Politica
La Palestina e la fabbrica dell’opinione pubblica
Diceva Pierre Bourdieu che “l’opinione pubblica non esiste”. Considerazione lapidaria che il sociologo francese introduceva per spiegare come quell’insieme di orientamenti e di sensibilità, che va sotto il nome di opinione pubblica, sia continuamente riplasmato da un gioco più ampio di forze sociali, di spinte e controspinte, che sottrarrebbero autonomia a una ipoteticamente libera sfera dell’opinione.
Tornano alla mente queste considerazioni se si riflette sulla vicenda dei presunti finanziamenti a Hamas, da parte di un gruppo di esponenti pro-Pal, al centro di un’indagine avviata dai giudici genovesi. L’inchiesta, che prende in esame un arco di trentacinque anni, risalendo fino al 1991 – epoca in cui, tra l’altro, Hamas cominciava appena ad affacciarsi sulla scena –, mette nel mirino l’attività di un architetto giordano-palestinese, Mohamed Hannoun, imputato, come recita l’atto di accusa, di “avere finanziato l’associazione terroristica Hamas […] consapevolmente contribuendo all’attività dell’organizzazione terroristica, sia nella componente civile che in quella militare, anche provvedendo al sostentamento dei famigliari di persone coinvolte in attentati terroristici o di detenuti per reati terroristici”.
Il finanziamento sarebbe avvenuto – secondo il capo di imputazione – attraverso una rete di organizzazioni aventi sede in Italia e in Turchia, e ne avrebbero beneficiato “associazioni con sede in Gaza, nei Territori palestinesi o in Israele, dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate a Hamas”, per un importo complessivo, dal 18 ottobre 2001 a oggi, di poco più di sette milioni di euro. Notava al riguardo il magistrato Livio Pepino, in un lucido articolo su “Volere la luna”, che in tutti questi trentacinque anni l’attività di Hannoun e dei suoi collaboratori è rimasta sostanzialmente inalterata, ed è consistita nella raccolta di denaro a beneficio della resistenza del popolo palestinese, come scritto nella denominazione della società che coordinava, e come pubblicamente dichiarato in ogni occasione.
Pepino ricorda che tale attività, “da sempre sotto i riflettori e scandagliata in tutti i suoi aspetti, è stata ripetutamente valutata dall’autorità giudiziaria che, per ben due volte (nel 2006 e nel 2010), l’ha ritenuta priva di rilievo”. Per cui – conclude il magistrato – tutto questo parrebbe dimostrare che ciò che oggi è cambiato “non è l’attività delle associazioni coordinate da Hannoun, ma la valutazione che ne danno i giudici”.
In attesa che l’inchiesta proceda e se ne chiariscano gli aspetti, non è difficile ricondurre un simile ribaltamento di valutazioni al clima politico che si è determinato nelle ultime settimane, e in cui rientrano anche altri episodi significativi: dalla vicenda di Askatasuna (vedi qui) fino alle varie proposte in discussione in commissione al Senato, in cui si ipotizzano misure preventive contro le mobilitazioni e i dibattiti nei quali siano rintracciabili segni di antisemitismo, inclusi quelli a favore della Palestina nelle università. Non ci vuole molta fantasia per pensare che l’obiettivo comune a queste varie misure e indagini in cantiere sia quello di produrre un effetto sull’immaginario che ha animato le manifestazioni dei mesi scorsi: cercando dunque di mettere una pietra sopra alla massiccia adesione che esse hanno riscontrato, soffocando la discussione che hanno aperto nel Paese.
Tutto questo auspicando un ritorno alla normalità dell’opinione pubblica, cioè alla passività e all’accettazione di quanto sta avvenendo a Gaza e in Cisgiordania. Impressione rafforzata dal fatto che, nel caso della vicenda di Hannoun, esiste, al di là dell’eco nazionale, una specifica componente genovese.
Genova è stata il cuore della solidarietà italiana con Gaza: da Genova è partita Flotilla, con una folla enorme a scortarne la partenza, un impressionante schieramento di cinquantamila persone in una città che ne conta poco più di cinquecentomila. La raccolta di viveri organizzata dai portuali e da “Music for Peace” ha coinvolto migliaia di cittadini, che nel momento della consegna e del confezionamento dei pacchi, oggi arenati in qualche deposito, hanno riscoperto un importantissimo momento politico collettivo e solidale.
Colpire un bersaglio tutto sommato facile come Hannoun, da tempo nel mirino degli inquirenti, e le cui posizioni erano note, ha quindi avuto in città il sapore di una sorta di rappresaglia per quanto avvenuto, e gli arresti legati all’inchiesta hanno destato incredulità e stupore. Ci sono state proteste e una piccola manifestazione.
La destra locale, invece, ha colto al balzo l’occasione per attaccare tutto il movimento pro-Gaza, e la sindaca Silvia Salis, accusata di “andare a braccetto con Hamas”, per avere presenziato a riunioni in cui parlava Hannoun, se non addirittura per avere confezionato pacchi di viveri a poca distanza da lui. Salis ha duramente smentito le insinuazioni, e ha dichiarato di avere solo presenziato a una riunione con altri sindaci sulla questione di Gaza, in cui effettivamente aveva preso la parola lo stesso Hannoun.
Ma il veleno ha continuato a diffondersi: è tornata a echeggiare, da destra, l’affermazione fatta nell’ottobre scorso dal “Tempo” secondo cui la spedizione di Flotilla sarebbe stata finanziata con i quattrini di Hamas. Insomma, un gioco al massacro nei confronti di una mobilitazione senza precedenti, evidentemente indigesta al governo.
Tutto sembra rientrare perfettamente in quel gioco di poteri che Bourdieu individuava dietro le cortine della cosiddetta opinione pubblica. Secondo il sociologo, l’opinione pubblica non si costruisce attraverso una mera somma delle singole opinioni dei singoli soggetti, poiché “nelle situazioni reali, le opinioni sono delle forze e i rapporti di opinione sono conflitti di forza”.
In questo senso – proseguiva Bourdieu – “prendere posizione su questo o quel problema significa scegliere tra gruppi sociali realmente esistenti, ed esprimere, sempre più, scelte rispetto a principi esplicitamente politici”. Intorno alla fabbricazione dell’opinione pubblica, si gioca quindi una partita il cui fine è scegliere da quale parte prendere posizione, a chi portare il proprio consenso, con e contro quali soggetti schierarsi.
E allora la teatralizzazione del caso Hannoun, e lo spazio mediatico a esso dedicato, sono stati utilizzati come una leva tesa a modificare gli equilibri e a invertire le tendenze che hanno fatto dell’Italia, per tutto l’autunno scorso, un Paese diverso, in un’Europa in cui a volte bastava indossare una kefiah per rischiare l’arresto o comunque guai con la giustizia, come accaduto in Germania e nel Regno Unito. L'articolo La Palestina e la fabbrica dell’opinione pubblica proviene da Terzogiornale.