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Asia, o del rifiuto del padre
Mi occupo di diritto di famiglia e dei minori da molti anni eppure, paradossalmente, di ragazzi e ragazze dal mio studio ne sono transitati pochi. Dedico pagine e pagine a discettare dei loro bisogni senza averli mai incontrati.
Qualcuno mi è capitato di incrociarlo in udienza, fugaci apparizioni di cui non rimane nulla se non le parole fissate a verbale, altri li ho conosciuti solamente attraverso i racconti dei loro genitori. Ma non so chi siano davvero.
Aver letto le relazioni dei Servizi Sociali che li riguardano o, se ci sono, le diagnosi degli specialisti, non basta. Non perché siano inutili o sbagliate quanto perché la complessità dell’esperienza umana non può essere racchiusa in poche pagine né esiste etichetta capace di riassumere – per citare Proust – «i cento universi che ciascuno vive, che ciascuno è».
Così, quando me la ritrovo davanti, resto disorientata. Ha immensi occhi nocciola e l’ultimo guizzo di sole, del colore dell’oro quando vira al rosso, imbrigliato tra i capelli. – Piacere, Asia – dice tendendomi la mano in un gesto adulto che per contrasto la fa sembrare più bambina, come succede quando da piccoli si indossano gli abiti dei genitori e se ne mimano i gesti con eccessiva enfasi.
È timida e sfrontata come solo a sedici anni si riesce ad essere, una combinazione misteriosa che nessun’altra età della vita sa ricreare. Mi viene spontaneo, nel parlarle, usare il tu. – Spero non ti dispiaccia.
Sai, ho un figlio poco più grande di te. – Assolutamente no. Mi dia pure del tu.
Risponde dandomi però del lei perché né le intenzioni né il contegno possono annullare la distanza anagrafica che ci separa. Sono stata il legale della mamma di Asia molti anni fa, quando lei aveva tre anni e sua madre Benedetta una ventina.
Oggi Benedetta è una donna più vicina ai quaranta che ai trent’anni. È lei ad aver accompagnato la figlia in studio e ora è al suo fianco, abbastanza vicina da venirle in soccorso se ce ne fosse bisogno, ma non così tanto da trasmettere la sensazione di non ritenerla capace di esprimere in autonomia il suo punto di vista.
Da madre di un adolescente intuisco che lo spazio fisico non è casuale, ma riflette la faticosa ricerca di un nuovo equilibrio nella relazione. La Benedetta di oggi non è molto diversa dalla ragazza che ho conosciuto.
Porta ancora i capelli scuri legati a coda di cavallo. Il viso è magro, quasi affilato e insieme agli occhiali dalla montatura leggera contribuisce a darle un’aria da educanda.
Ricordo che a colpirmi era stato proprio questo suo aspetto compito che mal si conciliava con il ritratto di giovane scapestrata, dedita all’uso di sostanze stupefacenti e invischiata in una relazione disfunzionale, che emergeva dalla relazione dei Servizi Sociali. Solo prestando maggiore attenzione mi accorgo che attorno agli occhi le si è formata una sottile ragnatela di rughe, che diventa più evidente quando sorride.
Lo sguardo però è rimasto identico e racconta di una donna più complessa di quanto suggerisca l’apparenza, di inquietudini nascoste che guizzano e si rivelano improvvise come le creature che abitano i fondali marini. Benedetta e Lorenzo, i genitori di Asia, erano andati a vivere insieme giovanissimi, infischiandosene della disapprovazione delle rispettive famiglie.
A unirli era lo stesso desiderio di spingersi oltre i confini del lecito, sebbene per ragioni diverse. In Lorenzo prevaleva l’insofferenza alle regole e l’incapacità di assumersi le proprie responsabilità, mentre in Benedetta spiccava la curiosità, il bisogno di concedersi occasionali deviazioni da un percorso già tracciato.
Ciò che nell’una si declinava in tentazione, nell’altro assumeva i contorni preoccupanti della dipendenza. Erano stati i vicini di casa, una sera, ad allertare le Forze dell’Ordine, allarmati dai frequenti litigi che esitavano in epiteti irripetibili e fragore di sedie rovesciate.
Dal momento che c’era di mezzo una bambina piccola, la segnalazione al Tribunale per i minorenni era stata un inevitabile corollario. Considerata la loro differente indole, non c’era da sorprendersi se, di fronte alla prospettiva di perdere l’affidamento della figlia, Lorenzo e Benedetta avessero assunto un atteggiamento opposto.
Lorenzo aveva imprecato contro i giudici, ma la sua ribellione non si era spinta oltre le invettive. Nei fatti aveva preferito rinunciare ad Asia anziché a uno stile di vita al di fuori del quale non sapeva e – forse – non voleva pensarsi.
