Politica
Caccia al petrolio, bugie, guerra civile “fredda”: l’America di Trump punta sempre più al regime
“L’America ingolfa il mondo” s’intitola, molto adeguatamente, l’ultimo numero di Limes. Il Donald pacificatore, dopo l’assaggio d’autunno, ribombarda l’Iran che strozza lo stretto di Hormuz.
Il leader dell’America First fiero nemico e critico dei regime change, mobilita sempre più truppe e mentre affonda in una specie di Vietnam nell’Oriente Vicino auspica una diversa leadership a Teheran e mani libere sul petrolio persiano. Una contraddizione e una inveterata passione, come spiega il Venezuela sotto patronato.
Gli Usa s’ingolfano, scricchiolano, girano le viti di un regime interno prossimo venturo, fanno allibire il mondo e, tra i tanti, il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al-Busaidi mediatore dei negoziati Iran-America: “Le trattative erano in corso, erano serie e ora sono compromesse”, ricorda Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica.
Trump ostinato e contrario, asseconda e rinforza la guerra di Netanyahu infischiandosene dei pareri dell’intelligence (l’Iran non era una minaccia immediata e i programmi nucleari chiaramente rallentati) e dell’establishment militare, poco o nulla convinto nel dissanguare il parco missili, parole del capo degli Stati maggiori riuniti Dan Caine: “Una campagna contro l’Iran è stressante e rischiosa”.
Intanto Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center e MAGA convinto, si è dimesso ma continua a pressare il presidente, come tanti uomini di potere che hanno creduto al messaggio trumpiano sulla prevalenza degli interessi nazionali e vedono male l’avventura al fianco di Israele, manipolatore di Washington e miccia innescante per Houthi e residui di Hezbollah libanesi, uno dei Paesi mediterranei che ha seminato più lutti nel dopoguerra. J. D. Vance, vicepresidente restrainer, cioè frenatore di avventure estere, tace.
L’America sempre in cerca di un nemico L’America First che chiude le frontiere, tira su muri col Messico e lo strapazza, insieme al Canada, coi dazi, dà segnali di insicurezza, di timori per il pieno controllo perfino nei giardini di casa, intanto galoppa l’antico pensiero negativo della super-potenza, sempre in cerca di un rivale necessario (è la volta della Cina) e minaccioso per il sacro emisfero occidentale. Il dollaro declina – relativamente – e il debito pubblico federale sale ai 6.600 miliardi di dollari?
I conti passano in secondo piano davanti ai terribili nemici, meglio quando autoprodotti, se ricordiamo lo scoperchiamento del vaso di Pandora iracheno: da dieci anni il bilancio del Pentagono cresce ininterrottamente e nel 2016 dovrebbe superare i mille miliardi di dollari, nella linea di un capitalismo nazionale politicamente orientato e pronto “ad assecondare la natura imperiale della trasformazione in corso”, spiega l’analista e docente (a Washington e Budapest) Carlos Roa. Un assist al riarmo globale in presenza di un progressivo esaurimento dei trattati sulla limitazione di ordigni letali e simili, vedi lo Start, Strategic Arms Reduction Treaty, il Trattato di riduzione delle armi strategiche, con la Russia.
Il dipartimento della Guerra (nomen omen) sta sfoltendo la burocrazia in nome dell’anti-wokismo, basta quindi con le donne in divisa e con l’inclusione, mentre un apposito ufficio del Pentagono e il Dipartimento per l’Energia stanno “creando di fatto un fondo sovrano per le materie prime” con investimenti in diverse imprese impegnate sul fronte delle filiere produttive e dei minerali strategici. La Groenlandia rimane nel mirino.
Di fatto Trump privilegia più la fedeltà nei suoi confronti che alla Costituzione e ha dichiarato papale – sottolinea Scott Smitson, veterano e docente alla Denison University nell’Ohio – che le forze armate si sarebbero dovute preparare a condurre operazioni militari nelle città americane. Una prospettiva non contemplata dalla giurisprudenza statunitense.
