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Franco Aloisio racconta Parada, una vita per il sociale.

Giovedì 2 aprile 2026 ore 05:00 Fonte: Menti in fuga
Franco Aloisio racconta Parada, una vita per il sociale.
Menti in fuga

Il mondo è in tumulto. A volte il nostro scrivere può assomigliare al tentativo di svuotare il mare con un secchiello forato, ma è importante non rinunciare, per ascoltare, per capire, per esserci.

È impossibile coprire tutte le storie. Queste sono tante come tanti sono gli uomini e le donne che le vivono.

Però quando si incontra una storia come quello di Franco Aloisio e di Parada, non si può fare meno di cercare di coglierne i tratti essenziali Chi è Franco Aloisio? Che cosa ti ha spinto a impegnarti nel sociale prima in Italia quindi all’estero: in Nepal, in Palestina fino ad approdare in Romania?

Franco Aloisio è uno dei prodotti del boom industriale degli anni Sessanta Settanta che nasce a Catanzaro. A cinque anni, i genitori si trasferiscono a Milano per lavorare, chiaramente portano i figli con loro.

Arrivo a Milano, a Settimo Milanese, nel ’73. A quell’epoca Settimo era un paese di provincia, un paese rurale.

C’erano quattro case e un sacco di fattorie. In quel periodo aprono un’infinità di aziende e noi ci trasferiamo nelle case popolari.

Io ho sempre lavorato, vengo da una famiglia assolutamente modesta di lavoratori. Ho fatto le superiori al Bertarelli serale, una scuola professionale per il turismo.

Di giorno lavoravo in cantiere. Lavoravi come manovale negli stessi cantieri di tuo padre?

Sì, lavoravo per la stessa ditta di mio papà. Tra l’altro non so se ringraziarlo o meno.

Perché finito l’esame di terza media tutti gli amici dicevano «Io vado al mare, io vado di qua…». Al che rispondevo «Io no.

Lunedì mi aspettano in cantiere a lavorare». Vabbè questo è.

È stata un’esperienza meravigliosa. Pensa, quando ho iniziato al Bertarelli serale ero un po’ la mascotte della scuola.

Avevo quindici anni. Insieme a me in classe c’era gente che aveva già famiglia e figli.

È stata un’esperienza formativa molto molto bella. In questa scuola mi imbatto in quello che restava del movimento degli anni Settanta in Italia e nel giornale Lotta Comunista, molto ideologico, molto chiuso, però è stato il mio primo contatto con questo mondo.

Ti puoi immaginare come attecchissero in un ragazzino proletario, diviso tra scuola serale e lavoro, queste idee di un mondo diverso. Per cui per un buon periodo ho militato nei movimenti antagonisti prima e troskisti poi, nei centri sociali, fino a quando non sono partito e ho iniziato a fare l’educatore, smettendo di fare il muratore, lavoro che mi aveva permesso di mantenermi all’università.

Per caso perché molte cose mi sono successe per caso e dopo una delusione d’amore, parto per l’Inghilterra, un po’ per imparare l’inglese, un po’ perché avevo bisognò dì cambiare aria. Dovevo starci un mese ci sono stato sei mesi.

Al rientro da Londra, il Comune di Milano mi assume come educatore. Cercavano qualcuno che sapesse parlare inglese.

Dovevo seguire un ragazzo psicotico che aveva rifiutato la sua identità italiana, si era chiuso nella stanza di un pensionato, parlava solo attraverso la porta ed esclusivamente in inglese. Sembra un caso precoce di hikikomori.

Può essere. Da lì piano piano ho continuato a fare l’educatore.

Sempre per caso, il responsabile del mio servizio, che era anche presidente di una Ong internazionale specializzata in psichiatria transculturale mi interpella. Loro gestivano un progetto a Kathmandu sui bambini di strada e invece a Bhaktapur vicino a Kathmandu lavoravano sul disagio generale.

Chiaramente se ti propongono a ventisette anni di andare a Kathmandu a gestire un progetto del Ministero degli esteri ci vai. E poi lì sono rimasto.

