Cultura
La natura come infrastruttura del futuro: intervista a Giulio Boccaletti
Panorama Santuario della Verna, Arezzo. Fonte:
Wikimedia Che cosa succede quando smettiamo di pensare alla natura come un altrove – un fondale idilliaco, un rifugio o una cartolina – e decidiamo di trattarla come parte integrante della nostra vita materiale, economica, politica e culturale? È questa la domanda a cui prova a rispondere Il futuro della natura.
Soluzioni per un pianeta che cambia (Mondadori, 2025), il nuovo libro di Giulio Boccaletti, fisico di formazione, direttore scientifico del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) e una delle voci più originali nella riflessione sul rapporto tra esseri umani ed ecosistemi. Se nei suoi lavori precedenti Boccaletti aveva raccontato il mondo attraverso la lente dell’acqua (la risorsa naturale che più di tutte disegna territori, economie e poteri), qui affronta qualcosa di ancora più radicale: l’intreccio millenario tra società umane e processi naturali, e la necessità di immaginare un futuro in cui la gestione degli ecosistemi diventi parte dell’infrastruttura di cui le comunità umane hanno bisogno per sopravvivere.
Il suo libro è insieme un saggio scientifico (scritto con un linguaggio chiaro e accessibile), un racconto storico e un invito alla partecipazione della società civile: uscire dalla retorica nostalgica della natura “pura” e affrontare la complessità del presente, in cui la tecnologia non basta e la gestione intelligente del territorio torna a essere una questione quotidiana e condivisa. Lo abbiamo intervistato per riflettere su cosa significa, oggi, tenere accesa l’immaginazione ecologica.
D: Da dove nasce l’idea di scrivere Il futuro della natura?
R: Dopo due volumi dedicati all’acqua, questo terzo libro nasce da due direzioni convergenti.
Da un lato dalla mia lunga esperienza di lavoro sul campo, nella conservazione degli ecosistemi. Dall’altro dalla volontà, che coltivo da anni, di raccontare il nostro rapporto con il mondo naturale in modo diverso dal tradizionale registro elegiaco e “neo-virgiliano”.
Volevo una narrazione moderna, aderente al ruolo reale e concreto che gli ecosistemi hanno in un pianeta abitato anche da noi esseri umani, la specie tecnologicamente più complessa della storia. D:
Nel libro insiste sul concetto che il futuro della natura è anche il nostro futuro: in che senso? R:
Almeno dall’Ottocento abbiamo trattato la natura come un oggetto esterno, fragile, da salvare quasi in funzione dei nostri turbamenti moderni. È l’eredità del romanticismo: la natura come specchio della nostra anima, come il palco o la scenografia sulla quale poi noi agiamo indipendentemente da esso.
Ma non mi interessa nemmeno fare un discorso “sciamanico-panteistico” dove siamo tutti parte della natura come nel film Avatar (di James Cameron). Il punto non è “tornare alla natura”, ma riconoscere che essa è una parte importante dell’infrastruttura che sostiene anche la vita umana.
Oggi non controlliamo più i fenomeni come pensavamo di poter fare nell’Ottocento o nel Novecento: costruiamo strade, argini, canali, ma tutto questo non cancella la dinamicità dei sistemi naturali. La sfida oggi è gestire, non controllare.
E questo implica un ripensamento radicale del nostro posto nel pianeta. Veduta dell’Abbadia di Camaldoli.
Fonte: Wikimedia.
D: Per raccontare un esempio di gestione ha scelto la storia dell’Abbazia di Camaldoli: che cosa possiamo imparare da quell’esperienza secolare di custodia delle foreste?
R: Quella di Camaldoli è una storia lunga mille anni che mostra come la gestione del territorio sia un atto culturale.
Il paesaggio è come una pergamena su cui generazioni successive scrivono le loro vite, spesso lasciando tracce enormi e visibili ancora oggi: canali, foreste, fiumi, confini. È davvero importante saper leggere il proprio territorio nella dimensione temporale, sapere che cosa è successo prima e cosa dopo.
Nel caso del monastero di Camaldoli, tutto nasce attorno all’anno 1000 quando Romualdo, originario del Ravennate bizantino e intriso della cultura ascetica orientale, cerca un “deserto” in mezzo alle foreste degli Appennini. Il tutto è un po’ casuale, infatti si stabilisce a Camaldoli perché qualcuno gli dona un pezzo di terra, e in questa foresta Romualdo sviluppa il suo percorso teologico, quindi il silenzio del bosco funge da deserto per un’esperienza ascetica di comunione con Dio.
Poi il monastero cresce rapidamente: da comunità nata per scopi spirituali diventa anche una vera e propria unità economica che trasforma il paesaggio. La foresta, inizialmente luogo di vita ascetica, diventa una risorsa da gestire e sfruttare: i monaci avviano piantagioni di abeti, creano vivai e commercializzano il legname.
