Politica
I giorni più difficili di Meloni, tra bugie, contraddizioni e false aperture
Quando Meloni dà un giro di vite alla sua aggressività viene il sospetto che i nervi le stiano cedendo e debba ricorrere ai giochi di prestigio per mascherare debolezza e mancanza di argomenti solidi. In questo senso la giornata di mercoledì 11 marzo può essere archiviata come la più infelice della sua legislatura da presidente del Consiglio.
In un parlamento che la attendeva da ben 12 giorni per sentirla esprimersi sulla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la premier aveva esordito tendendo la mano all’opposizione. Un invito alla collaborazione istituzionale espresso con modi, tempi e forme poco convincenti.
Di solito certe “aperture” vengono preparate lontane dai riflettori e invece era arrivata al Senato senza rete, come un’equilibrista che deve incantare il suo pubblico più che stringere all’angolo gli avversari per impedirgli di dire no alla proposta. L’incedere della predelcons, offerto in prima battuta ai senatori, è stato un destreggiarsi tra i tanti “non debemus, non possumus, non volumus”che riassumono la gabbia nella quale i fatti l’hanno sostanzialmente imprigionata: non dobbiamo, non possiamo, non vogliamo dire no a Trump e all’ideologia Maga; non dobbiamo, non possiamo, non vogliamo dire no a Netanyahu e alla sua pulizia etnica.
Tutto il resto viene di conseguenza. E le conseguenze sono uno slalom tra inesattezze, bugie, contraddizioni: sì, è vero, l’attacco all’Iran ha violato il diritto internazionale – come aveva già detto il ministro della Difesa Crosetto in termini più potabili del ministro degli Esteri Tajani (“Il diritto internazionale vale fino a un certo punto”) ma… Ma uguale violazione – sostiene Meloni – aveva fatto l’Italia andando a bombardare Belgrado nel 1999 col governo D’Alema.
Un falso clamoroso perché l’intervento per il Kosovo era avvenuta sotto le insegne NATO, autorizzato dal Parlamento col voto favorevole dell’opposizione che allora aveva per leader Berlusconi. Ancora: sì, è vero l’attacco all’Iran ha provocato la morte di 150 bambine su una scuola bombardata e questa strage addolora la premier.
Ci si aspettava che la memoria di Meloni andasse agli almeno ventimila bambini palestinesi sterminati da Netanyhau nella Striscia di Gaza, e invece niente, Giorgia donna e madre cristiana non se la sente di ricordare e celebrare quelle vittime. Nel bizzarro carnet di Meloni entra tutto e il suo contrario: la celebrata e festosa liberazione dell’Italia dal nazifascismo contrapposta alla timida presa di distanze dell’opposizione dal regime khomeinista, il generale iraniano Soleimani ammazzato nel 2020 su ordine di Trump senza che il governo italiano, allora presieduto da Conte, abbia elevato una protesta.
Ogni cosa raccontata è surreale, slegata senza un filo logico che la riporti alla realtà mediorientale: pare un “facite ammuina”, ovvero la maggior confusione possibile, per confondere se non l’avversario almeno il pubblico e deviare l’attenzione dalle proprie lacune. Ma Trump è Trump e Netanyahu è Netanyahu e insieme formano una coppia assolutamente impopolare in Italia e forse nell’intero globo terracqueo.
Questo Meloni lo sa, lo sa che è legata a doppio filo a una ideologia che alle longitudini italiane non porta voti e consensi. E in più all’orizzonte c’è un delicato referendum costituzionale sulla giustizia che incombe.
Anche quello entra nella confusa narrazione meloniana, verso sera, quando alla Camera una premier stanca e sempre più nervosa infila – in un dibattito sulla guerra in Iran! – i magistrati italiani che liberano, con i loro provvedimenti, pericolosi criminali e mercanti di bambini mandati nei Cpr in Albania: c’entra niente ma fa scena e a poco vale invocare il diritto, le procedure di legge, la normativa europea sovraordinata a quella nazionale. Si potrebbe replicarle che la saga delle liberazioni è iniziata con il generale libico Almasri ricondotto dall’Italia con un volo di Stato in Libia dove verosimilmente continuerà a trafficare bambini e a torturare profughi.
E la mano tesa all’opposizione? Svanita.
Posi la clava, presidente, le consiglia Elly Schlein, chieda a Trump e Netanyahu che fanno parte della sua famiglia politica di cessare il fuoco, dica che non concederà ai belligeranti le basi italiane per l’attacco all’Iran. Non può farlo, Meloni continuerà a girare con la clava almeno fino al giorno del referendum.
Poi si vedrà. L'articolo I giorni più difficili di Meloni, tra bugie, contraddizioni e false aperture proviene da Strisciarossa.