Per cui il sociale e stato un po’ come il prolungamento di una militanza politica all’interno dei movimenti. È accaduto anche a molti altri ex compagni dei movimenti di diventare educatori, entrare nelle professioni sociali.

Sei arrivato a Kathmandu, sei stato in Israele, in Somalia, fino ad arrivare in Romania. Ho lavorato con tanti ragazzi a Milano.

Dove ai tempi l’educativa di strada prevedeva un rapporto uno a uno. Purtroppo poi abbiamo avuto Formentini come sindaco che spazzò via vent’anni di sperimentazione sociale a Milano.

Quando sei arrivato per la prima volta in Romania com’era il Paese? Sono stato in Romania per la prima volta nel ’99 per una conferenza Unicef sui bambini di strada.

In cui ho portato l’esperienza che avevo avuto in Nepal. Fisso di fatto da febbraio del 2000.

Che Romania hai incontrato ventisei anni fa? Era una Romania completamente diversa.

Avevo già conosciuto i paesi dell’Est prima della caduta del muro, ma più per motivi turistici. Erano abbastanza tristi.

Tieni conto che la prima volta che sono arrivato Bucarest era febbraio. Ai tempi quelli dell’Est erano ancora inverni tosti.

Ricordo che c’era neve dappertutto, il vapore delle gallerie d’acqua calda che attraversavano e attraversano tutt’ora la città per il teleriscaldamento usciva dai tombini. Stavo in questo palazzone fuori Bucarest, proprio alla periferia, tra neve e fumo, in un’ex zona industriale poi pian piano chiusa.

Era una roba quasi da film, quasi surreale. Bucarest risentiva ancora del passato regime però era veramente una porta verso l’oriente.

Era davvero un gran bazar. Si vendeva, c’era commercio di strada ovunque, molta informalità.

Tutto il centro città era pieno di scritte legate al periodo della caduta del regime. Non uso volutamente la parola rivoluzione per descrivere i fatti dell’89, perché ormai neanche i rumeni usano più quella parola.

La caduta del regime è vista dai rumeni un po’ come un cambiamento spinto dall’esterno come tutto quello che stava succedendo nei paesi dell’Est. Era visto come un tentativo di ricambio e una sorta di colpo di Stato da parte della nomenclatura del regime, che poi è quella che ha gestito e preso in mano le redini del paese, soprattutto per i primi anni Novanta e Duemila.

Però Bucarest era un po’ questo. Era un po’ una porta verso l’Oriente.

Lo è ancora? No.

Lo vedrete quando arriverete giù. Ormai Bucarest è una città completamente normalizzata da parte dell’Unione Europea.

Assomiglia nelle parti centrali a una qualsiasi capitale europea. Ha perso un po’ la sua identità, anche perché c’è stata questa fuga verso modelli occidentali.

Per cui c’è uniformità anche a livello culturale, e quello che troverai oggi nel centro di Bucarest, a parte alcuni angoli, è quello che trovi in qualsiasi altra capitale europea. Chiaramente Bucarest, così come le grosse città di Timișoara, Brașov, piuttosto che Costanza non rappresentano la Romania.

La Romania rurale è un altro mondo. A Bucarest il salario medio è alto, il salario medio netto arriva quasi a 1600 euro.

Bucarest non è considerata eleggibile per i fondi europei, perché considerata una zona che ha un livello di reddito, e un income pro capite più alto della media europea. È ancora una società contadina la Romania?

Sì. Ha ancora una cultura contadina.

Quindi non ha ancora avuto quel processo di cui parlava Pasolini di appiattimento delle radici culturali antiche, soffocate dalla società dei consumi? Sta avvenendo adesso, in questi anni.

Tieni conto che poi le campagne oramai in tre decenni si sono svuotate. Bucarest, centro Parada.

Scambi europei di esperienze @ Franco Aloisio Tu e Parada avete lavorato molto con i ragazzi che vivevano nei tunnel del teleriscaldamento. Avete contribuito in modo significativo a tirarli fuori.

In che cosa consisteva il vostro lavoro? La fondazione Parada nasce nel ’96.

Quattro anni prima che io arrivassi. Era stata creata dal clown franco algerino Miloud Oukili.

