Politica
Quando c’era l’Unità era il cuore di una grande comunità che dava forza alla politica
LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI STRISCIAROSSA – Pubblichiamo la trascrizione dell’intervento di Walter Veltroni alla presentazione del libro “Quando c’era l’Unità” che si è svolta il 12 febbraio a Roma con Sandra Petrignani, Silvia Garambois, Alberto Crespi, Pietro Spataro, coordinata da Daniela Preziosi. *** Questo libro “Quando c’era l’Unità” è bellissimo e lo dico non perché quando si va a presentare un libro non si dice che è brutto. L’ho letto con grande passione e anche con grande emozione.
Per due motivi: il primo, per le firme dei singoli pezzi che lo compongono, per lo stile che mi è sembrato di riconoscere. Il secondo, perché in queste pagine c’è la nostra storia, ma c’è anche la storia d’Italia o per lo meno la storia di quell’Italia di cui siamo stati protagonisti e che abbiamo guardato.
Questo libro è scritto come sarebbero stati scritti i pezzi di quel tempo, con quella freschezza, con quella verità, con quella onestà intellettuale che in fondo è stata la caratteristica del giornale. Un’immagine della presentazione Costruimmo un quotidiano che aveva una sua sovranità L’Unità è stata sempre una creatura abbastanza originale, come d’altra parte lo è stato il Partito comunista italiano che lo aveva generato.
Dentro la grande famiglia del comunismo italiano il quotidiano è stato un punto di riferimento. Ce lo siamo detti tante volte parlando di autonomia del giornale: a un certo punto mi pare che ci fossimo assestati lungo un’idea di un quotidiano che aveva una sua sovranità, che decideva in casa sua, naturalmente tenendo conto del contesto, gli orientamenti, la linea, le scelte, le anticipazioni, le accelerazioni e che sulla base di queste costruiva un protagonismo che era utile alla causa generale.
L’Unità è sempre stata utile alla causa generale. Oggi sento la mancanza di un giornale così.
Mi sembra che in questo processo di disarticolazione della vita pubblica, che presuppone lo smantellamento di tutto ciò che c’è tra i cittadini ridotti a followers e un potere assoluto, quello della crisi dei giornali sia il dato più evidente e angoscioso: edicole che chiudono, i quotidiani sistemati in terza fila. Ricordo di essere andato recentemente in un’edicola per comprare un giornale e l’edicolante mi ha risposto: noi non vendiamo giornali.
È la sanzione di un processo pericoloso che sta andando avanti velocemente. Per una comunità politica un giornale è essenziale perché fa comunità.
E questa comunità, quando c’era l’Unità, non era solo dentro la redazione, ma era la comunità di chi organizzava le feste, di chi andava a diffonderla, di chi la leggeva. L’obiettivo che ci proponevano, non solo io e ma anche gli altri direttori, era quello di allargare.
In fondo noi facevamo un’operazione simile a quella, straordinaria, che aveva fatto Enrico Berlinguer con il partito: superare le colonne d’Ercole tradizionali e andare alla ricerca di lettori ed elettori, nel caso del partito, che fossero da conquistare. La sala della Fondazione Murialdi durante la presentazione L’autonomia si coltiva costruendo la propria autorevolezza In questo senso l’esperienza che noi abbiamo fatto nasceva da questa idea, che il giornale dovesse farsi arbitro in proprio.
È vero che di solito i segretari del partito davano le interviste importanti agli altri giornali mentre sull’Unità cercavano di rassicurare, spiegare, blandire. Nel nostro caso però è anche vero che non sempre è stato così.
Quando dirigevo l’Unità ricordo di aver rifiutato l’articolo di un segretario per due motivi: primo, perché non lo aveva scritto lui e secondo perché ritenevo non fosse all’altezza della situazione. Il giorno dopo me lo ha rimandato ed era uno splendido pezzo che pubblicammo come editoriale.
In quel caso proteggemmo il giornale e il partito, come volevamo fare. Vedete, l’autonomia si può coltivare in forma giamburraschesca, cioè con l’idea che la propria autonomia significhi far casino.
Oppure si può coltivare costruendo la propria autorevolezza, dando senso alla propria forza intellettuale e politica e ottenendo dei risultati. Se ripenso ai risultati della nostra Unità devo dire che fanno impressione oggi: vendevamo 150 mila copie al giorno e quando c’erano le iniziative editoriali aumentavano e diventavano molte di più.
Tuttora incontro gente in ogni parte d’Italia che mi dice di avere ancora in casa le videocassette dell’Unità, non hanno più i lettori però hanno tenuto quei film. Le videocassette furono una gigantesca operazione culturale, del tutto organica non solo a un’idea giornalistica ma anche a un’idea politica: conquistare nuovi lettori con un prodotto di qualità.
Lo facemmo con collaboratori di primo piano, penso ad Andrea Barbato, a Sergio Zavoli, a Ian McEwan che furono i nostri editorialisti di punta. E rammento anche che quando Federico Fellini venne in redazione a discutere con noi, avemmo la sensazione di aver fatto l’upgrade, di essere stati riconosciuti nel panorama editoriale italiano come quello che l’Unità aveva sempre voluto essere, cioè il Corriere della sera degli operai, di quelli che credevano in certi valori.
