Politica
UK: l’ascesa della sinistra ecologista in grado di battere la destra
Nel suo libro del 1977 “The break up of Britain”, il grande intellettuale scozzese Tom Nairn descrive il Regno Unito con l’epiteto Ukania, un riferimento alla Kakania con cui cinquanta anni prima lo scrittore austriaco Robert Musil si riferiva agli aspetti più arcaici e irrazionali degli ultimi giorni dell’impero austroungarico. La tesi di Nairn è che l’Ukania, avendo beneficiato dell’essere il primo stato a modernizzarsi con la Rivoluzione Industriale e tramite questa a costruire tramite la dominazione dei mari l’impero britannico, non ha mai saputo costruire un processo di autoriforma che lo mettesse nelle condizioni di affrontare la fine dell’impero, e che, esattamente come fu il caso per l’impero di Vienna, appare ineluttabilmente destinato a dissolversi nelle sue nazioni costituenti.
Bisogna partire da qui per capire la crisi politica, istituzionale e costituzionale che attraversa il Regno Unito da due lustri, crisi che ha un carattere strutturale più profondo di quella di molti altri sistemi politici europei, pur messi alla prova da populismo, social media e in generale dalla crisi della democrazia rappresentativa. Della profondità di questa crisi si è accorto il mondo nel Giugno di 10 anni fa, quando gli elettori dell’Inghilterra ma non quelli della Scozia e dell’Irlanda del Nord, votarono in un referendum a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.
Iniziava così la Brexit, ovvero un lungo periodo di crisi istituzionale e costituzionale (si ricordi la sospensione del Parlamento di Boris Johnson prima dell’approvazione dell’accordo con la UE nel 2019), instabilità politica (sei primi ministri in dieci anni, un ritmo da Prima Repubblica in Italia) e declino economico (secondo fonti autorevoli l’impatto economico della Brexit è costato finora otto punti di PIL). Dieci anni dopo, il Regno Unito si trova alla vigilia di un altro terremoto politico e costituzionale.
Il prossimo 7 Maggio si terranno importanti elezioni per il rinnovo dei parlamenti devoluti di Scozia e Galles insieme a una significativa tornata di elezioni locali in Inghilterra. Queste elezioni non hanno ancora avuto molta attenzione in Europa, eppure prefigurano uno scenario che ha il potenziale di lasciare un segno indelebile nella storia britannica ed europea.
Il contesto principale riguarda la crisi terminale della premiership di Keir Starmer. Il leader laburista, eletto come successore di Jeremy Corbyn dopo la sconfitta di questi alle elezioni del Dicembre 2019, risulta estremamente impopolare.
A quasi due anni dalla vittoria elettorale – con il 34% dei voti, la più bassa percentuale mai ottenuta da un partito vincitore delle elezioni nella storia della democrazia moderna britannica – il partito laburista arranca nei sondaggi con circa la metà di quel già risicato consenso. Le cause dell’impopolarità di Starmer sono moltissime: dall’assenza di visione alla linea politica incerta e ipermoderata, dal servilismo nei confronti di Donald Trump alla scelta di mantenere il suo “Brexit reset” solidamente ancorato alle linee rosse di Boris Johnson (no al mercato unico, all’unione doganale e alla libera circolazione delle persone), dall’ostilità verso la sinistra e la democrazia interna che lo ha portato addirittura a espellere, nel 2020, lo stesso Corbyn (generando un’emorragia di iscritti), fino alla linea durissima contro l’immigrazione e contro le proteste per il genocidio a Gaza (con la proscrizione di un’organizzazione di solidarietà alla Palestina che ha portato a migliaia di arresti).
Neanche sono mancati gravissimi errori di giudizio come la nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti nonostante fosse nota l’amicizia dell’ex ministro di Tony Blair con Jeffrey Epstein. Keir Starmer si fece peraltro eleggere leader del partito laburista con un programma che prometteva di mettere i diritti umani al centro della politica estera, di fare del Regno Unito una forza per il diritto internazionale, di approvare una “legge sulla prevenzione degli interventi militari”.
Oggi Starmer promuove un’ambigua collaborazione del Regno Unito all’aggressione israelo-americana all’Iran, a giorni alterni negando o fornendo l’uso delle basi britanniche, a seconda del criptico criterio se i missili colpiscano l’Iran a scopo offensivo o difensivo. Per tutti questi motivi, i sondaggi certificano la prospettiva che il partito di Starmer perda oltre la metà dei seggi attualmente detenuti nei council inglesi e nei parlamenti devoluti di Scozia e Galles.