Miloud fece il servizio civile internazionale con quelli di Handicap International per cui venne in Romania con loro. Finito il servizio civile comincia a lavorare con Terre des Hommes, altra grossa Ong internazionale.

Quando questa nel ’92 decide di ritirarsi dalla Romania, perché avevano considerato chiusa la fase di emergenza, per non far chiudere il centro di accoglienza che avevano in una strada periferica di Bucarest, Miloud e gli altri educatori decidono di creare Parada, per poi lavorare con quel gruppo di ragazzi con cui lavoravano già. Uno degli strumenti che Parada utilizzava, e che è un po’ quello che l’ha fatta conoscere e ne ha caratterizzato tutta l’esistenza è stato l’utilizzo del circo sociale come strumento di approccio, non come metodo di intervento.

Succede che per caso un’insegnante di francese di un liceo di Bassano del Grappa essendo in visita a Bucarest decide di incontrare Miloud, e organizza la prima tournée di uno spettacolo di Parada in un liceo a Bassano del Grappa. Parteciparono varie istituzioni, tra cui Copi, grossa Ong italiana che opera a livello internazionale.

Da Copi capiscono immediatamente quale può essere il valore comunicativo del progetto. Per cui decidono di sostenere Miloud.

Lì entro in gioco io. Vengo inviato a Bucarest per i primi tre mesi, per fare uno studio di fattibilità, un’analisi della situazione.

Scrivo questo progetto per Unicef Romania, approvano il progetto. Per cui mi viene chiesto di fare lo start up del progetto, di tre mesi in tre mesi, fino che sono diventati ventisei anni.

Risolto il problema dei ragazzi nei tunnel di che cosa si occupa Parada oggi? Il fenomeno ragazzi dei canali non esiste più oramai da prima della pandemia, l’ultimo canale l’abbiamo chiuso nel 2019.

Quando sono arrivato nel 2000 e negli anni Novanta, effettivamente il numero dei ragazzi di strada era molto alto. La prima ricerca che facemmo in collaborazione con Save the Children Romania e altre organizzazioni, dava un numero intorno ai 5mila bambini e giovani sulla strada.

Stiamo parlando di preadolescenti e adolescenti. Anche in Italia spesso si è parlato di questo.

Poi per carità c’erano anche bambini che vivevano nei canali, però erano bambini che avevano i genitori che abitavano lì. In genere l’età media andava dai dieci dodici anni in su, fino all’adolescenza.

I canali erano i canali di riscaldamento, in Italia qualcuno parlava delle fogne, ma nelle fogne non ci ha mai abitato nessuno. I ragazzi andavano a dormire negli stanzoni che venivano utilizzati dai lavoratori per fare la manutenzione della rete.

Possiamo dire che è proprio grazie a voi che questo fenomeno è stato fermato? Parada ha fatto questo lavoro di messa in evidenza di un fenomeno invisibile, perché c’erano veramente due città completamente diverse.

I bambini e gli adolescenti che di notte dormivano nei tunnel che cosa facevano di giorno in giro per Bucarest? Qual era il vostro approccio con loro?

C’era del personale rumeno che vi aiutava ad accostarvi ai bambini e ai ragazzi? Vivendo sulla strada in qualche modo le fonti di sopravvivenza sono un po’ i piccoli furti e l’elemosina.

Miloud era considerato il fondatore, ma insieme a lui c’era un gruppo di amici rumeni che lavoravano già per Terre des Hommes. In qualche modo c’era un’équipe.

Una cosa che ha sempre detto Miloud è «Io ero il clown. L’unica cosa che potevo fare con questi ragazzi era fare il clown, perché non sono educatore, non ho esperienza di intervento sociale.

Quello che io ho portato è la mia attività di clown di strada, che mi ha permesso poi di entrare in contatto con i ragazzi». Il fenomeno dei ragazzi di strada di Bucarest oramai fa parte della storia.

Stiamo cercando di lasciarne memoria attraverso Il Museo dell’Abbandono che è presente virtualmente sul web, in cui stiamo raccogliendo tutto il materiale video, foto, e quant’altro, per dare testimonianza di questa generazione di bambini e ragazzi. Comunità informale nei pressi di Bucarest @ Franco Aloisio Se negli anni Novanta – Duemila le strade di Bucarest erano popolate da bambini e adolescenti adesso da chi sono popolate?

