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Sudan: assistenza umanitaria dal basso e decolonizzazione dell’aiuto
Il testo che segue è un riassunto dell'articolo Sudan: assistenza umanitaria dal basso e decolonizzazione dell’aiuto generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.
La guerra civile in Sudan, scoppiata nell’aprile 2023, è stata descritta dalle Nazioni Unite come una delle peggiori catastrofi umanitarie che il mondo abbia mai visto negli ultimi anni. A scatenarla sono stati i due “uomini forti” del Paese.
Da un lato, il generale Abdel Fattah al-Burhan, diventato presidente nel 2021 con un colpo di stato. Grazie a cui aveva deposto l’esecutivo civile-militare di transizione formato nel 2019, dopo la caduta del dittatore Omar al-Bashir.
Dall’altro lato, il generale Mohamed Hamdan Dagalo (meglio conosciuto come Hemedti), tra il 2021 e il 2023 vice di al-Burhan, oltre che comandante delle Rapid support forces (Rsf), una milizia paramilitare erede dei janjaweed (responsabili delle violenze durante il conflitto scoppiato in Darfur nel 2003). Conflitto e crisi umanitaria Oggi, il Sudan è spaccato in due.
Sul terreno, paramilitari ed esercito nazionale se ne spartiscono il controllo. Se i primi hanno la loro roccaforte nella regione del Darfur e ambiscono al controllo dell’intero Kordofan, il secondo si concentra sul Mar Rosso, nell’area di Port Sudan (non a caso diventata capitale provvisoria, al posto della più contesa Khartoum).
Sul piano politico, invece, al governo di al-Burhan (riconosciuto dalla comunità internazionale come legittimo rappresentante del Paese) si contrappone quello di Hemedti. Il quale gode del sostegno, più o meno esplicito, di alcuni Stati della regione (come Kenya ed Etiopia) e di potenti alleati internazionali come gli Emirati Arabi Uniti.
Ma, mentre i due “uomini forti” si contendono il controllo politico e militare del Sudan, a pagare le conseguenze del conflitto sono i civili. Se le statistiche ufficiali riportano di sole 14.000 vittime, il reale numero è molto maggiore, intorno alle 150.000.
Gli sfollati sono 14 milioni (su 50 milioni di abitanti). Di questi, quattro milioni si sono rifugiati negli Stati vicini.
A metà 2025, secondo l’Integrated food security phase classification (strumento per monitorare l’insicurezza alimentare nel mondo), pressoché tutte le regioni sudanesi erano in uno stato di insicurezza alimentare acuta o carestia. Mentre violenze e abusi nei confronti dei civili, da parte di entrambe le fazioni, sono sistematici.
Pochi aiuti Secondo le Nazioni Unite, più della metà della popolazione – circa 30 milioni di persone – necessita urgentemente di assistenza umanitaria. Ma buona parte degli aiuti non arriva nel Paese.
Un po’ per la riluttanza degli operatori a intervenire in un contesto altamente volatile e dall’insicurezza marcata. E un po’ perché entrambe le parti in conflitto rendono difficile accedere ai territori sotto il loro controllo – in Sudan, d’altronde, la fame è sempre più un’arma di guerra – e limitano la creazione di corridoi umanitari.
A ciò si aggiunge il fatto che le risorse stanziate nel quadro dell’assistenza umanitaria internazionale (facente capo in larga parte alle agenzie delle Nazioni Unite) sono decisamente inadeguate per fronteggiare le urgenze nel Paese. Nel 2023, ad esempio, solo il 34% dei fondi necessari è stato effettivamente destinato alla crisi sudanese.
Mentre nel 2025 la richiesta di 2 miliardi di dollari (già di per sé insufficienti per affrontare tutte le esigenze del Paese) non è stata nemmeno lontanamente soddisfatta. Il nafir, una tradizione Ma è proprio in questo contesto che sono emerse la forza e la resilienza della società civile locale.
In tutto il Paese, sono fiorite le Emergency response rooms (Errs). Vere e proprie iniziative comunitarie, trovano la loro origine nella consuetudine del nafir (parola araba traducibile con “invito a mobilitarsi”).
Un termine che riassume la tradizione di attivismo e dinamismo della società civile locale, che – nonostante il sistematico avvicendarsi di regimi autoritari – continua a rivendicare la propria centralità. E a prendersi con forza lo spazio che le spetta.
