Cultura
Un'unica parola, attraversabile, una continua osmosi
amamisenzapunteggiatura è, a tutti gli effetti, un tentativo riuscito di intricare i piani sensoriali, emotivi e identitari. Un libro che prova a far coesistere più individualità all’interno di un’unica parola, senza mai fissarla definitivamente.
In questa raccolta la lingua diventa spazio poroso, attraversabile, e le immagini non si dispongono in sequenza ma in sovrapposizione: mare e montagna convivono, si rispondono, si confondono. L’eco del mare risuona di montagna e, allo stesso tempo, la montagna si carica di una voce marina.
Non c’è separazione netta, ma una continua osmosi. La figura della poetessa che emerge è quella di una donna che attraversa nuda la parola e che, dalla parola, si lascia rivestire.
Ma questo rivestimento non è mai indolore: la lingua può ferire, strappare, incidere. Eppure si tratta di ferite che non coincidono necessariamente con il dolore.
Sono ferite vitali, aperture attraverso cui il sangue scorre come segno di esistenza, di rinnovamento, di ciclicità. Come nelle antiche concezioni greche ed egizie, il fluire del sangue non è perdita, ma conferma della vita.
In questo senso la scrittura di Manuela Morara si espone, accetta lo strappo, rinnova volutamente sulla propria pelle un ciclo vitale che è insieme intimo e collettivo. amamisenzapunteggiatura è un libro che pulsa, che non cerca protezione nella forma chiusa, ma si offre come corpo vivo, attraversabile. Il dialogo con l’autrice Vieni da un tipo di scrittura che non è la poesia, ma una scrittura per l’infanzia.
C’è stato quindi un cambio di registro, di interpretazione. Quando si scrive per i bambini si ha in mente un pubblico concreto, mentre nella poesia il pubblico sembra quasi coincidere con uno specchio.
Com’è avvenuto questo click mentale? Credo che esista comunque un punto in comune, ed è il portare alla luce ciò che non si vede, ciò che a volte si fa fatica a spiegare, dandogli una cornice condivisibile.
Anche in un racconto per l’infanzia il processo è questo: si parte da un calderone di fantasia, ma anche di emozioni, pensieri, sentimenti, e si costruisce una forma che alla fine vale per i bambini, ma anche per gli adulti. Questo guizzo lo ritrovo anche nella poesia.
Anche se sembrano mondi lontani, il ponte è lo stesso. Certo, nella poesia si scava in anfratti che sanno fare paura, che mettono a disagio.
Si porta alla luce qualcosa che spesso non è nemmeno chiaro a me, ma che nel processo di scrittura prende forma. Ed è meraviglioso accorgersi che, quando queste poesie vengono lette, prendono forma anche in chi le legge, magari in modo totalmente diverso.
È come modellare un pezzo di creta: un processo che ha qualcosa di magico e di molto speciale. Abbiamo lavorato per mesi in un dialogo tra due percorsi di scrittura molto diversi e uno dei grandi temi è stato il suono, un suono che poi è rimasto impresso nella pagina.
Senti che questo suono ti appartiene completamente, oppure pensi che la tua parola sia in evoluzione? Non credo esista una risposta definitiva.
Il lavoro sul suono non si fa soltanto per il pubblico, anche se la poesia richiede musicalità ed è fondamentale. Lavorare sui suoni aiuta quasi ad assaporare le parole, a leccarle, a masticarle.
Questo processo dà forma alla poesia, che raramente è ciò che scrivi di getto e che spesso ha bisogno di un tempo più lungo. Non c’è una regola fissa: certo, la musicalità è importante, ma a volte anche un suono che stride può rendere speciale un verso.
È un gioco di equilibri che si impara facendo e che, inevitabilmente, evolve insieme alla propria poetica. Nella prefazione parlo di ferite, di sangue, di vita, dell’essere nuda nella parola.
L’intervista arriva dopo una presentazione da Sinestetica con Collettivo LaFessa e il libro continuerà a vivere in altre presentazioni, a Roma, Bologna e Trento. Quanto è importante per te la presenza, portare amamisenzapunteggiatura tra le persone, far vivere questo libro così pieno di sangue?
Se non portassi la poesia in mezzo alle persone mi sentirei incompleta. Per me la poesia è molto limitata se rimane solo sulla carta, forse anche perché vengo dal teatro.
La poesia nasce come forma orale, quindi in fondo non c’è nulla di nuovo. Ma il momento in cui posso interpretare un mio testo, sentire l’energia delle persone davanti a me, vedere come arriva, è fondamentale.
È una benzina che mi permette poi di continuare a scrivere. Non potrei farne a meno.
E spero in futuro di partecipare a progetti che mi permettano di portare la poesia sempre di più oltre la carta. Questa era l’intervista a Manuela Morara.
L’augurio è che, dopo queste parole, vogliate leggere amamisenzapunteggiatura, tenerlo sul comodino, nello zaino, nella tasca di un cappotto, e farvi accompagnare dai suoi versi. The post Un'unica parola, attraversabile, una continua osmosi appeared first on ReWriters.