Noi abbiamo sempre considerato la strada un po’ come la spazzatura della società. In genere sulla strada ci finiscono le fasce più difficili della popolazione, quelle che non trovano posto da nessun’altra parte.

Sappiamo che analizzando i rifiuti prodotti da una persona, da un nucleo famigliare riusciamo in qualche modo ad identificare anche quali sono, non dico gli stili di vita però le caratteristiche di quella persona, almeno a grandi linee. Chiaramente sto estremizzando i concetti.

La strada a Bucarest era lo specchio della società rumena. Per cui sulla strada trovavi principalmente i rom che, nonostante siano una minoranza all’interno del paese, dal punto di vista numerico erano maggioritari sulla strada.

Trovavi ragazzini e famiglie che provenivano dalle zone sud ed est della Romania, che erano e sono storicamente le regioni più arretrate e meno sviluppate della Romania. Anche il grosso della migrazione degli anni Duemila della popolazione romena verso l’estero, la diaspora romena, proviene da quelle due zone lì.

Poi trovavi chiaramente tutta una serie di situazioni legate al disfacimento di famiglie in crisi. Questa era un po’ la categoria.

Tieni conto, che il grosso dei ragazzi veniva da fuori Bucarest. Sappiamo che in genere le capitali attirano e le stazioni ancora di più, principalmente perché essendo zone di transito offrono più opportunità per l’elemosina, l’accattonaggio, piccoli furtarelli, piccoli servizi come portare le valigie, cose così.

Noi abbiamo sempre definito il fenomeno strada come fenomeno del futuro. Cioè la strada non è più legata a situazioni particolari di transizione ma cominciano a diventare, se ragioniamo in termini di ghetti, funzionali allo sviluppo delle città.

Per cui le città producono rifiuti e da qualche parte questi rifiuti umani bisogna metterli. Da questo deriva la nascita dei ghetti e della strada.

Oggi per tante ragioni il centro città d Bucarest è sostanzialmente ripulito da tutto ciò che è disagio, un po’ anche per lo sviluppò immobiliare. Fatto sta che il disagio estremo è stato spinto verso le periferie, in un modo per qualche verso “naturale”, che però per chi fa il nostro lavoro è una complicazione in più.

Se guardo il lavoro che fanno i colleghi sulla strada e le unità mobili, il numero del chilometraggio per contattare l’utenza è triplicato, perché oggi i ragazzi e le famiglie sono molto più disperse sul territorio. A Milano come quartieri a rischio abbiamo tra gli altri il Giambellino e il Quadrilatero.

A Bucarest? Ferentari e Rahova.

Da quando è stata chiusa la Gara de Nord, che era il punto principale di spaccio della città, tutto si è spostato verso Ferentari. Ed effettivamente quel quartiere sta diventando un po’ l’onta della città di Bucarest.

È veramente un posto assolutamente fetido. Oggi in genere sulla strada trovi gli ex ragazzi di strada che in qualche modo sono rimasti sulla strada, sono cresciuti, hanno i figli.

Tieni conto che oggi in genere sulla strada ci dormono un po’ quelli che potremmo definire clochard classici. Bucarest è una città ancora piena di case abbandonate.

Per cui generalmente oramai le persone vivono lì, piuttosto che in queste piccole baraccopoli che si stanno costruendo attorno a Bucarest, che resistono magari una stagione o due poi vengono demolite e poi ricostruite da qualche altar parte. In tutto questo, le istituzioni italiane vi supportano?

Vi aiutano? Collaborate?

In genere abbiamo sempre avuto ottime collaborazioni con le istituzioni italiane e le abbiamo tutt’ora. Chiaramente sono le istituzioni di un paese estero.

Per cui non è che possano darti una mano più di tanto sul piano operativo, se non aiutarti da una parte nell’offrirti credibilità rispetto alla comunità italiana, che è la comunità straniera più numerosa. Oramai le cose stanno cambiando.

