Cultura
Il conto che non torna: cosa ci dice davvero la vulnerabilità economica delle donne
L’indipendenza economica femminile non è un traguardo personale: è una misura di sicurezza. Una barriera contro la violenza, un moltiplicatore di libertà, un indicatore di salute democratica.
A ricordarcelo con una chiarezza difficile da ignorare è l’ultimo report della School of Gender Economics dell’Università Unitelma Sapienza, realizzato dall’economista Azzurra Rinaldi insieme a Claudia Pitteo e Dawid Dawidowicz. Il documento, intitolato “Determinanti strutturali e meccanismi di riproduzione delle disuguaglianze di genere”, (disponibile qui) combina due livelli di analisi: da una parte raccoglie gli studi più importanti sul tema in Italia e all’estero, dall’altra presenta una ricerca originale basata su 2.456 questionari compilati da donne attraverso un’indagine online anonima.
Le risposte sono state poi esaminate per individuare gli schemi ricorrenti: in pratica i ricercatori hanno cercato di capire quali condizioni di vita, familiari e lavorative tendono a presentarsi insieme, e come influenzano il benessere e la libertà economica delle donne. Disuguaglianze profonde e difficili da scardinare Questo approccio permette di ottenere un’immagine molto chiara, e a tratti davvero inquietante, di come il lavoro di cura non retribuito, le dinamiche familiari e il rapporto con il denaro continuino a generare disuguaglianze profonde e difficili da scardinare.
Il primo dato che colpisce riguarda il carico di cura non retribuito, che resta il grande divisore sociale tra uomini e donne. Nel mondo, 708 milioni di donne non possono lavorare perché assorbono quasi interamente la cura della famiglia, dell’infanzia, degli anziani.
Gli uomini nella stessa situazione sono 40 milioni. La sproporzione racconta una norma culturale radicata: la cura è data per scontata, e quella cura è femminile.
La violenza economica sulle donne In Italia questo disequilibrio si traduce in una vulnerabilità che ha anche un nome preciso: violenza economica. I dati riportati dai centri antiviolenza parlano di un coinvolgimento pari al 29% delle utenti; altre indagini esterne inserite nel report arrivano fino al 46% delle donne.
Si tratta di controllo del denaro, limitazioni all’accesso alle risorse, sabotaggio lavorativo. È una forma di violenza che non lascia lividi ma riduce drasticamente la capacità di agire, decidere, uscire da relazioni tossiche.
Accanto a questo fenomeno, il report conferma la cosiddetta motherhood penalty: per ogni figlio le donne subiscono una riduzione salariale del 5%, un impatto che non riguarda gli uomini. Un pedaggio che pesa sulle scelte professionali e sul benessere economico dell’intero arco di vita.
Le conseguenze si vedono soprattutto nel tempo sottratto a sé stesse, nella stanchezza cronica riportata in tutte le fasce d’età, nella difficoltà a investire sulla propria crescita. La fragilità finanziaria Ma la parte forse più significativa dell’analisi riguarda la fragilità finanziaria.
L’Italia è tra i Paesi avanzati con i livelli più bassi di alfabetizzazione finanziaria, e soprattutto presenta il divario di genere più grande del G20: mentre il 45% degli uomini possiede competenze di base nella gestione del denaro, solo il 30% delle donne può dire lo stesso. Questo gap si traduce in un dato concreto: le donne investono il 29% in meno degli uomini, e solo il 48% si sente competente a farlo.
La mancanza di dimestichezza con strumenti come risparmio, investimenti, previdenza complementare o credito si trasforma in una minore capacità di accumulare ricchezza e protezione nel tempo. Un elemento che colpisce è anche ciò che il report non contiene.
Non sono presenti dati sulla percentuale di donne con un conto corrente personale, né sull’accesso al credito bancario. È una mancanza eloquente: se non misuriamo il punto di partenza, non possiamo misurare nemmeno l’emancipazione.
L’autonomia economica comincia dal diritto di possedere un conto proprio, di gestire il denaro, di chiedere un prestito senza intermediari. Non sapere quante donne possiedano questi strumenti significa non avere piena consapevolezza del terreno su cui stiamo lavorando.
Secondo una ricerca Episteme del 2023, solo il 58% delle donne italiane possiede un conto corrente intestato individualmente. Significa che più di un terzo della popolazione femminile maggiorenne non ha accesso autonomo alle finanze.
L’indagine di Rinaldi, Pitteo e Dawidowicz racconta quindi una storia chiara: la vulnerabilità economica non è un accidente individuale, ma un esito sistemico. Nasce da un’organizzazione sociale che ancora oggi distribuisce in modo asimmetrico il lavoro di cura, continua a penalizzare la maternità, svaluta il lavoro femminile e investe poco nell’educazione finanziaria delle ragazze.
Finché questo impianto resterà invariato, l’indipendenza economica sarà possibile solo per una minoranza più fortunata o più attrezzata. Eppure, è proprio da qui che bisogna partire: redistribuire la cura, promuovere la conoscenza finanziaria nelle scuole, monitorare l’accesso ai servizi bancari, supportare l’ingresso e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro.
Non si tratta solo di garantire pari opportunità, ma di costruire un Paese più sicuro e più libero. Perché il denaro non è solo denaro.
È libertà di scelta. È la soglia che separa chi può andare via da chi è costretta a restare.
Finché l’indipendenza economica non sarà considerata un diritto, continueremo a raccontare storie di emancipazioni mancate. Ed è esattamente il contrario di ciò di cui abbiamo bisogno.
Risorse: Report completo Unitelma Sapienza 2025 The post Il conto che non torna: cosa ci dice davvero la vulnerabilità economica delle donne appeared first on ReWriters.