A sintetizzare bene il concetto di nafir sono proprio i predecessori delle Errs, i Comitati di resistenza. Reti di cittadini, i Comitati sono nati per la prima volta nel 2013 per organizzare campagne di disobbedienza civile contro la decisione del governo di al-Bashir di ridurre i sussidi sul carburante.
Da quel momento, questi gruppi – che nel frattempo si sono organizzati con una struttura capillare su tutto il territorio nazionale – non si sono più fermati. Mobilitandosi sui social network, hanno guidato diverse manifestazioni contro il regime di al-Bashir, fino ad avere un ruolo centrale nelle proteste che hanno portato alla sua deposizione.
L’attivismo dei Comitati di resistenza non si è spento nemmeno dopo il colpo di stato del 2021 e la salita al potere di al-Burhan. Le Emergency response rooms Con i primi scontri tra al-Burhan e Hemedti nel 2023, i Comitati hanno visto un’evoluzione naturale.
Adattandosi al nuovo contesto sociale e politico del Paese, hanno cambiato obiettivi e si sono dati un nuovo nome, quello di Emergency response rooms. Dove rooms non è altro che un riferimento al gruppo WhatsApp utilizzato dai membri per comunicare tra loro e coordinare le iniziative, incentrate soprattutto sull’assistenza umanitaria.
Come i Comitati di resistenza, anche le Erss – oggi se ne contano circa 600 in tutto il Paese – nascono dal basso, nei quartieri o nelle comunità. Reti informali, si sono dotate di una struttura decentralizzata e di un modello di governance inclusiva e partecipativa, dove chiunque è libero di unirsi al gruppo e contribuire nel proprio piccolo con abilità, conoscenze e competenze.
Profondamente radicate nello specifico contesto locale in cui operano, le Errs sfruttano la conoscenza del territorio circostante e dei suoi abitanti per rispondere rapidamente ed efficacemente a esigenze in continua evoluzione. Cibo, medicine, infrastrutture I loro interventi spaziano dall’assistenza finanziaria, alla fornitura di generi alimentari, passando per la riparazione di reti infrastrutturali e la diffusione sui social network di informazioni sulle zone di scontro.
Tra il 2023 e il 2025, le Errs hanno evacuato almeno 11,5 milioni di sudanesi da aree di fuoco incrociato. Sfollate in altre zone del Paese, queste persone hanno ricevuto dai gruppi di mutuo aiuto, nei limiti del possibile, beni essenziali come acqua pulita, cibo e medicine.
Oltre a un posto dove rifugiarsi, in attesa di poter ritornare nelle proprie case. Nei quartieri di alcune città, come Khartoum, o nei campi di sfollati, le Errs hanno creato i takaya.
Vere e proprie cucine comunitarie, si sono rivelate fondamentali per fornire cibo a migliaia di sudanesi che altrimenti sarebbero andati ad aumentare il già elevato numero di persone in condizioni di carestia. In diverse regioni del Paese, membri delle Errs con competenze ingegneristiche coordinano i lavori per la riparazione di infrastrutture idriche, elettriche e reti di comunicazione danneggiate dagli scontri.
Spesso, questi interventi riguardano anche ospedali, ambulatori e dispensari, tra gli edifici più colpiti dai bombardamenti. Mentre, di fronte ad abusi e violenze sessuali – sempre più diffusi, sia nelle aree controllate dall’esercito che nelle regioni dove predominano i paramilitari -, i gruppi di mutuo aiuto tentano di creare spazi sicuri, dove le vittime possano rifugiarsi e ricevere assistenza sanitaria e psicologica.
Poche risorse, tanta forza di volontà Ma le risorse di cui le Errs dispongono sono limitate. A rendere possibili gli interventi, sono i contributi degli stessi volontari e quel poco che i membri delle comunità oggetto di aiuto riescono a mettere a disposizione.
Ogni tanto, questi gruppi ottengono supporto dalla diaspora sudanese, grazie a campagne di fundraising. Oppure ricevono in dono dai commercianti della zona del cibo e altri beni.
In alcuni casi, anche i governi locali (quando ancora presenti) supportano le iniziative delle Errs. A volte, stanziando somme di denaro a favore dei loro interventi.
In altri casi, mettendo a disposizione spazi pubblici dove creare rifugi per gli sfollati o allestire cucine comunitarie. Aiuto neocoloniale Nonostante le difficoltà operative e la scarsità di risorse, gli interventi delle Errs si stanno rivelando fondamentali, di fronte a una crisi umanitaria che – con il passare dei mesi – assume proporzioni sempre maggiori.