Non solo, ha attivato la Guardia Nazionale dispiegandola nelle grandi città con netta preferenza per quelle governate da democratici, suscitando il forte timore che possa, “in risposta all’opposizione della magistratura, scegliere di invocare l’Insurrection Act, una legge federale che consentirebbe al presidente di schierare forze in servizio attivo nelle città statunitensi”. The Donald prova un fastidio da orticaria per il Congresso e quei repubblicani poco allineati, per il potere giudiziario (ci ricorda qualcuna?) e gli equilbri/controlli che fanno vivere una democrazia.
Del resto, più d’un osservatore ha avanzato l’ipotesi che Trump nel gennaio del’21 avesse dato il “la” ai manipoli per l’assalto a Capitol Hill, cuore dei poteri legittimi, dal Congresso alla Corte Suprema, in modo da poter poi giustificare l’utilizzo dell’Insurrection Act. Agenti dell’Ice a Minneapolis (Fot:
Dave Decker/ZUMA Press Wire) Pictured: gv,general view). Il trumpismo eversivo dietro le scorribande dell’Ice Forse il caso di studio più lampante del trumpismo eversivo dopo le scorribande dell’Ice a Minneapolis, si è verificato a Berkeley nel novembre scorso – lo racconta Edoardo Pani, laureato a Sciences Po a Parigi – in occasione dell’ultima tappa universitaria del tour di Turning Point Usa, l’organizzazione schiettamente reazionaria cofondata da Charlie Kirk, ucciso a ottobre mentre parlava sul palco della Utah Valley University da Tyler Robinson, studente convivente con un transgender e quindi mosso dall’odio dell’estrema sinistra verso un arciconservatore.
Un attimo, scovato l’errore? A dispetto delle fanfare suonate pure da noi, Kirk non è stato martirizzato da un feroce marxista dissoluto ma, si è successivamente appurato, da un probabile simpatizzante dei Groyper, movimento oltranzista di estrema destra guidato da Nick Fuentes, spesso in attrito con Kirk perché troppo moderato.
Oltretutto la famiglia di Tyler aveva informato che “in famiglia siamo tutti MAGA”. Trump aveva risolto il dilemma a modo suo: bisogna “trattare i radicali di sinistra come terroristi”.
Detto fatto e ritorniamo a Berkeley, dove l’iniziativa del Turning Point Usa era stata contestata senza risparmio. Organizzare un rally di quel genere era stata una riuscita provocazione, viatico per una caccia alle streghe nell’università culla da sempre di pensiero critico e antagonista.
La ciliegina sulla torta di una politica fatta di attenzione investigativa e scrutinio governativo dei documenti degli studenti, con l’amministrazione universitaria incaricata della gestione del rischio: basta coi dibattiti liberi, sotto con l’autorizzazione preventiva e le verifiche se le università hanno standard di sicurezza adeguati. I campus, dice Pani, “stanno diventando dei centri in cui giovani, persone istruite e liberali nel senso americano del termine, possono essere riclassificati da ‘cittadini in formazione’ a potenziali minacce”.
Procedure asfissianti, possibili macchie sul curriculum: tra gli studenti solo chi ha possibilità economiche osa sfidare nei campus la nouvelle vague MAGA. “All’inizio del 2026 lo stesso dipartimento di Stato – conclude Pani – ha dichiarato (con fierezza) di aver revocato circa 8 mila visti per studenti stranieri dall’inizio del secolo mandato, trattando lo status di studente come materia di sicurezza nazionale”. Nel fiume carsico dello sfacelo di una Generazione Z soggiogata dai social e per questo paradossalmente asociale (oltre che “asessuata”), questa è una delle risposte targate Donald.
Lo Youth Risk Behavior Survey 2023 ha registrato “quote molto alte di studenti con tristezza persistente o disperazione e livelli significativi di ideazione suicidaria”, scrive Massimo Scattarreggia, studioso con base in Florida citando non un ente qualsiasi ma il Centro Nazionale per gli Studi sulla Salute. L’occupazione ad personam delle istituzioni democratiche La distanza tra Paese reale e Paese Ideale secondo i desiderata dei MAGA e dei tecnovassalli alla Thiel & Karp di Palantir, ormai una branca operativa del governo nel campo dell’AI bellica, è abissale.
