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Politica

Dietrofront di Trump: ho trovato un accordo con la NATO e la Groenlandia non la prendo più

Mercoledì 21 gennaio 2026 ore 22:48 Fonte: Strisciarossa

Il testo che segue è un riassunto dell'articolo Dietrofront di Trump: ho trovato un accordo con la NATO e la Groenlandia non la prendo più generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

Dopo una giornata intensa e confusa durante i summit di Davos e Bruxelles, Trump ha annunciato un ritorno alle relazioni con la NATO dopo aver criticato la sua politica di riduzione degli sprechi militari, e ha rivelato di non aver più intenzione di acquisire la Groenlandia, un piano che aveva precedentemente annunciato ma che è stato poi abbandonato in seguito a pressioni esterne e a considerazioni strategiche.
Dietrofront di Trump: ho trovato un accordo con la NATO e la Groenlandia non la prendo più
Strisciarossa

Dopo una giornata ancora una volta tesissima e confusa, con i rapporti tra l’Europa e gli Stati Uniti sull’orlo del baratro, Donald Trump ha annunciato a sorpresa, mercoledì sera, il raggiungimento di un “accordo con la NATO” sulla Groenlandia. Una svolta del tutto inattesa, un dietrofront che da un lato testimonia ancora una volta l’estrema imprevedibilità dei comportamenti dell’uomo, ma dall’altra fa intravvedere una pesante sconfitta della sua ossessiva determinazione nel voler imporre a tutti i costi la sua “soluzione” per il destino dell’isola, nonché la prova della sua particolare attitudine da mercante a spararle grosse con gli avversari per contentarsi poi di risultati molto più modesti.

Fino a poche ore prima del clamoroso annuncio Trump aveva insistito con tutta la sua forza sulla assoluta volontà di entrare fisicamente in possesso della terra da strappare alla Danimarca insistendo sulla “assoluta necessità” che l’isola del nord passasse sotto la bandiera americana perché solo il suo possesso fisico avrebbe garantito a Washington le garanzie indispensabili alla sicurezza dell’America e dell’Occidente, o meglio: dell’emisfero occidentale, espressione nella quale non è affatto scontato che rientrino anche gli stati europei e tutta la NATO. I termini dell’accordo sono del tutto incerti e fino a tarda sera l’unica fonte che annunciava l’intesa era lo stesso capo della Casa Bianca.

Ma se Trump, come spesso gli capita di fare, non ha esagerato nel presentare all’opinione pubblica come già raggiunta un’intesa ancora di là da venire, effettivamente ci si trova di fronte a una svolta radicale in una vicenda che nelle ultime ore si era ancor più complicata a causa delle pretese, sempre più dure, e dei ricatti dell’americano. Resta da vedere quale ruolo abbia avuto nella definizione dell’accordo, sempre dando per scontato che sia tutto come è stato annunciato dal presidente, il Segretario Generale della NATO Mark Rutte che si mostra sempre particolarmente ben disposto, fino a imbarazzanti manifestazioni di sottomissione, nei confronti del più potente alleato.

Ieri Rutte aveva fatto sapere che stava “lavorando dietro le quinte” alla ricerca, appunto della possibilità di un’intesa che scongiurasse il pericolo di una pericolosissima rottura nell’alleanza fra gli europei e l’amministrazione americana. Ma veniamo alla cronaca delle ore convulse che hanno preceduto il clamoroso annuncio.

Nel primo pomeriggio di mercoledì una mossa importante era venuta dal Parlamento europeo, lasciando sperare che si trattasse dell’inizio di una sana, pur se tardiva, riscossa dalle debolezze, le contraddizioni e il torpore con cui fino a quel momento le istituzioni di Bruxelles, ma anche molte delle capitali dell’Unione, avevano ingoiato una dopo l’altra le prepotenze neo-imperiali di Donald Trump. Mark Rutte, segretario generale della Nato Con una larga maggioranza gli eurodeputati avevano sospeso la moratoria delle contromisure all’offensiva dei dazi scatenata l’estate scorsa da Donald Trump, quella che era stata decretata dalla Commissione europea nell’illusione di placare le sue ingordigie dopo l’accordo capestro ingoiato da Ursula von der Leyen nell’umiliante tête-à-tête con il presidente americano nel suo golf club privato nella campagna scozzese.

La moratoria sarebbe comunque scaduta tra due settimane circa, il 6 febbraio, e la sua interruzione anticipata, o comunque l’intenzione di non prorogarla, era una delle due opzioni che i leader dell’Unione avevano a disposizione per rispondere all’ennesima provocazione: l’annunciata intenzione da parte del capo della Casa Bianca di punire con un aggravio del 10% dal 1° febbraio e del 25% da giugno dei dazi già esistenti per gli otto paesi “colpevoli” di aver inviato truppe simboliche in Groenlandia come risposta alle minacce dell’amministrazione di Washington: contromisure europee che graverebbero sulle merci provenienti dagli Stati Uniti per circa 93 miliardi di dollari. L’altra opzione, caldeggiata apertamente da Emmanuel Macron nel suo intervento al Forum di Davos, era l’adozione dell’Anti-Coercion Instrument (AIC), definito sbrigativamente “bazooka” per i suoi possibili effetti, che congelerebbe gli interessi commerciali ed economici americani in Europa a cominciare dal possesso di pacchetti azionari, le compravendite di aziende, la partecipazione alle aste e soprattutto i lucrosissimi affari dei colossi big tech, fino ad arrivare, al limite, alla completa paralisi delle attività statunitensi nei paesi dell’Unione.

