Politica
Il filo nero di estrema destra che unisce Europa e America Latina al neo imperialismo MAGA
In America Latina, negli ultimi anni, il fenomeno delle destre radicali o, per meglio dire, delle nuove estreme destre, è diventato centrale. Queste formazioni politiche hanno preso piede globalmente, radicandosi particolarmente in Europa e nel continente americano.
Si è andata delineando una vera e propria internazionale reazionaria, una rete che esse hanno intrecciato non solo fra di loro, ma con la galassia del trumpismo MAGA statunitense e dell’estremismo nero europeo. Con il capo del governo italiano Giorgia Meloni il presidente dell’Argentina Javier Milei alla cerimonia inaugurale della presidenza Trump.
Foto di Saul Loeb/Pool/Sipa USA Questa internazionale già ora riceve il sostegno dei presidenti di circa la metà dei paesi latinoamericani. In vari altri paesi alcuni governi “centristi” oscillano e potrebbero presto aggiungersi, per timore di ritorsioni o per interesse, al blocco neoreazionario.
Inoltre tre presidenti di sinistra, il colombiano Petro, il brasiliano Lula e il cileno Boric, sono ormai alla fine del proprio mandato. I primi due andranno alle elezioni presidenziali, in maggio in Colombia e in ottobre in Brasile.
Mentre in Cile le elezioni si sono già tenute e ha stravinto l’estremista di destra Kast, che si insedierà il prossimo 11 marzo. Anche se vi è la possibilità che entrambi gli altri due paesi possano restare nell’alveo del progressismo – e questo è il mio auspicio –, le pressioni da destra sono fortissime e spalleggiate dalla mafia trumpiana.
In Brasile lo ha detto chiaramente José Zé Dirceu, uno dei fondatori del PT: “Bolsonaro è in carcere per i suoi delitti, ma il bolsonarismo è vivo e vegeto”.
E in Colombia, Ivan Cepeda, candidato della sinistra, ha denunciato che Álvaro Uribe “chiede una invasione militare statunitense anche per la Colombia”. L’unico governo progressista che sicuramente resterà in carica per i prossimi quattro anni è quello del Presidente Yamandú Orsi in Uruguay.
All’indomani del criminale intervento militare e dell’illegittimo sequestro del dittatore venezuelano Maduro, ad opera dell’autocrate Trump, che con questo atto si è messo sotto i piedi il diritto internazionale, tra coloro che hanno gioito, insieme alla Presidente del Consiglio italiana che l’ha definita “azione legittima e difensiva” (sic!), e al suo amico neofranchista Abascal, vi sono stati in prima fila i Presidenti argentino Milei, ecuadoriano Noboa, paraguayano Peña, salvadoregno Bukele, peruviano Jerí, honduregno Asfura, cileno Kast. Toni appena più moderati dal panamense Mulino e dal boliviano Paz.
L’internazionale reazionaria è penetrata in Sud America aiutata anche dagli errori della sinistra Il radicamento della internazionale reazionaria è avvenuto negli anni, con un protagonismo sia dei soggetti politici che la compongono, sia di componenti sociali e culturali che hanno contribuito alla sua crescita. Per creare l’humus su cui è prosperata, un ruolo importante l’ha avuto la penetrazione in profondità nella società latinoamericana di movimenti e chiese evangeliche e neopentecostali, spesso finanziate da strutture statunitensi, che hanno supportato la rivoluzione conservatrice.
Un altro pilastro, in tempi molto più recenti, è stato l’utilizzo scellerato e strumentale dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, a partire dai social media, fino alla opzione estrema dello squadrismo digitale. Ma responsabilità le ha avute la stessa sinistra che, su entrambe le sponde dell’Atlantico, spesso è caduta in due errori speculari.
Per un verso non essersi saputa rinnovare, mostrando all’elettorato una immagine populista e vecchia. In questo un ruolo nefasto l’ha avuto, in America Latina, la propaganda castrista sin da quando, giocando alla “esportazione della rivoluzione”, mandava a morire migliaia di persone, fornendo un formidabile alibi a chi propagandava la speculare e altrettanto letale “esportazione della democrazia” (va detto che nessuna delle due esportazioni è mai andata a buon fine).