Si tratterebbe di una batosta tale da rendere quasi certa una crisi di governo. Starmer insomma ha le settimane contate a Downing Street e un cambio alla guida del governo nel 2026 appare scontato.
L’ascesa dei verdi Per mesi, la narrazione dominante ha raccontato che a beneficiare del crollo del partito di governo sarebbe stato Reform, il partito dell’estrema destra populista guidato da Nigel Farage, vecchia volpe del nazionalismo anglo-britannico che avvelena da anni il dibattito pubblico con invettive contro gli immigrati e fervore militante per la Brexit. Nonostante i segnali di calo causati dalla vicinanza a Trump, per oltre un anno Reform è stato stabilmente il primo partito nei sondaggi, oscillando tra il 25 e il 30% dei consensi, percentuali potenzialmente sufficienti, in un sistema elettorale puramente maggioritario, a garantire una maggioranza assoluta nella Camera dei Comuni.
E tuttavia la vera novità della fase politica britannica ha un altro colore – o una varietà di colori, a giudicare dallo “scandalo” tra i commentatori più paludati generato a inizio marzo dalla camicia rosa, il gilet color lavanda e i pantaloni verde lime indossati nel discorso di insediamento dalla neodeputata Hannah Spencer, che fino a due mesi fa faceva l’idraulica, catapultata al centro della politica nazionale dall’elezione suppletiva svoltasi lo scorso Febbraio nella periferia sud-est di Manchester. In uno dei seggi più sicuri per il Labour a livello nazionale, in cui il partito aveva sempre vinto nel corso dell’ultimo secolo, ad arrivare prima è stata invece la giovane (34 anni) candidata verde, determinata esponente della working class mancuniana con un messaggio di uguaglianza sociale e giustizia ambientale.
A lei sono transitati la metà secca dei consensi laburisti delle politiche del 2024, permettendole di battere tanto la candidata Labour quanto quello di Reform, l’ex accademico Matt Goodwin divenuto famoso per i suoi libri sulla working class pro-Brexit. La suppletiva di Manchester ha dato dunque un responso molto chiaro a due domande che circolavano con insistenza nella politica britannica, ovvero se sia inevitabile un trionfo di Farage alle prossime politiche e se andasse preso sul serio il nuovo corso dei verdi inglesi.
E se la risposta negativa alla prima domanda dà speranza all’Inghilterra europeista e antifascista, la risposta positiva alla seconda impone un esame attento della profonda trasformazione del partito ecologista. Nato nella metà degli anni Ottanta e a lungo ai margini della politica britannica (fino alle scorse elezioni aveva una sola deputata, Caroline Lucas, eletta nell’iperprogressista Brighton), il partito verde quadruplica i seggi nel 2024, grazie al voto di protesta anti Starmer che porta i verdi a un 7% mai raggiunto prima.
Un’ulteriore svolta avviene con l’elezione a segretario del candidato della sinistra del partito Zack Polanski che imprime un deciso riposizionamento strategico. Polanski infatti stravince il congresso proponendo una svolta eco-populista che mira a catturare i consensi dell’elettorato progressista deluso da Starmer, utilizzando toni più duri e intrecciando la questione ambientale a quella sociale.
Se va senz’altro ricordato che i verdi britannici sono sempre stati di sinistra, con politiche socialiste (come le nazionalizzazioni e la richiesta di tassare maggiormente la ricchezza), va detto che queste politiche erano declamate a complemento di quelle per la transizione contro l’emergenza climatica, da un partito che ha sempre usato toni pacati e dialoganti. Polanski ha vinto proponendo di ribaltare questo approccio con una narrazione aggressiva verso l’establishment economico e un governo la cui politica ha definito “spregevole” fin dalla prima conferenza stampa dove ha anche chiarito che l’obiettivo sarà tentare di sostituirsi al Labour, non allearvisi.
La crisi del Labour affossato da Starmer La suppletiva di Manchester dimostra come questa strategia sia popolare presso l’elettorato in modo proporzionale all’impopolarità di un governo che pare alla mercé dei nuovi rivali. La mancanza di dibattito interno al partito laburista sugli errori di Starmer ha reso difficile analizzare la situazione lucidamente e Starmer pare oscillare tra due strategie contraddittorie: da una parte minimizza la minaccia descrivendo i verdi come forza marginale il cui unico effetto sarebbe quello di sprecare voti e far vincere la destra, dall’altra li equipara direttamente alla destra come pericolosi populisti, addirittura in grado di mettere a rischio la sicurezza nazionale.
