Politica
“Proletari di tutta la terra”: ripensare l’ecologia a partire dal lavoro
Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto dal libro Proletari di tutta la terra. Lavoro, ecologia e riproduzione nell’era della crisi planetaria (Codice edizioni, 2026).
Capita raramente che nella ricerca accademica e nelle discussioni sull’ambiente compaiano i concetti di lavoro e classe lavoratrice. Significa forse che non possono aiutarci a comprendere l’odierna crisi planetaria?
Basato su ricerche nel campo della storia dell’ambiente e dell’ecologia politica, questo libro propone una narrazione inusuale del cambiamento ambientale contemporaneo, una narrazione in cui il lavoro conta. Per molto tempo lavoro e ambiente sono stati concepiti come realtà contrapposte; eppure si sa ben poco del loro rapporto, nel passato come nel presente.
L’intento di queste pagine è contribuire ad ampliare la nostra comprensione di questo rapporto, esaminando come le classi lavoratrici, salariate e non (industriali, domestiche e di sussistenza), i loro movimenti e le loro organizzazioni hanno vissuto il cambiamento ambientale e climatico, e come hanno reagito a esso. Le risposte offerte qui non sono né univoche né semplici, e talvolta potranno persino sembrare sorprendenti o improbabili.
Da un certo punto di vista, però, è proprio questo che spero di trasmettere: un senso di spaesamento che potrebbe portare a nuovi modi di vedere le cose e ad ampliare la nostra immaginazione politica. Questo libro esamina il rapporto lavoro/ecologia nell’arco degli ultimi sessant’anni, il periodo definito come Grande accelerazione, caratterizzato da un degrado senza precedenti dei sistemi terrestri a causa di una crescita economica esponenziale a livello planetario.
Per quanto ben documentato, il concetto di Grande accelerazione è a mio avviso incompleto. Sebbene sia utile per evidenziare la potenziale minaccia per la Terra da parte di (alcune) tecnologie dell’industria, del commercio e della finanza globali, esso non rappresenta adeguatamente il lavoro umano.
Oscura il fatto che, come tutti gli esseri umani, i lavoratori e le lavoratrici fanno parte della natura, e dunque la loro esperienza del cambiamento ambientale e climatico andrebbe inclusa nella narrazione. L’umanità è presentata soltanto come la padrona del pianeta nell’atto di espandere la propria impronta ecologica attraverso la crescita numerica, l’estrazione, il consumo e lo spreco di risorse della biosfera.
Non compare mai però come parte viva del pianeta, fatta e influenzata dagli stessi elementi che costituiscono i sistemi terrestri: in altre parole, mancano la carne e il sangue dei corpi umani, fatti della stessa sostanza della Terra e delle altre creature e minacciati dagli stessi processi che minacciano la biosfera. L’impressione è che la crescita del PIL globale abbia reso l’umanità l’invincibile padrona della Terra, e che solo la natura non umana ne sia minacciata.
In realtà, il concetto di Grande accelerazione rafforza una visione dualistica del rapporto tra umanità e natura, visione che è essa stessa parte del problema. Suggerisce una lettura della crisi planetaria come un problema esterno (una esternalità, nel linguaggio dell’economia politica) che può essere gestito da un soggetto umano onnipotente e la cui soluzione consiste nel limitare, non nel modificare, l’economia globale.
Personalmente ritengo questa una narrazione padronale, poiché guarda alla crisi dalla prospettiva del capitale globale e del potere in generale, liquidando come irrilevante la prospettiva di coloro che lavorano per esso. Per raccontare la storia corretta della Grande accelerazione, una storia in cui il lavoro conti, bisogna innanzitutto riconoscere l’ineguale distribuzione dell’agentività umana e l’altrettanto ineguale vulnerabilità dei corpi umani, nonché l’ineguale distribuzione dei costi sociali della crescita economica globale, tanto a livello mondiale quanto a livello dei singoli Stati.
L’assunto implicito è che la crescita del PIL sia un vantaggio indiscutibile per l’umanità, che richieda appena una distribuzione più equa e sostenibile dal punto di vista ambientale, in modo da non distruggere il pianeta. Peccato però che non si tenga conto della sua insostenibilità per gli esseri umani, né dell’impatto negativo che questi tassi di crescita accelerata hanno avuto sulla vita e sul lavoro umano.
Alcuni esempi: l’aumento esponenziale degli infortuni sul lavoro e delle malattie croniche dovute al rilascio di sostanze tossiche nel comparto industriale; la perdita di accesso a cibo e acqua potabile causata dall’esposizione a prodotti petrolchimici o a radiazioni in diversi ecosistemi; le espulsioni di massa e le migrazioni forzate imposte dalla costruzione di grandi dighe e da altri megaprogetti infrastrutturali. Tutti effetti, questi, che – come mostrerò nella prima parte del libro – hanno colpito in modo sproporzionato le comunità operaie, contadine e indigene di tutto il mondo.
Il fatto che non venga rappresentato lo stretto legame che unisce l’impoverimento e lo sfruttamento delle persone con l’impoverimento e lo sfruttamento della natura non umana non è casuale né irrilevante. Nasce da pregiudizi di natura culturale e prescientifica che inevitabilmente orientano la scelta dei dati, la loro correlazione e la loro organizzazione in una narrazione coerente.