Per altro verso, non essere riuscita a differenziarsi esplicitamente dal credo neoliberista, venendo percepita come una versione edulcorata e “sociale” della stessa ricetta. E’ singolare, e paradossale, constatare come personalità politiche latinoamericane intrise di nazionalismo e militarismo pseudo patriottico (gran parte dei presidenti citati a cui vanno aggiunti, tra gli altri, i clan Bolsonaro in Brasile e Uribe in Colombia), oggi indossino il cappellino e si prostrino ai piedi del sovranismo MAGA.
Esse sono espressione di paesi che, dopo i secoli di colonialismo ispanico e portoghese, hanno dovuto subire l’oltraggio autoritario sia del “Corollario Roosevelt” alla Dottrina Monroe (datato 1904, che dava mano libera ad interventi militari USA in America Latina), sia dell’interpretazione kissingeriana delle regole della Guerra Fredda, come sperimentarono i cileni. E, arrivando ai giorni nostri, alla ignominia del documento strategico NSS dell’Amministrazione Trump, del 5 novembre 2025, alla base degli avvenimenti d’inizio 2026.
In epoca non sospetta, un anno fa, scrivevo: «Nei placidi quattro anni di Biden, l’America Latina è stata totalmente dimenticata. Invece gli altri hanno proseguito di buona lena il proprio lavoro.
Quella che gli ideologi dell’estremismo reazionario, saccheggiando Gramsci, definiscono “battaglia culturale” è portata avanti da Bannon, dall’argentino Laje, a modo suo da Musk e, adesso, dal primo latinoamericano Segretario di Stato, Marco Rubio. (…) Posizioni estremiste e aggressive che potrebbero sfociare in una sorta di “dottrina Monroe 2.0” dagli esiti imprevedibili, ma sicuramente nefasti. Per dirla chiaramente: l’America Latina potrebbe diventare il terreno su cui combattere l’avanzata globale della Cina» (rivista Formiche, numero 210, febbraio 2025, pagg. 48/49).
I capi della nuova destra latinoamericana si affidano oggi supinamente all’autoproclamato monarca di Mar-a-Lago. L’America che il monarca vuol “fare grande” non è il continente che porta questo nome.
Ma loro, i vassalli a sud del Rio Bravo, fingono di non saperlo. In effetti, come ha scritto Vanni Pettinà, professore alla Università Cà Foscari di Venezia, su El País del 6 gennaio scorso, “per definire la politica estera statunitense nell’era Trump ormai non possiamo che usare il termine imperialismo”.
In assenza di comunisti, i cari, vecchi nemici che per un lungo periodo hanno rappresentato egregiamente l’alibi per le peggiori nefandezze emisferiche, adesso i nuovi nemici delle destre nazional patriottiche latinoamericane sono diventati altri. Sono le femministe, i residui popoli originari, le politiche di genere, gli ambientalisti, il mondo LGBT, i migranti e, in generale, i poveri.
L’unica teoria che neppure i novelli reazionari latinoamericani se la sono sentita di riciclare dall’immondizia europea dei neo-franchisti, dei neo-fascisti e dei neo-nazisti, è quella della “sostituzione etnica”. Per un continente in cui, come ci ha insegnato Carlos Fuentes, il meticciato è la regola, sarebbe stato veramente troppo.
Se l’ex vicesegretario del partito Lega Salvini Premier, l’eurodeputato Roberto Vannacci, andasse in America Latina a sproloquiare di “remigrazione”, concetto a cui tanto è affezionato, non troverebbe terreno fertile tra i suoi ipotetici interlocutori moderati e reazionari. L’argentino Javier Milei e tutto il clan brasiliano dei Bolsonaro dovrebbero remigrare in Italia, il cileno Juan Antonio Kast in Germania, il salvadoregno Nayib Bukele e l’honduregno Nasry Tito Asfura in Palestina, il messicano Eduardo Verástegui e il boliviano Rodrigo Paz Pereira in Spagna.
E così via remigrando. In questo assalto ai diritti, alle Costituzioni, alle libertà e alla democrazia, scatenato dalle estreme destre latinoamericane esse, purtroppo, sono in compagnia di regimi nati come espressioni di movimenti politici di sinistra.
Le dittature, post castrista a Cuba, post chavista in Venezuela, e neo somozista, della coppia Ortega-Murillo, in Nicaragua, sono la completa negazione di tutto ciò che una sinistra (radicale o moderata fa lo stesso) dovrebbe rappresentare. E sono il pretesto perfetto per coprire le infamie perpetrate dalle estreme destre reazionarie.