Vent’anni, venticinque anni fa, se eri straniero a Bucarest avevi di default uno statuto particolare. Oggi come oggi sei uno dei centomila stranieri che navigano la città.

Ai tempi una parola detta dall’ambasciatore italiano piuttosto che dall’ambasciatore francese aveva un valore, perché Parada essendo bicefala, francoitaloromena, anzi tricefala, ha sempre avuto un’ottima collaborazione anche con le istituzioni francesi. È diverso invece con la comunità imprenditoriale.

La Romania, come molti paesi dell’Est, è stato un paese che ha lavorato, si è sviluppato, sulle produzioni per conto terzi. Per cui tutto il tessile italiano, il calzaturiero, i mobili, l’alta moda, tutte questo veniva prodotto in Romania.

I grandi marchi italiani producevano qui, per tutta una serie di ragioni come i bassi costi della manodopera. Si dice che le aziende italiane siano 30 – 40 – 50.000.

Nessuno sa quante sono. Però sono tantissime.

Ed è stato molto difficile collaborare con l’imprenditoria italiana, soprattutto nei primi anni. Poi, chiaramente, dopo che si sta in un paese, in una città, per venticinque anni cominci ad avere rapporti più stretti.

Però inizialmente da parte dell’imprenditoria forse ci si aspettava un po’ di più. Anche perché facevano dei profitti enormi.

Bucarest. centro Parada. Esercizi di equilibrismo @ Franco Aloisio Nelle tue interviste hai spesso dichiarato che il bello può salvarci, può salvare le persone che stanno ai margini della società.

Perché? Partiamo dall’idea che noi veniamo dal paese di Franco Basaglia, una persona che ha cambiato radicalmente il paradigma, il modo di approcciare il lavoro sociale.

Basaglia a proposito dello scemo del villaggio diceva che «Dietro ogni scemo c’è un villaggio». Per cui è necessario riconoscere le risorse che stanno intorno alla persona.

Perché diciamo questo? Spesso gli educatori professionali e coloro che operano nel sociale, sono mossi da una spinta ideale, dall’idea di aiutare l’altro, di salvare il mondo.

In qualche modo ti senti un piccolo salvatore. La tendenza spesso è quella di vedere l’altra persona, la persona che sta attraversando una fase di difficoltà, come una scatola vuota, come il povero sfigato, permettimi il termine, che non ha risorse per uscirne.

Per cui tu come educatore, sei quello che arriva in maniera salvifica e gli proponi la salvezza. Sono discorsi un po’ classici questi che nel mondò della cooperazione si fanno già da anni.

Invece parlando di ragazzini, ci siamo resi conto che chi arrivava sulla strada, non solo a Bucarest ma un po’ ovunque, chi arrivava sulla strada non era il ragazzino più svantaggiato, ma quello più forte. Era quello che aveva le risorse per sopravvivere sulla strada.

Sopravvivere sulla strada non è facile, soprattutto se hai dieci, undici, dodici anni. Partendo da questa idea ci siamo resi conto che quel ragazzino che era il ragazzino problema aveva in realtà delle risorse enormi.

Noi abbiamo sperimentato questa cosa del bello attraverso il circo sociale. Il circo sociale è uno strumento. Oggi si parla di arte sociale, di circo sociale un po’ ovunque. Noi facciamo parte di vari network sia internazionali che europei di circo sociale, di arte sociale.

Però bisogna un po’ definirlo l’approccio. Il circo che proponeva Miloud, era caratterizzato da un approccio che veramente partiva dai ragazzi.

Che cosa permetteva? Perché chiaramente stiamo parlando di categorie, di persone, di soggetti che in genere sono molto refrattari al rapporto con la società, che sia il clochard ma anche il ragazzino in fuga.

C’è una grossa diffidenza. Il circo chiaramente offre un approccio basato sulla leggerezza, per cui non te la mena se ti stai facendo, dove vivi, se sei sotto l’effetto di sostanze, ma è un approccio molto leggero, basato sull’idea del Mettiamoci qui, mettiamoci banalmente a fare, a imparare a giocolare, con tre palline.

Permette di aprire una porta. Questa è la grossa intuizione che ha avuto Parada.

