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Politica

Impedire al cardinale Pizzaballa di entrare nel Santo Sepolcro è un atto di barbarie al quale ribellarsi

Domenica 29 marzo 2026 ore 17:52 Fonte: Strisciarossa
Impedire al cardinale Pizzaballa di entrare nel Santo Sepolcro è un atto di barbarie al quale ribellarsi
Strisciarossa

È un fatto enorme quello che è successo con il divieto della polizia israeliana al cardinale Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme e a monsignor Francesco Ielpo, custode della Basilica del Santo Sepolcro, di entrare proprio in quello che è considerato il più importante luogo di culto cristiano del mondo per celebrare la messa della domenica delle Palme. È un fatto enorme e scandaloso e ha fatto bene il governo italiano – dalla presidente del consiglio ai ministri degli Interni e della Difesa – ad esprimere il proprio dissenso.

Uno dei tratti più gravi e miserabili della esperienza umana è l’abitudine: ci si abitua a tutto, trasformando in normali e ordinari comportamenti che, in una diversa situazione, sarebbero apparsi inaccettabili, intollerabili. Sta accadendo oggi con la guerra, che appare ormai il nostro orizzonte quotidiano, la norma, senza contrasto e opposizione, come se fosse un fatto naturale.

È accaduto in tutti i periodi in cui la barbarie è riuscita a prevalere sulla civiltà e la cultura, e accade oggi, in questo momento così tragico della storia del mondo. È la lezione che non bisognerebbe dimenticare mai, anche se sappiamo bene che la storia non è magistra vitae.

Anzi. Il passato, anche nelle sue espressioni più tragiche, oggi viene occultato, dimenticato, ed è questo uno degli aspetti più tragici del nostro presente: è in corso una catastrofe della memoria.

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa (Foto by Ammar Awad/UPI/Shutterstock (16807970d) La storia però ci insegna anche un’altra cosa: non ci sono periodi più tragici della vicenda dell’umanità come quelli in cui si intrecciano lotta politica e dimensione religiosa. Quando la guerra al nemico viene condotta in nome della religione allora l’umanità precipita nella barbarie, nella animalità.

Il nemico diventa solo un animale da abbattere, un essere inferiore di cui liberarsi in nome del proprio Dio. La lotta politica, la guerra, si situa su un altro piano – metafisico, escatologico – che autorizza a fare tutto, ad annientare il proprio nemico in nome di una missione che è assegnata a un popolo eletto, qualunque esso sia, qualunque sia il dio che lo elegge, Javhè o Allah.

È la violenza intrinseca, senza differenze, in ogni concezione di questo tipo che spinge a una guerra totale, senza rispetto per niente e per nessuno. Si tende a sacrificare tutto, con una fede che, a destra o sinistra, può smuovere le montagne.

Dal punto di vista della storia dell’umanità, sono questi i momenti in cui l’uomo torna a trincerarsi nella caverna originaria, da cui non esce mai in via definitiva: la barbarie, bisognerebbe sempre ricordarlo, è immanente all’umanità. Se si pensa alla storia europea, è facile vedere come i periodi più duri e luttuosi siano stati quelli nei quali nella guerra si sono intrecciati interessi politici e motivazioni religiose.

Come avvenne nel Cinquecento, quando l’Europa fu devastata da persecuzioni, roghi, divisioni che contrapposero padri e figli, senza alcun rispetto della comune umanità È quello che in altre forme sta accadendo oggi in Medio Oriente, nella guerra contro l’Iran, e che spiega la resistenza del regime degli ayatollah, nonostante le tonnellate di bombe scagliate sul loro paese e la decimazione programmata dei loro capi. È quello che non capisce Trump e il gruppo raccolto intorno a lui: non intende la natura del conflitto.

Qui non è in discussione l’esistenza di uno Stato, ma qualcosa di più profondo, che ha a che fare con un piano più alto, con il proprio “credo” religioso, inteso come principio unico e assoluto, fondante, della propria esistenza individuale e collettiva. Con la Bibbia, per Netanyahu.

Esistenza: è un termine utilizzato dai capi israeliani -“la nostra, dicono, è una guerra esistenziale”, ma la stessa cosa potrebbero dire i capi dei pasdaran. Da questo punto di vista non c’è differenza tra gli uni e gli altri.

Le torture dei palestinesi ad opera degli israeliani e quelle di Hamas nei confronti degli israeliani catturati non sono da questo punto di vista diverse e hanno origine nella stessa matrice: una lotta per l’esistenza che ha il punto costituente nella religione. Questa è la pietra di paragone.

E quando la religione assume questo rilievo non c’è più spazio per la politica, per un compromesso, per la tolleranza civile: c’è spazio solo per la reciproca distruzione. Sappiamo tutti quello che stanno facendo i coloni israeliani in Cisgiordania e sappiamo quello che succede a Gaza.

Sappiamo anche che Hamas a Gaza detta ancora legge. E sappiamo tutti quali siano i comportamenti degli uni e degli altri.

E quali le radici della guerra esistenziale che li contrappone. Il disastro di Gaza Il divieto al Cardinale Pizzaballa si inscrive in questo contesto, non sorprende.

Vuol dire solo che quella guerra è diventata ancora più dura e distruttiva, e più torbido e ingestibile l’humus da cui discende. Si capisce.

Ma questo non vuol dire che si debba stare zitti di fronte a tanto scempio. C’è una nostra responsabilità, e risiede nell’opporsi a tutto questo, senza abituarsi, se non si vuole trasformare la barbarie in un destino definitivo.

Ha fatto bene il Papa a far sentire la propria voce, evocando i cristiani del Medio Oriente, che “soffrono le conseguenze di un conflitto atroce, e in molti casi non possono vivere i riti di questi giorni santi”, È stato un gesto importante: in questo modo, oltre a difendere i cristiani del Medio Oriente, ha proclamato, volutamente, un’altra idea della religione: aperta, disposta a capire le ragioni dell’altro, imperniata sulla distinzione fra religione e politica, fra quello che è di Cesare e quello che è Dio – un pensiero che ha contribuito alla creazione e allo sviluppo della concezione liberale dello Stato e della religione. Tutto quello che oggi viene spesso contestato e anche deriso.

Ma proprio per questo è un pensiero che va oggi sostenuto e proclamato con forza ed energia da parte di tutti coloro che non vogliono abituarsi alla guerra esistenziale come orizzonte quotidiano e a gesti come quello compiuto nei confronti del Cardinale Pizzaballa. E va sostenuto sia dai credenti che dai non credenti, proprio per il ruolo e la funzione che i conflitti religiosi hanno assunto nel nostro mondo, generando guerre distruttive.

Al cardinale Pizzaballa è stato impedito di andare in chiesa per celebrare la messa nella domenica delle Palme: è stato superato il limite, questa è barbarie. Bisogna dirlo, non ci si può abituare anche a questo.

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