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Cosa è successo alla manifestazione di Askatasuna a Torino

Venerdì 6 febbraio 2026 ore 17:00 Fonte: Valigia Blu
Cosa è successo alla manifestazione di Askatasuna a Torino
Valigia Blu

di Cinzia Sciuto *Articolo originale su MicroMega pubblicato per gentile concessione della direttrice Cinzia Sciuto. Sul sito di MicroMega sono disponibili molti approfondimenti, alcuni gratuiti altri riservati agli abbonati.

Qui i piani di abbonamento proposti a partire da 4,90 euro al mese. Di quanto è accaduto sabato a Torino non ho esperienza diretta, perché non c’ero.

L’idea che mi sono fatta nasce dunque dai resoconti della stampa e dai racconti di chi invece in piazza c’era. Ma anche se ci fossi stata, questo non avrebbe garantito uno sguardo obiettivo né un quadro completo.

Le manifestazioni sono eventi senza una forma precisa: assumono configurazioni diverse a seconda di dove ti trovi, e ciò che accade in un punto può restare completamente invisibile a chi si trova poche decine di metri più in là. È anche per questo che i racconti di quella giornata risultano così diversi, persino contrastanti.

Eppure possono essere tutti veri allo stesso tempo. In politica, come nei fenomeni sociali, il principio del terzo escluso non vale.

Partiamo da un dato che difficilmente può essere messo in discussione. La stragrande maggioranza dei partecipanti parla di una manifestazione in larga parte pacifica.

E se davvero in piazza c’erano 40-50 mila persone, o anche “solo” 20mila stando ai numeri di Piantedosi, questo racconto non può che essere vero: non abbiamo certo visto decine di migliaia di persone violente. Lo stesso ministro dell’interno parla di 1.500 “soggetti che si sono staccati dal resto del corteo e hanno dato avvio agli scontri con la polizia”.

Ridurre l’intera giornata al racconto degli scontri significa cancellare deliberatamente la presenza di decine di migliaia di persone che sono scese in piazza senza alcuna intenzione violenta, per manifestare contro lo sgombero di un centro sociale che per molti rappresenta un presidio politico e sociale della città. Allo stesso tempo, però, gli spezzoni che hanno preso parte agli scontri non erano “infiltrati” estranei alla manifestazione.

Facevano parte integrante del corteo. E questa non è un’interpretazione ma lo si deduce dalle parole dello stesso collettivo di Askatasuna – promotore del corteo – in un comunicato con cui non solo non ha condannato le violenze, ma ha rivendicato l’andamento della manifestazione ed espresso solidarietà ai tre arrestati, fra i quali c’è un ragazzo accusato del pestaggio del poliziotto Alessandro Callista.

Come si tengono insieme questi due elementi? Chi manifestava pacificamente era consapevole della presenza di frange violente?

Le ha deliberatamente coperte come insinuato da Piantedosi? È difficile dirlo con certezza.

L’ipotesi più plausibile è che anche qui convivano due verità diverse ed entrambe contemporaneamente vere: è impensabile che decine di migliaia di persone siano scese in piazza con l’intenzione di coprire le violenze, ma sarebbe altrettanto ingenuo credere che nessuno fosse consapevole della presenza di gruppi che fanno dello scontro un obiettivo in sé e che, in questo caso in particolare, sono gruppi strettamente legati alla realtà al centro della manifestazione, ossia Askatasuna. Per questo anche il richiamo a un servizio d’ordine interno alla manifestazione che non avrebbe saputo isolare i violenti in questo caso ha poco senso: chi avrebbe dovuto organizzare questo servizio d’ordine è esattamente chi poi ha anche rivendicato gli scontri, anche se la partecipazione poi è andata molto oltre la cerchia ristretta delle realtà che hanno promosso l’iniziativa.

Ricostruire con certezza le dinamiche precise degli scontri, dall’esterno, è praticamente impossibile. Resta però una sensazione che chi frequenta le manifestazioni conosce bene: l’impressione che esista una sorta di copione, un gioco delle parti che si concretizza in una provocazione reciproca tra gruppi di manifestanti e settori delle forze dell’ordine che conduce quasi inevitabilmente allo scontro.

E questo è anche uno dei motivi per cui sempre più persone scelgono di tenersi lontane dalle piazze, percepite come luoghi in cui la possibilità di degenerazione è inscritta nel meccanismo stesso. Venendo all’episodio che ha tenuto banco in questi giorni: il video del pestaggio del poliziotto isolato, accerchiato e colpito mentre si trova senza casco e separato dal resto del reparto, mostra una scena agghiacciante.

Il branco contro uno: una dinamica tipicamente fascista, di cui anche frange della sinistra non sono affatto immuni. Nulla giustifica quell’accanimento.

Nessuna eventuale violenza precedente può rendere accettabile ciò che si vede in quelle immagini. Su questo non ci possono essere ambiguità né attenuanti.

Ma quel video non può essere l’unico frame che racconta l’intera giornata. Non può cancellare le altre immagini, le altre testimonianze, gli altri racconti che mostrano manifestanti picchiati, manganellati, caricati.

Usarlo come unico prisma interpretativo significa compiere una deliberata operazione di semplificazione e manipolazione della realtà. Che è esattamente quello che ha fatto il governo isolando un singolo episodio, estrapolato dal contesto, per giustificare una ulteriore stretta repressiva che in realtà era già in preparazione, ben prima di Torino.

Il pestaggio del poliziotto diventa così il grimaldello perfetto per legittimare misure securitarie presentate come risposta a una fantomatica “emergenza”, ma che rispondono in verità a una strategia politica già definita. A questa strumentalizzazione in chiave repressiva si accompagna, puntuale, l’ennesimo attacco ai magistrati.

Un copione ormai familiare, che diventerà probabilmente ancora più frequente in vista del referendum di marzo sulla riforma della magistratura. Una presidente del Consiglio che suggerisce quali reati perseguire, intimando ai magistrati cosa devono fare, compie un passo ulteriore nella messa in discussione della separazione dei poteri.

Che è uno dei pilastri fondamentali di ogni Stato di diritto. Immagine in anteprima via Facebook

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