è il Venezuela.
E, al di là delle fantasie sui Trump Beach Resorts, non ha nulla – petrolio o altri preziosi – in grado di saziare, in una logica di do ut des, gli appetiti del drago imperiale. Nulla, ovviamente, tranne la propria morte per soffocamento.
E proprio questo è quel che, in un recentissimo comunicato, hanno con forza sottolineato i vescovi cubani. Nulla di buono, nulla di umano – hanno scritto in sostanza – può scaturire da una politica fondata sul ricatto e sull’aumento delle sofferenze del popolo.
La crudeltà non paga. La seconda: dovesse davvero, come quasi tutti pronosticano, definitivamente chiudersi l’esperienza della rivoluzione cubana, non vi sarebbe, oltre il capolinea, alcuna “liberazione”.
Perché quello che in questi giorni galleggia nell’aria non è il profumo di una democrazia ritrovata, ma il tanfo rancido del più classico e vieto colonialismo. La definitiva caduta del castrismo porta con sé, non la riaffermazione d’una identità nazionale, ma, come già tra il 1898 ed il 1902, la sua coloniale distruzione.
Un buon motivo di riflessione, questo, per quanti, a destra, alla identità nazionale attribuiscono un imprescindibile valore. Questo è quel che ci dice la Storia.
E, senza possibilità di equivoci, questo è quel che conferma la cronaca. Basta per questo ascoltare i reportage da Minneapolis o, ancor meglio, leggere quello che il medesimo Donald Trump afferma nei documenti, che vecchi di solo un paio di mesi, definiscono la sua nuova “Strategia per la Sicurezza Nazionale”.
O quella che è stata prontamente ribattezzata “Donroe Doctrine”. “Don” come Donald e “Roe” come James Monroe, quinto presidente degli Stati Uniti che, per primo, nel 1823, teorizzò i diritti egemonici degli USA sul l’intero continente americano.
Quella che sta strangolando Cuba non è un’America che va “esportando democrazia” (con tutte le ambiguità e gli orrori che questo termine s’è storicamente trascinato appresso). È, al contrario, un’America che, dopo un quarto di millennio, la democrazia la va sistematicamente distruggendo in casa propria e in tutto quello che va sotto il nome di “Occidente”.
Qualunque cosa si pensi della rivoluzione castrista – dei suoi successi o dei suoi fallimenti, della sua vera natura, dei suoi meriti, dei suoi crimini o dei suoi tradimenti – la sua morte rappresenta oggi, per i tempi ed i modi del suo arrivo, una sconfitta per chiunque ancora creda nei diritti dei popoli. Vale più che mai la pena – non per nostalgia, ma per democratica necessità, e non solo a sinistra – tornare oggi a gridare, come ai tempi belli:
Cuba sì, yankee no. L'articolo Condanna a morte per asfissia: il colpo di grazia di Trump contro Cuba e i diritti dei popoli proviene da Strisciarossa.