L’unico effetto di questi attacchi pare però quello di dare maggiore risalto alla lucidità delle critiche di Polanski alla Nato, quando le articola spiegando come sia difficile rimanere in un’alleanza militare con Trump mentre questi piccona l’ordine internazionale, aggredisce illegalmente l’Iran e continua a voler annettere la Groenlandia, territorio della Danimarca, ovvero della Nato. La realtà è che è Starmer a sembrare confuso sullo scenario internazionale e, anche per questo, a essere vulnerabile ad attacchi da sinistra su molti fronti su cui Polanski ha le carte in regola per criticarlo.
Proviene da una famiglia ebrea, sfuggita a persecuzioni antisemite in Lituania e all’occupazione nazista della Polonia, un profilo che dà credibilità sia alla sua denuncia di genocidio a Gaza quanto a quella di fascismo, categoria che usa per inquadrare tanto Trump quanto Farage. Un passato da attore di teatro immersivo, Polanski è un personaggio di indubbio talento comunicativo.
Anche se non ne parla molto, le sue opinioni sulla Brexit sono nette: prima di iscriversi ai verdi nel 2017 era un candidato liberaldemocratico al comune di Londra, il suo primo momento di notorietà arrivò dopo il referendum sulla Brexit per una contestazione allo scarso europeismo di Corbyn. Vive ad Hackney, nel cuore della Londra est, multiculturale e multirazziale.
Molti sondaggi segnalano che i verdi sono già avanti al Labour e alcuni li mettono appaiati a Reform. Sarebbe riduttivo attribuire solo al carisma e al profilo di Polanski questa crescente popolarità.
Oltre a lui al congresso sono stati eletti tutti i candidati della sinistra del partito, a partire dai due vice leader Rachel Millward e Mothin Ali (quest’ultimo un ex corbynista di origini bengalesi). Una svolta netta che riflette il fatto che una quota degli attivisti millennial che avevano costituito il nerbo del movimento che aveva portato Corbyn alla guida del Labour per poi abbandonare il partito (spesso in seguito a espulsioni), si sono in questi anni iscritti ai verdi (i cui iscritti sono lievitati da 60 mila a 220 mila), proprio nel tentativo di costruire un’alternativa di sinistra alla deriva destrorsa di Starmer.
Tra questi anche leader di movimenti studenteschi, gruppi sociali ed europeisti e think tanks progressisti che hanno dato forza e spessore culturale alla componente socialista dei verdi. La candidatura di Polanski nasce da strategie maturate negli anni in questo milieu culturale figlio dell’anima giovane del corbynismo che ha portato una ventata di freschezza e che viene presa sul serio anche dai sindacati, corteggiati da Polanski e in predicato di rompere lo storico legame ombelicale con il Labour.
Chi sembra essere rimasto al palo è invece proprio Jeremy Corbyn, che ha atteso troppo a lungo per il lancio del suo nuovo movimento. La costituente di quello che si chiama al momento Your Party è stata inaugurata soltanto la scorsa estate insieme a un’altra deputata dimessasi dal Labour, Zarah Sultana.
Un’esperienza fin dall’inizio caratterizzata da confusione organizzativa e scontri intestini tra gli entourage dei due promotori. Anche per questo quasi certamente non vi saranno che una manciata di candidati corbynisti nelle elezioni di maggio.
Il passaggio al partito dei verdi di molti di quanti avevano sostenuto Corbyn ha tolto linfa e spazio vitale al suo nuovo progetto, a cui si rimproverano inoltre ambiguità, dallo scarso sostegno all’Ucraina, alla posizione indefinita sulla Brexit, al silenzio sulle questioni costituzionali. Forze politiche indipendentiste ed europeiste È precisamente su queste ultime questioni che i verdi hanno il profilo più interessante da una prospettiva europea, a partire dalla struttura stessa del partito: i verdi di Inghilterra e Galles sono un partito autonomo e distinto dai verdi scozzesi, che sono storicamente a favore dell’indipendenza dal Regno Unito.
Entrambi i partiti sono ideologicamente repubblicani ed europeisti, parte della famiglia verde europea, convinti che la Brexit sia dannosa e vada superata, dunque a favore dell’immediato ritorno nell’unione doganale europea. Vogliono l’abolizione della Camera dei Lord e la sostituzione del monarca con un capo di stato eletto e chiedono con forza anche la riforma del sistema elettorale in senso proporzionale.