Sviluppano poi un sistema quasi pre-industriale con mulino e segheria, e il legno di Camaldoli rifornisce Firenze (inclusa la fabbrica del Duomo) diventando parte dell’economia medicea. Arriviamo al Cinquecento e tutte queste pratiche vengono codificate nel Codice Forestale Camaldolese, che è il primo al mondo: una serie di regole su come si gestisce la foresta per far sì che venga utilizzata economicamente, ma in modo da non compromettere la capacità di future generazioni di farlo.
In pratica è una definizione di economia sostenibile, ma dovremo aspettare fino al 1987 con la Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo presieduta dalla prima ministra norvegese Gro Brundtland, per la definizione moderna di sostenibilità. La storia di Camaldoli ha anche un lascito intellettuale importante:
San Francesco d’Assisi, passando da lì, assorbe quell’idea di natura come interlocutrice viva che ritroviamo nel suo Cantico delle creature. E quasi mille anni dopo Papa Francesco chiude idealmente il cerchio con l’enciclica Laudato si’ che cattura il problema dello sviluppo sostenibile e cerca di risolvere quella tensione, cioè di trovare questa terza via tra la persona umana che rimane al centro del nostro pensiero, ma gli ecosistemi non sono altro da noi, c’è una dipendenza che va riconosciuta e gestita.
Veduta aerea della forsta pluviale amazzonica. Fonte:
Wikimedia. D:
Un’altra figura citata nel libro è il frate ed esploratore spagnolo Gaspar de Carvajal, che cosa rappresenta la sua vicenda? R:
Carvajal è il primo europeo che nel Cinquecento scende lungo il Rio delle Amazzoni (assieme al conquistatore Francisco Pizarro) e scrive un resoconto del suo viaggio durato quasi due anni. Ma per secoli il suo diario è stato considerato frutto della fantasia: città in mezzo alla foresta, popolazioni numerosissime, guerriere feroci – riscoperto nell’Ottocento sembrava solo un’allucinazione romantica.
E invece la tecnologia odierna (LIDAR, droni, rilievi chimici del suolo) ha mostrato che aveva ragione: in quelle zone c’erano società complesse, che gestivano il paesaggio come un ecosistema produttivo, non con le monocolture tipiche della mezzaluna fertile ma con una “domesticazione del mosaico naturale”, fatta di alti livelli di biodiversità e resilienza. È una storia affascinante perché rompe il mito della foresta “vergine” e ci dice che ovunque, in epoche diverse, gli esseri umani hanno costruito equilibri simbiotici con gli ecosistemi.
Esempi di questo tipo si ritrovano in tutto il mondo, come il popolo degli Asante (o Ashanti) in Ghana. In un certo senso è una storia simile a quella di Romualdo, c’è un rapporto simbiotico tra un ecosistema complesso e le nostre comunità.
Dove il punto non è solo la tecnica per far crescere una piantina, ma è proprio la gestione territoriale che produce un’infrastruttura di sicurezza. D:
Che insegnamenti possiamo trarre oggi da tutte queste storie? R:
Intanto che siamo una o due generazioni “anomale”, cioè le prime nella storia a poterci totalmente disinteressare di ciò che ci succede attorno, nel convincimento fallace che abbiamo controllato tutto in modo da non dovercene preoccupare. Le recenti alluvioni come quelle in Friuli, o le siccità del 2022-24, sono il sintomo di ciò che ci aspetta: quei sistemi che avevamo messo in piedi per controllare le nostre condizioni materiali stanno fallendo, perché erano basati sull’idea che la variabilità da controllare era sostanzialmente stazionaria nel tempo e quindi il passato era una guida al futuro.
Ma la variabilità non è più stazionaria, ogni anno cambia perché le temperature stanno cambiando, è evidente che non importa quanto tecnologicamente avanzati diventeremo, ci ritroveremo sempre di più a dover gestire il territorio che ci bussa alla porta. E allora tornerà normale capire come funziona il territorio in cui viviamo, come lo è sempre stato per tutte le comunità umane della storia.
Poi c’è il tema del carbonio: la principale fonte di energia della Terra è il Sole, che alimenta il più grande processo “industriale” esistente: la fotosintesi, molto più potente di qualsiasi sistema umano. Ogni anno noi emettiamo 9-10 miliardi di tonnellate di carbonio, mentre gli ecosistemi terrestri ne riciclano circa 150 miliardi: siamo dunque una perturbazione significativa, ma comunque una perturbazione su un sistema molto più grande di noi.
Per questo, gestire il cambiamento climatico significa gestire gli ecosistemi, non per ideologia “verde”, ma perché è la strategia più sostenibile ed economicamente efficace in una società esposta a rischi crescenti (dalle alluvioni alle malattie zoonotiche). Le emissioni di carbonio continueranno a crescere e le concentrazioni supereranno i limiti prefissati; prima o poi dovranno diminuire, e l’unico modo realistico per farlo è potenziare gli ecosistemi, che già oggi assorbono circa la metà del carbonio che rilasciamo.
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