A differenza della compagna non aveva neppure richiesto l’assistenza di un legale. Benedetta, invece, non aveva esitato un attimo ad archiviare ogni velleità trasgressiva per trasformarsi nella madre misurata e attenta ai bisogni della figlia che il Tribunale le chiedeva di essere.
Il suo cambiamento era stato così repentino da fare dubitare della sua autenticità. Il tempo, tuttavia, aveva dimostrato, se non la convinzione, perlomeno la costanza.
Benedetta non aveva saltato un solo appuntamento al SERD, il Servizio per le dipendenze patologiche, inanellando una serie di referti che ne attestavano l’astensione dall’uso di stupefacenti e confermavano un impiego non problematico di sostanze alcoliche. In parallelo aveva riorganizzato la sua vita.
Aveva ripulito casa da cima a fondo, rimediato un lavoro part-time in un supermercato e messo Lorenzo alla porta. Le stesse intemperanze che ne avevano fatto un complice, ora lo qualificavano come nemico, ciò che in passato li aveva legati, era diventato di intralcio all’opera di riabilitazione della propria immagine a cui Benedetta si era votata.
Lorenzo aveva interpretato il cambiamento di Benedetta come un tradimento. Invece di incanalare le sue energie per dimostrare al Tribunale di essere un buon padre, le aveva investite tutte per cercare di screditare Benedetta.
In occasione dell’udienza aveva dichiarato di amare la figlia, ma poi, per tutto il tempo, non era di lei che aveva parlato. Asia era subito scivolata fuori dai suoi pensieri, si era dissolta nel lago del rancore in cui era nel frattempo mutato il suo sentimento per Benedetta.
Quando il Giudice glielo aveva fatto notare, Lorenzo era rimasto disorientato. Non gli riusciva proprio di mettere in relazione la sua incapacità di decentrarsi con la difficoltà di essere un padre adeguato per Asia.
In tanti anni di professione di genitori che abbiano confessato di non amare i propri figli ne ho conosciuti pochi. Ma l’amore, in sé, non basta.
Paradossalmente viene invocato per legittimare i comportamenti più disparati, come se la bontà dell’intenzione liberasse dalla responsabilità delle conseguenze. La genitorialità, invece, è una funzione complessa che ha a che fare con le risorse emotive, cognitive e relazionali di ciascuno e soprattutto che si modifica nel tempo, ogniqualvolta i bisogni dei figli lo richiedono.
Benedetta, a differenza di Lorenzo, aveva dimostrato di essere flessibile. Il fatto che il suo cambiamento non riflettesse una decisione spontanea, ma fosse stato indotto dalla paura di perdere Asia, non ne inficiava la validità.
Attestava, invece, come la figlia fosse la sua priorità. Negli anni quella priorità non era cambiata, a esserlo era il modo in cui si declinava.
Per evitare un provvedimento limitativo della responsabilità genitoriale, Benedetta aveva dovuto conformarsi a regole di cui non sempre comprendeva il senso, allenarsi a gestire la rabbia e venire a patti con le sue inquietudini perché la sua bambina necessitava in primo luogo di stabilità. Ora che Asia aveva sedici anni, le sue esigenze erano più articolate e complesse.
Benedetta aveva disseppellito la giovane ribelle che era stata un tempo per provare a sintonizzarsi con la rabbia di sua figlia e comprendere le paure che quella rabbia celava. Allo stesso tempo capiva di non poter abdicare al suo ruolo normativo. – Alle volte è davvero dura – mi aveva confessato sconsolata quando ci eravamo sentite al telefono, senza nascondermi di aver intrapreso un percorso di supporto psicologico insieme alla figlia. – Mi creda, la capisco, è una età difficile.
La mia non era stata una frase buttata lì per offrire facile consolazione. Essere genitore di un adolescente significa tenere insieme istanze potenzialmente contrapposte, vuol dire accordare fiducia, senza rinunciare totalmente al controllo, promettere ascolto senza giudizio, investire risorse senza nutrire aspettative, esserci senza sovrapporsi.
Lo so perché a mia volta sono impegnata nella stessa sfida. Anche se la storia mia e di mio figlio non è sovrapponibile a quella di Benedetta e Asia, capisco cosa significhi misurarsi quotidianamente con i propri limiti, provare ad attraversare le proprie zone d’ombra, combattere la tentazione di proiettare su un figlio le proprie insicurezze. – Non voglio più vedere mio padre.
Mi fa stare male e basta. Non possono obbligarmi, giusto? – mi sta chiedendo Asia in quel momento con uno sguardo in cui la speranza si mescola alla paura.