Questa riflette l’idea predominante dell’era della crescita economica, che vede la produzione di beni, il consumo di energia, il commercio internazionale e gli annessi indicatori del PIL come sinonimi di benessere umano, ignorandone i costi sociali e svalutando tutto ciò che viene visto come “attività non produttiva”. Dall’altro lato, questo quadro riflette la fantasia neoliberista secondo la quale il lavoro non conta, così come non conta la classe lavoratrice.
Di fatto, nei grafici socioeconomici relativi alla Grande accelerazione non c’è alcuna traccia di tendenze occupazionali, salari, condizioni di lavoro nell’industria, nell’agricoltura e nel settore dei servizi, di rapporti di lavoro e accesso ai mezzi di produzione e di cambiamenti nell’organizzazione del lavoro. La crescita accelerata del periodo 1950-2010 viene vista come un fenomeno naturale, qualcosa che è avvenuto come conseguenza della “mano invisibile” del mercato, e non come il frutto del lavoro umano.
Come effetto, le persone appaiono solo in veste di consumatori i cui bisogni e desideri sono stati soddisfatti dal sistema produttivo capitalista, e non anche in veste di coloro che vi sono stati sacrificati, i cui corpi e le cui menti sono stati messi al suo servizio o che vi hanno resistito in modi diversi. In questa narrazione, la classe lavoratrice è un tutt’uno con il padronato, parti di un insieme che viene genericamente indicato come umanità (o, nella migliore delle ipotesi, Paesi dell’OCSE), e contrapposto alla Terra.
La maggior parte dei capitoli di questo libro, invece, vi racconterà storie in cui il lavoro umano è tutt’uno con la Terra – minacciato dall’avanzata del controllo padronale sulla natura (umana e non umana), vulnerabile di fronte al degrado ambientale, e in lotta contro entrambi – mostrando quanto lavoro e classe contino nel dare un senso all’era della Grande accelerazione. Un assunto ancora più implicito dell’idea dominante è la fantasia patriarcale secondo cui la riproduzione non conti.
I grafici socioeconomici relativi alla Grande accelerazione iniziano con la crescita della popolazione, ma non viene mostrato alcun dato sull’enorme sovraccarico di lavoro riproduttivo (in particolare, lavoro domestico e produzione di sussistenza) implicato nella crescita (pari a un fattore 7) del numero di esseri umani nell’ultimo secolo. L’aumento della popolazione è dunque considerato un indicatore del progresso e del benessere umano, ed è correlato all’estrazione di risorse, al consumo e allo spreco, ma il suo costo sociale è ritenuto irrilevante.
Nel 2018, poco prima della pandemia di Covid-19, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (o OIL) stimava che il 45 per cento di tutte le ore di lavoro settimanali svolte a livello globale fosse dedicato al lavoro di cura non retribuito, e che sulle spalle di donne e ragazze ne ricadesse circa il 75 per cento. Questo ci dice tre cose:
1. quasi la metà di tutto il lavoro umano rimane esclusa quando si misura la ricchezza attraverso il PIL; 2. si tratta di un lavoro in larga misura femminilizzato;
3. l’economia globale si appropria gratuitamente della maggior parte del lavoro riproduttivo per sostenere la propria crescita, principalmente attraverso la fornitura di una forza lavoro a basso costo (o proletariato). Nulla di tutto ciò è visibile nei grafici che raccontano la Grande accelerazione.
Se il lavoro salariato nel settore industriale non conta, ancor meno conta quello, per lo più non retribuito, delle donne della classe operaia e contadina, spinte a quella (ri)produzione accelerata di vite umane che rientra nella categoria di “crescita demografica”. Nel concetto patriarcale di ricchezza umana il lavoro è associato alla produzione di merci ma non a quello di produzione di vita; alla prospettiva del valore di scambio ma non a quella di sussistenza e valore d’uso.
Immaginato come un tutt’uno con un’umanità padrona (tecnologie industriali, commercio globale, merci) il lavoro viene implicitamente ritenuto responsabile del degrado ambientale conseguente agli sviluppi produttivi, ma non della cura delle persone e della terra in relazione al lavoro di sussistenza e di riproduzione. Questo libro vi mostrerà come sia il lavoro domestico sia quello di riproduzione ambientale abbiano avuto un ruolo cruciale nell’era della Grande accelerazione, evidenziando come, tra le coordinate imprescindibili per capire questa epoca di grandi cambiamenti ambientali, ci sono anche sesso/genere e razza/colonialità.
Nel complesso, questo libro mostra come queste due prospettive – la produzione di merci e la produzione di vite – si confondano nella realtà materiale, nei corpi e nell’agentività del lavoro umano, proprio perché questo è fatto di esseri viventi e non di macchine. Entrambe le prospettive, dunque, sono fondamentali per comprendere il ruolo del lavoro nel sistema egemonico della modernità industriale/capitalista.
Con questa espressione intendo un tipo ben preciso di modernità: quella che considera le forze di produzione (scienza occidentale e tecnologia industriale) come il motore principale del progresso e del benessere umano, mentre vede la riproduzione (umana e non umana) come uno strumento passivo, al servizio della produzione industriale e dell’infinita espansione del PIL. In questo paradigma, sia la terra sia il lavoro di cura sono risorse necessarie di cui appropriarsi e su cui mantenere la presa nel modo più economico ed efficiente possibile.
L'articolo “Proletari di tutta la terra”: ripensare l’ecologia a partire dal lavoro proviene da MicroMega.