Cultura
Don Alberto Ravagnani. La fede nella società dell'informazione
La vicenda di Don Alberto Ravagnani si inserisce in una trasformazione ben più ampia del semplice percorso biografico individuale: è il segno di una frattura strutturale tra la fede religiosa e la società dell’informazione. La scelta di sospendere il ministero presbiterale, resa pubblica dall’Arcidiocesi di Milano, è un fatto personale che diventa immediatamente “pubblico” perché accade dentro l’ecosistema della visibilità.
In termini sociologici, è un episodio che mostra come, nella società dell’informazione, la fede non sparisca ma venga “decentrata”: non costituisce più il linguaggio comune con cui una comunità interpreta la realtà, bensì una proposta tra molte, spesso frammentata e continuamente risignificata. Qui tornano utili due cornici teoriche fondamentali: la “disincantazione del mondo” di Max Weber, secondo cui la modernità non ha più bisogno di una grammatica religiosa per spiegarsi, e la teoria della pluralizzazione di Peter L. Berger, che individua nella modernità non la fine della religione ma la sua messa in concorrenza con altri orizzonti di senso.
In questo contesto, la fede è chiamata a una ridefinizione profonda: non più fondamento condiviso, ma esperienza scelta, narrazione individuale, possibilità tra le possibilità. Don Alberto Ravagnani, il limite istituzionale della Chiesa La tensione che emerge è quella tra istituzione e ambiente comunicativo.
La Chiesa, in quanto istituzione, tende a preservare ruoli, confini e ritualità, perché in essi riconosce stabilità, continuità e garanzia simbolica. La società dell’informazione, al contrario, si fonda su esposizione, accessibilità permanente e circolazione orizzontale dei contenuti.
In questa frizione si colloca una delle principali contraddizioni della Chiesa contemporanea: la volontà di essere presente nel mondo senza accettarne pienamente i linguaggi. Evangelizzare oggi significa entrare negli spazi digitali in cui si formano identità e visioni del mondo, ma farlo richiede una trasformazione non solo degli strumenti, bensì dello stile comunicativo e della postura simbolica.
La riflessione di Jürgen Habermas sulla società post-secolare è illuminante: le religioni possono ancora avere un ruolo nello spazio pubblico, ma solo a condizione di imparare la traduzione, il dialogo e il confronto con altri sistemi di senso. Quando questa trasformazione non avviene, la Chiesa rischia di parlare in modo autoreferenziale, erigendo limiti che non accompagnano le vocazioni ma le contengono, fino a renderle incompatibili con il presente.
Dal ministero alla piattaforma, dall’omelia al feed Il percorso di Ravagnani è emblematico perché nasce nel punto di intersezione tra pastorale e piattaforme digitali. La figura del “prete influencer” incarna una tensione strutturale: quella tra un’autorità fondata sull’istituzione e una credibilità che, nel digitale, è sempre più relazionale e mediatica.
Oggi i social non sono semplicemente canali, ma ambienti che modellano identità, aspettative e ruoli. Come osserva Manuel Castells, le reti non trasportano soltanto messaggi, ma ridefiniscono il potere simbolico, stabilendo chi è visibile, chi è ascoltato e in che modo si costruisce autorevolezza.
In questa logica, il sacerdote non è più soltanto un ministro, ma diventa un volto, un profilo, una presenza misurabile. La comunicazione della propria scelta attraverso Instagram o TikTok non è un dettaglio, ma parte integrante del processo: il passaggio non è solo da prete a influencer, ma da una forma di mediazione fondata sulla comunità e sulla liturgia a una mediazione governata da algoritmi, audience e interazioni.
È qui che la fede rischia di trasformarsi in contenuto, e la testimonianza in performance. Desiderio di apparire, società dello spettacolo e dissolvenza della fede Al centro resta una questione profondamente umana: il desiderio di apparire.
La società dell’informazione non solo lo legittima, ma lo rende strutturale, trasformandolo in una condizione quasi necessaria dell’esistenza sociale. Guy Debord parlava di “società dello spettacolo” per indicare un mondo in cui l’esperienza viene continuamente mediata dalla rappresentazione.
Tuttavia, ridurre questo desiderio a semplice narcisismo sarebbe limitante: spesso l’apparire è richiesta di riconoscimento, bisogno di relazione, tentativo di essere ascoltati. È proprio qui che la vocazione sacerdotale, tradizionalmente fondata su silenzio, discrezione e centralità della comunità, entra in attrito con una modernità che, come osserva Zygmunt Bauman, rende le identità fluide e le biografie continuamente riscrivibili.
La dissolvenza della fede, allora, non coincide necessariamente con la sua scomparsa, ma con la perdita della sua funzione ordinatrice nella società. La fede sopravvive come esperienza individuale, come racconto personale, come ricerca di senso che deve trovare nuovi linguaggi per non restare confinata in uno spazio simbolico separato dalla vita concreta.
In questo senso, la storia di Don Alberto Ravagnani non è un’eccezione, ma un sintomo: una lente attraverso cui osservare il difficile rapporto tra spiritualità, istituzione e comunicazione nel presente. Infine, vale la pena soffermarsi sul libro di Alberto Ravagnani La scelta.
Pur inserendosi in un più ampio processo di esposizione e commercializzazione della propria vicenda personale, il testo non andrebbe liquidato con diffidenza. Al contrario, nella narrazione che l’ex sacerdote costruisce di sé è possibile rintracciare elementi utili a comprendere non solo il suo percorso individuale, ma anche la realtà ecclesiale e simbolica da cui sembra essersi allontanato.
Il libro diventa così uno spazio di riflessione, forse imperfetto e inevitabilmente mediato, ma capace di restituire alcune delle tensioni profonde che attraversano oggi il rapporto tra vocazione, fede e società della comunicazione. The post Don Alberto Ravagnani.
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