Nel nostro ordinamento un figlio minorenne non può decidere autonomamente di non vedere più un genitore, al contempo, se capace di discernimento, e a maggior ragione se adolescente, la giurisprudenza preferisce evitare forzature. Piuttosto si interviene con strumenti di supporto come percorsi terapeutici o incontri in ambito protetto.
Nel caso di Asia, però, ogni progetto di recupero della relazione era naufragato per la mancanza di una effettiva volontà di adesione da parte di Lorenzo che, quando non disertava gli incontri, li trasformava in un’occasione per riversare su Asia il risentimento che nutriva per Benedetta. Asia non aveva mai avuto nessuna possibilità di instaurare un legame autentico con suo padre.
Nemmeno adesso che era cresciuta, Lorenzo riusciva a vederla come una persona separata da Benedetta, con desideri e aspirazioni autonome. Dal canto suo, Asia, negli anni, era passata attraverso un caleidoscopio di emozioni che si erano susseguite e mescolate tra loro senza soluzione di continuità: senso di colpa, delusione, rabbia.
Ormai restava solo un amaro disincanto. – Nessuno ti può obbligare. Per la Cassazione la volontà di un minore, se è sufficientemente maturo, può da sola giustificare l’interruzione dei rapporti con il genitore.
A maggior ragione nel tuo caso visto che la tua richiesta è una conseguenza del comportamento di tuo padre. Hai il diritto e, direi, anche il dovere di tutelare te stessa rispetto a una situazione che ti arreca sofferenza e disagio.
Lo avevo già spiegato a Benedetta, ma Asia aveva bisogno di sentirselo dire da me. In un certo senso era un tentativo di affermare la sua capacità ad autodeterminarsi.
Il nostro incontro avrebbe potuto dirsi concluso, del resto avevo già concordato con Benedetta di depositare un’istanza al Tribunale per i minorenni per chiedere di interrompere gli incontri tra padre e figlia. Asia però mi sorprende con un’osservazione apparentemente slegata, ma in realtà coerente con quello di cui abbiamo appena parlato. – Mia madre si chiede perché in classe non abbia legato con nessuno.
Ma come faccio a fidarmi degli altri? Lei ci riuscirebbe con un padre come il mio?
Sto per farle notare che, a differenza di suo padre, sua madre a lei ci tiene, che per lei ha ribaltato la sua vita, ma a sedici anni non si ha bisogno che ti ricordino quanti sacrifici i tuoi genitori hanno fatto per te. Il rischio è che anziché amati, ci si senta schiacciati dal peso di aspettative che si teme di disattendere.
E tutto in Asia, dal trucco pesante al dito medio che troneggia sulla sua maglietta, dalle note disciplinari che colleziona allo sguardo sfidante, denuncia il fatto di sentirsi sbagliata. Così scelgo un’altra risposta. – Non so se ci riuscirei e nemmeno so come ci possa riuscire tu.
Immagino che di questo ne dovresti parlare con la tua psicologa. Però posso dirti perché secondo me dovresti comunque provare a farlo.
Perché, vedi, Asia, lo spazio che ti separa da un pugno è lo stesso che ti separa da una carezza. Se non permetti agli altri di avvicinarsi potrai evitare diversi pugni, ma ti perderai tutte le carezze.
Non l’ho convinta, però la mia risposta le è piaciuta. Lo capisco da come mi guarda.
Come se mi fossi improvvisamente guadagnata il suo rispetto. – Lei va d’accordo con suo figlio? – mi chiede con uno di quei salti logici che rendono così difficile, per noi adulti, stare dietro al fluire del pensiero dei ragazzi. – Quando non ci litigo, sì. Scoppia a ridere, una bella risata sciolta. – Credo che si possa dire la stessa cosa di me e di mia mamma.
Certe volte mi fa proprio incazz… cioè incavolare, ma poi alla sera ci mettiamo sul divano a divorare biscotti al cioccolato e serie TV. La qualità di un legame, la sua stessa esistenza non dipendono dall’assenza di contrasti, ma dalla capacità di stare nel conflitto senza che l’incomprensione diventi distanza emotiva.
Quando si congedano, madre e figlia mi sembrano più rilassate, quasi complici. Mi piace pensare che siano state trafitte dalla stessa verità che ho messo a fuoco io.
L’ amore non è la soluzione, non può guarire le ferite né impedirci di inciampare, e certamente non può mai rappresentare un alibi. Ma è il motivo che ti fa restare, senza garanzie né copioni, anche se hai paura, anche se ti percepisci manchevole e imperfetto.
Semplicemente perché, da genitore, sai che quello è il tuo posto. Heidi Heilegger The post Asia, o del rifiuto del padre appeared first on Mentinfuga.