Anche se in piccola parte, questi gruppi riescono a ovviare alle evidenti difficoltà dell’assistenza umanitaria occidentale. Dopotutto, in Sudan – come in diversi altri contesti del mondo – la macchina internazionale dell’aiuto mostra i propri limiti.
A causa della sua lentezza e di un’eccessiva burocratizzazione, ma anche di difficoltà logistiche e di una scarsità cronica di risorse. Oltre al fatto che, a volte, i belligeranti impediscono agli operatori internazionali di accedere ai territori in conflitto.
Per questo, considerare il ruolo e il valore che possono apportare forme di assistenza umanitaria dal basso – nate negli stessi contesti di intervento – è essenziale. In virtù di una conoscenza approfondita del territorio circostante e dei suoi abitanti, queste realtà riescono ad agire rapidamente, fronteggiando efficacemente situazioni emergenziali.
E soprattutto lo fanno nel rispetto e nella tutela di abitudini, usi e cultura locale. Un qualcosa che non sempre l’assistenza umanitaria occidentale – che spesso arriva con la presunzione di portare soluzioni standard, applicabili ed efficaci sempre e dovunque – fa.
Dall’aiuto di emergenza, fino agli interventi di cooperazione allo sviluppo, l’Occidente spesso e volentieri agisce guidato dall’idea di una missione civilizzatrice nei confronti di Paesi considerati arretrati e per questo incapaci di decidere e agire autonomamente. Tutti dettami che gli impediscono di contemplare un cambiamento nei rapporti di forza e di lavorare fianco a fianco, alla pari, con le entità locali.
Ancora oggi, l’Occidente decide e il Sud globale esegue. Decolonizzare l’aiuto Ma, in realtà, perché un’iniziativa sia realmente efficace, devono essere gli attori sul terreno – che ogni giorno ne vivono la quotidianità – a definirne l’agenda.
In un processo che non vede più le organizzazioni del Sud globale come semplici entità a cui appaltare attività operative, come la distribuzione di generi alimentari. Ma piuttosto le rende protagoniste consapevoli della progettazione e dello sviluppo di interventi in grado di apportare benefici reali negli stessi contesti in cui nascono.
Ma questo processo porta con sé una trasformazione profonda, ben lungi dall’essere realizzata al giorno d’oggi, sia sul piano operativo, sia a livello ideologico. Già da qualche anno – di fronte a difficoltà pratiche e insuccessi sul campo – le agenzie per l’aiuto di alcuni Paesi europei e degli Stati Uniti hanno riconosciuto di dover coinvolgere di più le entità locali.
Ciò si dovrebbe tradurre in maggiore accesso ai finanziamenti, rafforzamento delle competenze e processi decisionali più equi. Ma, in realtà, la strada è lunga.
Ancora oggi, secondo la Development initiative solo il 2,1% dei fondi è destinato direttamente a realtà del Sud globale (a dispetto del 20% stabilito dalle Nazioni Unite entro il 2020). Ancora più complessa è la trasformazione sul piano ideologico.
La quale non solo porta con sé l’esigenza di superare e abbandonare la mentalità neocoloniale e l’idea di una missione civilizzatrice che permea le relazioni tra Nord e Sud globale. Ma anche la capacità di riconoscere la necessità di decolonizzare l’assistenza umanitaria, dando reale spazio e libertà di azione alle entità locali.
Fonti Abbas Sara, Abdalhadi Musab. 2023.
Sudan’s Emergency Response Rooms. Overview and Recommendations. (June-November 2023).
Sudan crisis coordination unit. Harter Fred. “’A colonial mindset’: why global aid agencies need to get out of the way”.
The Guardian. 7 maggio 2024. Integrated food security phase classification.
2025. Sudan: acute food insecurity situation for September 2025 and projections for October 2025 – January 2026 and for February – May 2026.
Khalafallah Hamid. “Grassroots aid networks are a lifeline amid Sudan’s humanitarian catastrophe”.
Dawn. 10 maggio 2024. Mishra Vibhu.
“Millions displaced, health system in ruins as Sudan war fuels famine”. Un news. 14 aprile 2025.
Olson Samantha K., Dahab Maysoon, Parker Melissa. 2024.
Key Considerations: Mutual Aid Lessons and Experiences From Emergency Response Rooms in Sudan.
The Institute of Development Studies. The Sudan times.
“Dagalo’s first appearance as Sudan Presidential Council head”. 1 settembre 2025. Vick Karl.
“Locals in Sudan are saving lives that international aid agencies can’t reach”. Time. 16 gennaio 2025.
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