Noi abbiamo fatto tantissime tournée e i nostri ragazzi sono stati davvero un po’ ovunque. Hanno incontrato due papi, hanno visitato i migliori teatri, sono stati formatori in varie parti del mondo.

Il circo sociale a differenza di altre discipline ci permetteva di inserire all’interno di uno spettacolo anche il ragazzino che a malapena sapeva far girare tre palline. Chiaramente avrà avuto un ruolo magari marginale, però ci permetteva di dargli un ruolo.

E lì ci siamo resi conto che nei ragazzi la spinta al cambiamento non avveniva nei laboratori che devi fare tutti i giorni, che sono una grande rottura di scatole perché devi partecipare per giorni agli allenamenti. La spinta al cambiamento avveniva nel momento in cui salivano sul palcoscenico.

Nel momento in cui avevano un pubblico. Perché avveniva il passaggio da bambino che chiede a soggetto che offre.

Non sei più quello che va a chiedere l’elemosina, l’aiuto, ma sei quello che offre uno spettacolo, magari bello o brutto, che però valorizzava il ragazzo. È da lì l’idea del bello.

Noi abbiamo sempre puntato sull’idea che i ragazzi non vogliono essere applauditi perché sono bambini di strada, che in qualche modo hanno fatto lo spettacolo, il saggio di fine anno. No, i ragazzi devono essere applauditi perché chi è venuto ha visto un bello spettacolo.

Perché quello che abbiamo fatto è all’inizio magari tentennante, però poi cresce e diventa un vero e proprio spettacolo. Allora bisogna produrre cose belle.

Intervento di Parada in una strada di Bucarest @ Franco Aloisio Mi ritrovo in questa idea. È un’idea che cerchiamo di portare nei nostri lavori sulla disabilità.

La bellezza e anche lì. È una bellezza da valorizzare non perché sei disabile ma perché hai una tua energia, una tua proposta.

Purtroppo succede ancora molto spesso che si fanno con ragazzi e ragazze in difficoltà laboratori molto noiosi, La persona può offrire molto di più. In una giornata normale, a passeggio per Bucarest, quante persone vedi in carrozzina, con un bastone bianco, o con altre forme di disabilità?

Purtroppo a Bucarest molto poche. Perché la città non è assolutamente adeguata dal punto delle barriere architettoniche, non lo è neanche per i pedoni normodotati.

È una città parecchio pericolosa. Purtroppo viviamo ancora in un contesto culturale in cui la disabilità viene vissuta dalla famiglia quasi come una vergogna, quasi come un’onta.

Per cui il ragazzino disabile generalmente viene tenuto separato, e questo è favorito anche dagli approcci istituzionali. Questo è ancora il paese in cui esistono le scuole speciali.

Per tutta una serie di disabilità i ragazzi vengono separati dal contesto. Voi fate interventi anche sulla disabilità?

Non in Romania ma in Italia sì. Con la banca dei poveri Muhammad Yunus si apre anche al primo mondo.

Emergency non porta assistenza sanitaria soltanto nel terzo mondo ma anche nel primo. Voi fate la stessa scelta.

Siete attivi anche nell’Occidente opulento. Perché?

Parada è un’associazione che ha sempre cercato di legare all’attività diretta, all’offerta diretta di servizi, anche tutta un’attività di critica, di aggressione ai meccanismi culturali, sociali ed economici della società. Questo è uno dei motivi per cui mi è piaciuta e ho contribuito a svilupparla.

Per tanti anni siamo stati spesso indesiderati a Bucarest. Avrebbero buttato fuori ben volentieri me, Miloud, piuttosto che altri.

Però facendo parte dell’Unione Europea purtroppo per loro non era possibile, per cui ci hanno dovuto tollerare. Ci siamo resi conto che fenomeni come quello dei bambini di strada non sono legati esclusivamente ai paesi in transizione.

La metropolitana newyorkese è tappezzata di manifesti che recitano «Ogni notte a New York 20mila bambini dormono per strada». In Italia vi occupate di disabilità?

Un po’ come per tutte le associazioni il lavoro di rete rimane alla base del lavoro sociale. Lavorando autonomamente non fai niente altro se non tappare i buchi.

