Politica
Un baratro culturale
L’uccisione di un ragazzo all’interno di una scuola, per mano di un altro studente, non può essere considerata come un episodio casuale e isolato. È l’espressione di un disagio, di un malessere profondo che attraversa la società contemporanea.
E oggi non soffre solo l’individuo: soffre la società stessa, disgregata nei suoi valori, nei suoi rapporti, nelle sue istituzioni. Uno spazio nato per educare, crescere e costruire relazioni si trasforma in uno scenario di violenza e morte.
Una società si giudica da come tratta e protegge i suoi giovani. Oggi questo giudizio ci riguarda da vicino.
I titoli dei giornali parlano di “uno studente che ha accoltellato un compagno”. Ma dietro questa formula impersonale si cela una realtà più dura: un ragazzo di diciotto anni ha tolto la vita a un coetaneo di diciannove.
Ciò che distingue questo episodio da molti altri è l’esito mortale. Una tragedia.
Quello che invece sorprende meno è la presenza di un coltello tra i banchi di scuola. È accaduto all’istituto professionale Domenico Chiodo della Spezia, un luogo emblematico di una certa idea di istruzione ridotta a semplice addestramento al lavoro.
In quella scuola, si entra adolescenti e si esce operai specializzati, pronti per il cantiere. Una visione dell’apprendimento che privilegia l’utilità immediata e considera superflui il pensiero critico, la riflessione, la parola.
Eppure, proprio lì si è consumato un dramma che obbliga a interrogarsi. Il giovane responsabile dell’omicidio era prossimo al diploma: il suo percorso formativo, almeno formalmente, era concluso.
Ciò che doveva apprendere, lo aveva appreso. Di fronte a tutto questo, la risposta politica prevalente è securitaria: più pene, più controlli, persino metal detector nelle scuole.
Ma la violenza non nasce ai cancelli. Nasce molto prima, nei vuoti educativi e nelle crepe sociali che abbiamo scelto di ignorare.
Secondo Hannah Arendt, il male non si manifesta in forme eccezionali o mostruose; prende corpo nella sospensione del pensiero e nella rinuncia alla responsabilità. È in questa rinuncia che si annida il filo sottile che lega tragedie solo apparentemente lontane: un legame invisibile fatto di omissioni, disattenzioni, silenzi e trascuratezze.
Non si tratta di colpe individuali, ma di un fallimento collettivo: quello di un sistema educativo e culturale incapace di trasmettere senso, limite e appartenenza. Quando non parlano le parole, parlano i coltelli.
Ogni arma che attraversa una scuola segnala un cortocircuito simbolico, il passaggio dalla parola al gesto, dal pensiero alla pulsione. È il segno di una civiltà che non riesce più a trasformare le emozioni in linguaggio.
Viviamo in un tempo in cui la superficialità diventa metodo e l’assenza di regole viene scambiata per libertà. Ogni limite è vissuto come un sopruso, ogni controllo come un’ingerenza.
Ma il limite, quando nasce dalla responsabilità e non dal dominio, è la condizione stessa della libertà. L’assuefazione all’obbedienza (come ricorda il paradosso della rana evocato da Étienne de La Boétie) anestetizza lentamente: ci si adatta a tutto, fino a non avere più la forza di reagire.
Ciò che non viene elaborato ritorna come sintomo. Il disagio ignorato e la frustrazione non compresa riemergono sotto forma di violenza, che definiamo “improvvisa” solo perché abbiamo smesso di osservarne i segnali.
L’assenza di adulti capaci di esercitare un’autorità autentica lascia i giovani soli, prigionieri di emozioni che non sanno né nominare né governare. A rendere tutto più fragile, è il vuoto di un progetto culturale condiviso.
Alla scuola si chiede di curare ogni ferita sociale, ma le si nega il riconoscimento del suo ruolo fondamentale: essere il primo luogo in cui si costruisce il senso del vivere comune. La scuola può emancipare solo se forma pensiero critico e offre strumenti simbolici.
Se si limita a trasmettere competenze tecniche, non libera: riproduce il disordine che la circonda. Quando il linguaggio si impoverisce, il gesto prende il sopravvento.
E troppo spesso quel gesto è violento. Se riduciamo l’educazione ad addestramento ed espelliamo la parola, resta solo il corpo.
E quando il corpo diventa l’unico linguaggio possibile, la violenza smette di essere un’eccezione. Questa visione, per quanto dura, è realistica: fotografa una società che, se non trova il coraggio di costruire un nuovo spazio di reazione consapevole e un cambiamento strutturale, resterà intrappolata nel proprio malessere, destinata a ripetere le stesse tragedie.
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