I racconti di questo libro sono la testimonianza di un giornalismo di qualità Questa autonomia si sostanziava anche di confronti in redazione. Ci siamo divertiti molto in quei quattro anni.
É stato un periodo di grande innovazione: basti pensare all’invenzione dell’Unità2, un secondo giornale di cultura, società e spettacoli, che allora fu una novità dirompente; abbiamo pubblicato i Vangeli che personalmente ho portato al Papa; abbiamo aperto il confronto politico sul centrosinistra dopo la sconfitta elettorale del ‘94 che fu il primo passo verso la nascita dell’Ulivo e la vittoria del ’96. In questo libro ci sono tante storie molto belle.
Comincia con Roberto Roscani che racconta il ‘77 e l’assalto al comizio di Lama all’Università di Roma. Roscani usa una bella espressione: se io penso a quella mattinata penso al grigio.
Sono d’accordo, anch’io ripenso al grigio. Secondo me è lì l’inizio della fine, tutto comincia il giorno in cui Lama viene cacciato dalla Sapienza.
Si rompono una serie di certezze tra le quali la più inossidabile era che il segretario della Cgil non si tocca e invece venne toccato e con lui tanti militanti e dirigenti della sinistra. Nel libro seguono una serie di altri racconti che sono la testimonianza di un giornalismo di qualità.
Si trova un modo di scrivere che ha lasciato il segno. Molti di quelli che hanno lavorato all’Unità e oggi non sono qui sono al lavoro negli altri giornali, a Repubblica, al Corriere, alla Stampa.
Se questo è stato possibile è perché quel giornalismo aveva un modo di guardare la realtà che era duplice: c’era il punto di vista del giornalista ma anche quello del giornalista appassionato, se volete dell’intellettuale, se questa parola non fosse considerata pericolosa e difficile da pronunciare di questi tempi. L’Unità è stata tutte queste cose insieme.
È stata grande giornale popolare, è stata strumento culturale, territorio di discussione politica. Lo è stata in una fase difficile della storia d’Italia, sottoposta agli attacchi mafiosi, mentre iniziava la crisi e si avviava la fine dei partiti.
Penso che il ’92, con gli attentati a Falcone e Borsellino, sia stato un anno terribile. Tuttavia, credo che il vero attacco allo Stato fu quello del ‘93 con le bombe a Roma, Firenze e Milano.
Con Carlo Azeglio Ciampi che torna a Palazzo Chigi e trova i telefoni muti. Fu un passaggio drammatico sul quale non è stata fatta ancora piena luce.
Sono stati anni intensi e difficili. Abbiamo vissuto la caduta del Muro di Berlino, lo scioglimento del Pci e la nascita del Pds.
E qui non posso che confermare quello che dice Massimo D’Alema nel libro: nessuno di noi sapeva nulla della svolta della Bolognina. Quel giorno ero con Petruccioli a pranzo e a un certo punto chiamò Marco Demarco, il redattore capo dell’Unità che voleva capire.
Ma nessuno di noi sapeva nulla. Non dimentichiamo che poi è cominciata una cosa meravigliosa, se si ripensa a quei mesi di discussione, a quei milioni di persone che andavano a discutere sottolineando l’Unità o Rinascita e discutevano di una cosa che li riguardava direttamente.
In quella grande discussione politica c’è una grandezza rispetto ai tempi twittaroli di oggi. Un’immagine del gruppo dirigente dell’Unità durante la direzione Veltroni Walter Veltroni in redazione Per dare forma al corso dell’acqua Siamo stati reduci?
Sì, ma abbiamo vissuto un’intensa vita democratica, abbiamo vissuto il momento di più alta tensione politica. Diciamo la verità: senza l’Unità tutto questo non sarebbe stato possibile.
L’Unità era una specie di rabdomante che trovava l’acqua e dava una forma al corso dell’acqua. Perché la politica è anche questo: dare una forma al corso dell’acqua, non accontentarsi di vederla scorrere.
Per questo penso che, nonostante tutto, se si vuole costruire una comunità si ha bisogno di luoghi in cui questa comunità si ritrovi e trovi delle coordinate e capisca il tuo punto di vista che non si può ridurre a un’intervistina. C’è bisogno di un pensiero che si alimenta e diventa elemento costitutivo di una identità.
Perché senza identità non si va da nessuna parte. Non può certo essere l’identità di allora, ovviamente, per le ragioni che la storia ci ha insegnato.
Ma tra non essere l’identità di allora e non essere c’è uno spazio e in quello spazio si devono costruire strumenti di conoscenza, di analisi, di relazione, di comunicazione, di approfondimento. Prima o poi da questa grande confusione emergerà l’esigenza di trovarlo questo spazio nuovo.
Prima di chiudere consentitemi solo una citazione di affetto per Giorgio Frasca Polara e per quello che ha raccontato nel libro. A me l’idea che Giorgio telefona a Natta per dirgli che Aldo Moro è stato rapito e Natta, incredulo, per tutta risposta lo manda a quel paese mi pare il segno di quel tempo.
È il racconto del meraviglioso rapporto che c’era tra il giornale e il partito. E a volte, come in questo caso, il giornale diceva la verità e il partito stentava a crederci.
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