Prima o poi questi regimi tirannici cadranno, o per ragioni endogene, l’implosione, o per ragioni esogene, l’invasione (è appena successo, nelle forme che sappiamo, in Venezuela). Temo che la terza opzione, il ravvedimento operoso, pur auspicabile non sia annoverabile tra le possibilità.
Purtroppo, perché la fine di queste tre dittature, ammantate di lontane origini accostabili alla sinistra, daranno luogo alle peggiori destre reazionarie che abbia conosciuto il sub-continente americano. Così come, mutatis mutandis, è accaduto in Germania con il dilagare dei neonazisti della AfD, Alternativa per la Germania, dai lander della antica DDR, la Germania “comunista” dell’Est, a tutto il resto del paese.
Tra i vari paesi europei la Spagna ha, per evidenti ragioni storiche, un ruolo del tutto particolare. Innanzitutto con la funzione neo coloniale del partito spagnolo Vox, guidato da Santiago Abascal.
Ma anche per i tanti – e a volte inaspettati – vasi comunicanti tra personalità e partiti della destra tradizionale e moderata, e le espressioni più estremiste e reazionarie del mercato politico. In Italia, fu Berlusconi a “sdoganare” l’ingresso dei neofascisti al governo.
In Spagna, parte consistente della dirigenza del partito Vox proviene dalle fila del Partido Popular, aznariano. Le destre europee hanno creato una fitta rete di rapporti con l’America Latina Le destre europee hanno saputo sviluppare una fitta ed estesa rete di legami con l’America Latina.
Dai partiti moderati e conservatori, come il Partido Popular, PP, spagnolo o come Forza Italia, fino a quelli più marcatamente reazionari come il post franchista Vox, il post fascista Fratelli d’Italia, gli estremisti xenofobi di Se acabó la fiesta, di Alvise Pérez, l’estrema destra del partito portoghese Chega!, di André Ventura, la Lega Salvini Premier, fino al PiS polacco e a Fidesz dell’ungherese Viktor Orbán. Una menzione speciale per Netanyahu e il suo Likud, cui fanno riferimento Milei e altri personaggi latinoamericani.
Dopo la sua irruzione nella politica argentina, Javier Milei è diventato uno dei principali riferimenti politici di costoro, con il suo discorso di smantellamento dello Stato e dei corpi sociali intermedi, discorso che dovrebbe repellere una nazional-sovranista come Meloni che, al contrario, lo adora. Più alla chetichella si fa strada il salvadoregno Nayib Bukele, con il suo approccio autoritario e concentrazionario alla piaga della criminalità organizzata e para-mafiosa delle pandillas/maras.
Jair Bolsonaro e le sue propaggini, alcune delle quali sono la moglie e i figli, hanno attratto soprattutto personalità come l’italiano Salvini. La destra reazionaria con venature militariste, è incarnata da personaggi come il neopresidente cileno Juan Antonio Kast o la argentina e Vice Presidenta Victoria Villaruel, negazionista della dittatura e dei desaparecidos.
Con tutti loro interagisce la rete dell’ex guru trumpiano Stephen Bannon. Riferimento intellettuale autorevole e prestigioso per una parte del conservatorismo sedicente liberale, è stato per decenni il Premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa recentemente scomparso.
Quando non era intento a scrivere i suoi superbi capolavori letterari il Maestro, nella sua versione di agitatore politico, si ingegnava nel sostenere gli esponenti della destra spagnola e latinoamericana, spesso in coppia con Aznar, attraverso la sua Fondazione FIL, Fundación Internacional para la Libertad. Comunque sia, è José María Aznar l’esponente politico che con più caparbietà, determinazione e costanza, da una trentina d’anni, si è assunto il compito di propagandare in America Latina la versione neoliberista, conservatrice e a volte persino reazionaria, del verbo della destra spagnola ed europea.
Lo ha fatto negli anni precedenti al suo passaggio dal Palazzo della Moncloa (sede della Presidenza del governo spagnolo), lo ha fatto negli anni in cui ha guidato il governo (1996-2004), e ha continuato a farlo anche dopo la sua rovinosa debacle alle elezioni presidenziali del 14 marzo 2004. Aznar, con invidiabile coerenza, si è assunto il compito di fungere da sponda, nel Vecchio Continente, per gli esponenti delle destre latinoamericane.