Se vuoi essere incisivo, bisogna creare quella massa critica in grado non solo di offrire servizi, ma poi di impattare anche sui meccanismi più generali della società. Per cui a Milano e in altre parti d’Italia, lavoriamo come sempre in rete, con tutta una rete di associazioni del territorio, in particolare con le reti legate alle Arci.

Abbiamo vari progetti, abbiamo lavorato in vari quartieri tipo Gratosoglio piuttosto che alla Barona, al Corvetto. Per esempio al Corvetto ci lavoravamo già quattro anni fa sempre con laboratori di circo.

Parada fa circo sociale attraverso i nostri ex ragazzi di Bucarest che adesso vivono in Italia. Poi ci sono le altre associazioni che fanno altro, anche i graffiti, portando il mondo dell’educazione non formale.

Sulla disabilità avviene lo stesso e il circo sociale ha una valenza anche di riabilitazione fisica. In genere il lavoro è svolto da équipe multidisciplinari che hanno in carico i ragazzi.

Una delle cose che abbiamo visto negli anni e a cui noi Occidentali non eravamo più abituati, almeno noi dell’Occidente europeo, gli Stati Uniti sono un’altra cosa, è il fenomeno del disagio giovanile. Probabilmente non lo conoscevamo da decine di anni.

Mancavamo di esperienza, di operatori, anche a causa di certe scelte politiche. Per cui operatori sociali provenienti un po’ da tutta Europa venivano a formarsi in Romania, e i nostri andavano nei vari paesi per avere una contaminazione di esperienze.

Quali sono i numeri degli adolescenti che in Italia vivono per strada? A livello di opinione pubblica e di comunicazione si dice che sono ragazzini non comunitari che arrivano con i barconi.

Per chi fa intervento sociale poco conta qual è la nazionalità della persona. Fatto sta che abbiamo un minore che vive sulle strade, in gruppo piuttosto che isolato.

Hai dei numeri? La Caritas qualche anno fa parlava di quasi 1500 minori sulle strade milanesi.

È anche vero che dal punto di vista sociologico è sempre difficile censire e dare dei numeri sulle popolazioni di strada. Perché è un fenomeno molto errante e molto invisibile.

L’invisibilità è a doppio senso. Da una parte è una forma di protezione perché meno sei visibile meno la gente e le istituzioni ti rompono i coglioni.

Per cui i ragazzi tendono a trovare gli anfratti più oscuri, più invisibili. Dall’altra parte è anche un meccanismo culturale.

Nel senso che oramai negli ultimi anni ci siamo abituati. Per esempio i ragazzi di strada che stavano alle fermate della metro non se li cagava più nessuno, abituati come eravamo a vederli lì tutti i giorni, facevano quasi parte del panorama della città.

Ma questo anche in Italia. La Romania era, non so quanto adesso, una realtà demograficamente composta da molte etnie.

Quante di queste etnie sono rimaste e quali si sono aggiunte grazie ai processi migratori? Che tipo di convivenza c’è?

Questo in che modo influenza il lavoro di Prada? Il panorama sulla strada è sempre stato direi metà e metà, Rom e Romeni.

Mi riferisco al fenomeno migratorio. Accennavi al fatto che in Romania entrano anche dalla rotta balcanica, probabilmente arrivano dall’Afghanistan, dal Pakistan.

Che fine hanno fatto le etnie presenti un tempo come quella tedesca che era piuttosto grande. Si è sfaldata?

Che tipo di relazioni instaura con le nuove etnie? Effettivamente ci sono moltissime nazionalità presenti sul territorio.

Le minoranze più corpose sono quelle dei rom e degli ungheresi. Tra tutte queste nazionalità problemi non ce ne sono, se non negli ultimi anni legati alla questione ungherese per via delle pressioni esercitate da Orbán.

Rispetto ai rom invece c’è un razzismo spaventoso che continua ad esserci, è storico, ed è fortissimo. È presente a tutti quanti i livelli.