Vogliono insomma trasformare le nazioni del Regno Unito in moderne repubbliche europee – a partire dalla Scozia, che potrebbe farlo con l’indipendenza. Peraltro i due leader del partito verde scozzese, Gillian Mackay e Ross Greer, condividono la postura radicale del partito anglo-gallese – per esempio sono stati denunciati pubblicamente dal vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance per aver fatto approvare nel parlamento scozzese una legge che vieta le proteste fuori dalle cliniche per l’aborto.
I verdi scozzesi sono dunque in una posizione ideale per massimizzare i consensi a sinistra e recuperare il ruolo di partner di governo accanto agli indipendentisti del Partito Nazionale Scozzese che i sondaggi danno come i vincitori nelle elezioni per il rinnovo del parlamento. Se così andrà, sarebbe la quinta vittoria consecutiva per il fronte indipendentista, al governo dal 2007, cosa che renderebbe ancora più ingiustificabile un veto all’ennesima richiesta di un referendum sull’indipendenza che dopo la Brexit assume appunto anche la volontà di un ritorno nella UE.
Se le elezioni scozzesi rischiano di generare un senso di déjà vu, quelle gallesi hanno invece il potenziale di innescare una nuova dinamica. Per la prima volta in un secolo (in Galles il Labour domina fin dagli albori del Novecento) e senz’altro dall’apertura del Parlamento gallese, nel 1999, il partito laburista quasi certamente perderà le elezioni.
I sondaggi li danno quindici punti sotto al Plaid Cymru, il partito europeista e indipendentista gallese che ha visto i propri consensi esplodere durante l’era Starmer. Anche in questo caso i verdi gallesi, ai quali Zack Polanski ha già accordato la facoltà di diventare un partito indipendente da quello inglese, saranno con ogni probabilità i naturali partner di governo.
Sebbene un serio piano di indipendenza del Galles non sia ancora stato formulato e sarà senza dubbio rimandato, ci sono concrete possibilità che per la prima volta nella storia, Scozia, Galles e Irlanda del Nord (dove il primo ministro è espressione di Sinn Féin, che vuole la riunificazione irlandese) ovvero tre delle quattro nazioni costituenti il Regno Unito, saranno governate da forze politiche indipendentiste ed europeiste. Il ruolo dei verdi inglesi allora ha davvero un potenziale rivoluzionario.
Se sul piano della dinamica politica in Inghilterra possono offrire la prima vera alternativa di sinistra al Labour in oltre un secolo, ovvero da quando, all’inizio del ‘900, con l’estensione del suffragio universale, il Labour soppiantò i liberali come principale alternativa ai Tories, sul piano più istituzionale del Regno Unito i verdi possono essere la forza collante di un processo di riforma costituzionale che si gioca come abbiamo visto su molti piani (dalla riforma elettorale alla forma di governo) e che si lega a sua volta al tema del ritorno nell’Unione Europea. Si tratta di uno di due esiti possibili a fronte di uno status quo che sta franando a vista d’occhio.
La disaffezione verso i partiti tradizionali, Labour e Tories (che nella suppletiva di Manchester non arrivavano al 30% in due), esprime un più generale rigetto dell’establishment e delle sue istituzioni, a partire da Westminster e Buckingham Palace. E infatti sia i verdi che Reform esprimono opzioni di riforma radicale dello stato, puntando a democratizzarlo in senso repubblicano ed europeo i primi, centralizzandolo e spingendolo verso gli Usa con una direzione autoritaria i secondi.
L’ago della bilancia di questa grande crisi delle istituzioni londinesi potrebbe allora essere proprio nelle nazioni devolute, che sono strutturalmente alleate all’Inghilterra europeista e antifascista che oltre ai Verdi vede anche i liberaldemocratici e le forze di sinistra rimaste fuori e dentro al Labour, posto che non sarà Starmer a guidare la Gran Bretagna progressista alle prossime elezioni politiche. Come non si stanca di ripetere Polanski, ribaltando lo slogan di Trump, è arrivato il momento di make hope normal again (rendere la speranza di nuovo normale).
Di fronte alla deriva autoritaria globale, difficile esprimere meglio questo bisogno di speranza e normalità che arriva dall’Inghilterra ecologista. CREDITI FOTO:
Il leader del Partito Verde Zack Polanski (al centro) partecipa a un evento post-elettorale insieme alla candidata vincente dei Verdi Hannah Spencer (seconda da destra) dopo lo scrutinio della suppletiva di Gorton e Denton a Manchester, Gran Bretagna, 27 febbraio 2026. ADAM VAUGHAN/ANSA L'articolo UK: l’ascesa della sinistra ecologista in grado di battere la destra proviene da MicroMega.