Altra dote è anche quella di aver saputo realizzare, attraverso la propria Fondazione FAES, Fundación para el Análisis y los Estudios Sociales, un imponente e capillare lavoro pedagogico e di formazione, che ha coinvolto un numero consistente di giovani universitari appartenenti a settori delle classi medie e delle elites spagnole, latinoamericane, e di alcuni paesi europei. Di questa sua sistematica attività si sono beneficiati non solo il PP spagnolo – e, in misura rilevante, Isabel Díaz Ayuso, rampante Presidenta della Comunidad di Madrid – ma anche i neofranchisti di Vox.
Si potrebbe definirlo una sorta di archetipo della “permeabilità”, dei vasi comunicanti, che alimentano reciprocamente e creativamente le politiche delle destre e delle estreme destre euro-latinoamericane. Negli otto anni in cui guidò il governo spagnolo, Aznar si impegnò senza risparmio a favore delle destre latinoamericane, a partire dalla Colombia del suo amico e sodale Álvaro Uribe.
Nei rapporti con Cuba fu particolarmente feroce, imponendo alle istituzioni europee dell’epoca di adottare contro l’isola dure sanzioni economiche, denominate “Posizione Comune Europea”, che avevano la singolare caratteristica di affamare ulteriormente la popolazione, già prostrata di suo, senza né scalfire il regime del dittatore Castro né contribuire ad una effettiva transizione verso la democrazia. Appagavano solo lo smisurato ego del sanzionante.
Nel periodo 2006-2008, da Sottosegretario agli Esteri del governo Prodi II, pur non essendo per nulla compiacente verso il castrismo (nel 2001 venni addirittura espulso da Cuba, reo di avere contatti politici con i dissidenti democratici nell’isola), dovetti affrontare e tamponare le conseguenze di quella sciagurata politica aznariana. La collaborazione tra lo spagnolo Vox e Fratelli d’Italia Si è consolidata, negli ultimi anni, una forte collaborazione tra il partito spagnolo Vox, che sull’America Latina ha una attenzione ed una strategia del tutto speciali e neocoloniali, e il partito italiano Fratelli d’Italia.
Vi ricordate le urla di Soy Giorgia, soy mujer, soy cristiana, …ecc.? Bene, era a Madrid a un evento di Vox.
Oltre al cameratismo tra Meloni e Abascal, è da ritenersi che sulle tematiche latinoamericane vi sia una notevole sintonia. Non è propriamente un caso che il primo esponente europeo di spicco ad aver sottoscritto la Carta de Madrid, manifesto politico neocoloniale dell’estrema destra spagnola sull’America Latina (che peraltro loro preferiscono chiamare, con definizione sfacciatamente offensiva, Hispanoamérica), sia stata proprio Meloni.
Infine vanno almeno menzionate le Conferenze Politiche di Azione Conservatrice, CPAC, che negli ultimi anni hanno ripreso forza e sono diventate il summit per eccellenza delle destre reazionarie mondiali. Oltre che negli Stati Uniti hanno iniziato ad espandersi anche in altri paesi.
Per l’Europa, nell’Ungheria di Orbán. Invece in America Latina svariati paesi hanno già ospitato le CPAC: l’Argentina, il Brasile, il Paraguay e il Messico.
Sia il partito Fratelli d’Italia sia il partito Lega Salvini Premier sono habitué di questi appuntamenti. Direttamente, oppure attraverso intellettuali in house come Francesco Giubilei, Direttore scientifico della Fondazione Alleanza Nazionale.
Questo testo viene pubblicato per gentile concessione della rivista Italianieuropei e anticipa parte di un capitolo del libro di Donato Di Santo, sulle estreme destre latinoamericane, che uscirà a breve per Castelvecchi. Donato Di Santo ha ricoperto l’incarico di sottosegretario di Stato agli Esteri dal 18 maggio 2006 all’8 maggio 2008 nel secondo governo Prodi, con delega per l’America Latina.
Ha pubblicato Italia e America Latina, storia di una idea di politica estera (Donzelli, 2021) L'articolo Il filo nero di estrema destra che unisce Europa e America Latina al neo imperialismo MAGA proviene da Strisciarossa.