Magari non esplicitati in maniera pubblica perché siamo nel 2026. E nel politically correct nessuno anche a livello istituzionale, si permetterebbe oggi di dire «No per gli zingari, per i rom, non faccio questa cosa» perché sarebbe un casino a livello mediatico.

Però nei fatti succede questo. Il paese ha sempre cercato in qualche modo per una questione anche di sopravvivenza, di mantenere una certa unità, una certa coesione, un certo equilibrio tra tutte le varie minoranze.

Per cui se guardi per esempio dal punto di vista politico l’Unione democratica dei Magiari di Romania (UDMR) ha sempre fatto storicamente parte, da dopo l’89, ha fatto parte di tutti i governi di destra, di sinistra, di centro. Comunque ci sono sempre stati uno o due rappresentanti, uno o due ministri della minoranza ungherese.

Proprio perché il paese è cosciente, visto anche la situazione generale dei Balcani, di essere su un terreno complesso. Si stima che quasi il 60% della popolazione sia di ceppo romeno, il 40% siano minoranze.

Ci sono poi i tedeschi che dopo l’89 in buona parte sono rientrati in Germania, ma hai delle grosse minoranze ucraine nel nord e nel nordest, delle grosse minoranze di origine moldava, grosse minoranze turche. La Romania in passato ha visto forti flussi migratori.

Ma è un paese che accoglie migranti non comunitari? Il paese dall’89 ad adesso ha perso sette, otto milioni di abitanti, tutti migrati all’estero, circa un terzo della popolazione, che ammonta complessivamente a 18 milioni e rotti.

Così uno dei tanti problemi del paese in questo momento è la mancanza di forza lavoro, ed è un problema scoppiato dopo il Covid. Negli ultimi anni il governo ha stabilito una quota di 150mila migranti, lavoratori non comunitari annuali, che si sommano a quelli precedenti.

Per cui, per esempio, a Bucarest, negli ultimi anni cominci a vedere persone di colore, asiatiche, sudamericane. Prima trovare una persona di colore era quasi impossibile, forse trovavi qualche studente delle facoltà di medicina, di ingegneria.

Oggi diventa quasi comune e soprattutto nel settore Oreca, nell’alimentazione, a parte il delivery dove sono quasi tutti asiatici. Però oramai nei cantieri piuttosto che nel turismo, nei ristoranti sono quasi tutti immigrati.

Adesso di che progetti ti stai occupando? Adesso sto seguendo sempre Parada.

Su Bucarest lavoriamo sempre sul disagio giovanile estremo, per cui ghetti e tossicodipendenze. Negli ultimi due il paese ha avuto grosse difficoltà dal punto di vista economico.

Per cui vedevi un paese con tutte una serie problematiche sociali. Quindi anche da voi in Romania ci sono queste differenze sociali clamorose?

Assolutamente. La classe media che si stava creando negli ultimi anni è al collasso prima per via del Covid, poi per la guerra in Ucraina, la Romania confina con l’Ucraina, c’è una polarizzazione estrema.

La popolazione di strada giovanile che stava gradualmente diminuendo, negli ultimi anni sta aumentando perché è vero che Bucarest ha dei salaria alti. Però è vero che c’è un terzo della popolazione sta veramente arrancando.

Che cosa ci consiglieresti dì vedere a Bucarest? Bucarest è una città in sé interessante.

Una cosa che io consiglio sono i mercati. A Bucarest ci sono dei mercati popolari meravigliosi.

Ce n’è qualcuno in particolare? Sì, in piazza Obor c’è il più grande mercato dell’Est aperto tutti i giorni ,dal mattino fino a sera.

Tutti i mercati sono aperti tutti i giorni. Poi c’è la Bucarest del regime, che se sei appassionato di architettura è una meraviglia.

C’è il palazzo del Popolo, il palazzo di Ceaușescu che adesso è la sede del parlamento, delle due camere più vari ministeri. Nella sua follia Ceaușescu ha fatto una roba incredibile.

Si è lasciato prendere la mano. Ma c’è anche il centro di Bucarest, ha degli angoli da piccola Parigi.

Gianfranco Falcone e Francesco Lorusso The post Franco Aloisio racconta Parada, una vita per il sociale. appeared first on Mentinfuga.

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