Musk, imperturbabile davanti ai 100 mila posti di lavoro persi l’anno passato nel manifatturiero, vuol costruire robot per automatizzare il lavoro manuale, alla faccia della propaganda populista. Trump ha promesso di spostare costi sugli alleati (vedi Nato), diplomazia per chiudere le guerre, economia come sicurezza, dalle filiere alla reindustrializzazione.
Ma ha mantenuto pochino. Gli unici passi decisi li ha compiuti nell’occupazione ad personam delle istituzioni secondo una concezione massimalista del potere presidenziale, una virata molto gradita negli ambienti del nazionalismo conservatore che si rifanno alle idee del dublinese Edmund Burke (1729-1797), cui hanno intitolato, forzandone il pensiero, una Fondazione ben ramificata negli Usa e basata su rifiuto del globalismo, Dio e religione pubblica, famiglia, immigrazione, razza.
Un antiliberalismo in camicia bruna, difeso da Patrick Deneen dell’Università di Notre Dame nell’Indiana, estimatore di Leo Strauss, filosofo ebreo tedesco emigrato nel 1937 negli Stati Uniti. Per questo faro dei MAGA, liberalismo, progressismo, storicismo e nichilismo non sono separabili, si tengono, quindi vanno contrastati tutti.
L’influente Claremont Institute e la rivista “First Thing” di Russel Reno spingono verso la rifondazione della nazione americana su base religiose e metafisiche, Curtis Yarvin, che ama presentarsi come “filosofo della Silicon Valley”, è convinto che “gli Stati Uniti dovrebbero trasformarsi in una monarchia assoluta modellata su una start-up”, un mix tra il Re Sole e un amministratore delegato, scrive Alessandro Mulieri, professore al Centre national de la recherche scientifique di Parigi. Aiuto.
Trump ha molta acqua in cui nuotare. Ma secondo il Pew Research Center, dati dello scorso dicembre, la fiducia nel governo federale resta vicina ai minimi storici, solo un quinto degli americani dichiara di fidarsi “sempre” o “per lo più” di Washington e la fiducia interpersonale, verso gli altri, è scesa sensibilmente, sostiene un sondaggio Gallup.
Segni marcati di una “guerra civile fredda” in via di inesorabile riscaldamento? In un contesto di mancata legittimazione reciproca tra liberal e Maga, woke e no woke, progressisti e paleoconservatori, le elezioni presidenziali diventano una sfida esistenziale.
Prima, però, attenzione a quelle di midterm del prossimo novembre. Il 2026 “è dominato – scrive Scattarreggia – dalla logica pre-elezioni: ridisegno dei distretti, protezione per i trasgressori allineati, svuotamento delle strutture di difesa elettorale, nel caso estremo uso estensivo di ‘sicurezza’ ed ‘emergenza’ per condizionare l’accesso al voto”.
Marléne Laruelle, esperta di “illiberalismo” della George Washington University, intervistata da Federico Petroni di Limes, dà poi una fotografia allarmante dell’ecosistema trumpista basato sulla comunità e scorge attinenze che fanno rabbrividire nell’idea di “comunità come entità organica che trascende l’individuo, da cui l’individuo non può uscire, da proteggere e da depurare da influenze esterne, radicata nella terra e nel sangue. È una visione essenzialista, primordiale.
Era un elemento importante nella tradizione da cui è scaturito il nazismo. Ed è molto presente anche negli Stati Uniti, per via del culto della terra a cui sei fisicamente connesso perché ci sei nato”.
Davvero l’America è “too big to fail”, troppo grande per fallire tradendo sé stessa? L'articolo Caccia al petrolio, bugie, guerra civile “fredda”: l’America di Trump punta sempre più al regime proviene da Strisciarossa.