Il provocatorio e sgangherato discorso del presidente Usa a Davos La notizia del voto del parlamento era arrivata mentre Trump dalla tribuna di Davos stava pronunciando un discorso ancora più provocatorio e sgangherato di quelli in cui va esibendosi da quando si è reinsediato alla Casa Bianca e nella concitata vigilia di un Consiglio europeo straordinario convocato dal presidente António Costa proprio per discutere misure e metodi della risposta europea ai continui rilanci di Trump nella sua strategia di appropriazione della Groenlandia: devo possederla perché è un pezzo decisivo della sicurezza del “mio” emisfero – ha ripetuto nel suo mood ossessivo dalla tribuna di Davos – e se pure ha escluso (stavolta) l’opzione dell’invasione militare, non si è risparmiato la minaccia mafiosa verso gli europei riottosi: se non cederete, ha detto,“ce ne ricorderemo”. In che senso?

Non l’ha specificato mentre dal suo entourage facevano circolare indiscrezioni su una trama da commedia fantapolitica: un piano di acquisto del “pezzo di ghiaccio” per l’America tanto importante a un prezzo compreso tra 10 mila e 100 mila dollari da versare a ognuno dei 57 mila abitanti attuali. Nessuno ha spiegato la differenziazione delle tariffe… La riunione dei leader dovrebbe cominciare oggi, 22 gennaio, nel pomeriggio, ragion per cui c’è da pensare che a una decisione non si arriverà prima della nottata o, se la discussione non sarà semplice, si potrebbe andare addirittura a domani.

In mattinata, però, perché almeno due dei capi di governo, hanno un impegno: Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz dovranno trovarsi a Roma per un vertice bilaterale in agenda da tempo.

Ma l’importanza della discussione che impegnerà i capi dell’Unione a Bruxelles si intreccerà con un altro momento topico della tragicommedia che sta occupando  il proscenio di quello che, tra America ed Europa, fu un tempo l’Occidente con la O maiuscola. Oggi, 22 gennaio, tra le nevi di Davos Trump dovrebbe, salvo ripensamenti, insediare solennemente il suo board of peace, ovvero quel complicato pasticcio che, nato per consentire il passaggio dalla prima alla seconda fase della (purtroppo teorica perché si continua a morire e a soffrire) tregua di Gaza, si è andato trasformando in una specie di ONU privata al servizio del padre padrone di Washington.

Fino a ieri pomeriggio dei 50 leader mondiali personalmente invitati da Trump soltanto 35 avevano risposto e non sono propriamente tra i più politicamente influenti. Alcuni, come il russo Putin e il bielorusso Lukashenko, ufficialmente lusingati e praticamente perplessi sul senso dell’operazione, hanno fatto sapere che “stanno valutando” e questo – come c’era da aspettarsi – ha provocato immediate defezioni nel fronte dei più democraticamente sensibili.

Gli altri hanno declinato cortesemente l’invito oppure lo hanno fatto diplomaticamente cadere nel nulla. E non si tratta di leader di poco conto.

Gli ultimi a sganciarsi sono stati il britannico Starmer, il tedesco Merz e lo spagnolo Sanchez, mentre a far capire come la pensava – molto male – il più esplicito è stato Emmanuel Macron che anche per questo suo “no” si è meritata l’ultima insolenza dell’americano, il quale ha avuto da ridire sui “ridicoli occhiali” indossati dal francese per serie ragioni mediche. E Giorgia Meloni?

Giorni fa, quando, a dire il vero, la portata disastrosa per la diplomazia internazionale del board of peace trumpiano non era ancora dispiegata e sembrava che si trattasse solo di un organismo pensato per Gaza, la presidente del Consiglio italiano si era detta lusingata e pronta a portare il suo “contributo”. Da quando si è capito di che cosa si trattava veramente, Meloni ha fatto quello in cui è specializzata: sparire sott’acqua ed evitare come la peste ogni possibile contatto con il mondo.

Tant’è che, contrariamente a un’abitudine consolidata e benedetta dal Capo dello Stato si è rifiutata non solo di aderire alla richiesta delle opposizioni perché venisse a riferire sulla posizione del governo in vista del vertice alle Camere, ma, almeno per quanto se ne è saputo fino a ieri sera, ha disdetto pure la sua trasferta a Davos, dove erano già al lavoro i funzionari della presidenza del Consiglio e della sicurezza e dove si sa che contava in un incontro bilaterale con il suo idolo americano. A fianco del quale almeno in un primo tempo aveva previsto pure la partecipazione alla cerimonia d’insediamento del board of peace.

Dopo l’imprevedibile svolta impressa dall’annuncio del presidente, è molto probabile che Meloni ritrovi la voglia di ricomparire e di dichiarare in pubblico. Forse potrebbe spingersi fino al punto di prestarsi alla farsa della cerimonia per l’”ONU di Trump”.

Sempre che lui, nel frattempo, non cambi di nuovo idea, oppure si scopra che anche il “bellissimo accordo con la NATO” sia una delle tante fake news che escono dalla sua bocca. L'articolo Dietrofront di Trump: ho trovato un accordo con la NATO e la Groenlandia non la prendo più proviene da Strisciarossa.

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