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Politica

Quer pasticciaccio brutto chiamato pensioni

Venerdì 19 dicembre 2025 ore 16:00 Fonte: Terzogiornale
Quer pasticciaccio brutto chiamato pensioni
Terzogiornale

Sulle pensioni è caos totale. Prima si introducono misure che penalizzano migliaia di lavoratori, poi si cerca di fare marcia indietro rattoppando in qualche modo gli interventi più antipopolari.

Lo spettacolo peggiore ha riguardato il riscatto della laurea, una misura al limite dello scandalo, che ha costretto la presidente del Consiglio a intervenire direttamente per fermare le “manine” che avrebbero compromesso l’impianto della manovra. Il maxi-emendamento alla legge di Bilancio, che riduce il valore del riscatto della laurea ai fini pensionistici, allungando i tempi di uscita dal lavoro, sarà corretto.

La premier Meloni ci ha dovuto mettere la faccia, e il ministro Giorgetti (accusato tra l’altro in questi giorni di avere favorito Caltagirone nella partita del risiko bancario), ha dovuto confermare le correzioni in parlamento. Dopo che Meloni in Senato aveva assicurato che sarebbe stato corretto l’articolo 33 del maxi-emendamento, quello che appunto depotenzia il riscatto della laurea breve come mezzo per andare prima in pensione, la riformulazione governativa è arrivata a metà pomeriggio del 18 dicembre in commissione Bilancio a palazzo Madama, dove il governo ha proposto di eliminare la retroattività.

Nel tardo pomeriggio, è intervenuto in aula a Montecitorio anche il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, che ha assicurato che sul riscatto delle lauree “sono stati tenuti indenni tutti coloro che hanno fatto il riscatto fino ad adesso: sono stati, dunque, salvati i cosiddetti diritti acquisiti”. Dopo questa rassicurazione, il ministro ha lanciato però un’altra bomba per chi stava progettando di riscattare gli anni di laurea dal prossimo anno con l’intento di anticipare l’uscita dal lavoro: per il futuro – ha spiegato Giorgetti – si potrà continuare a riscattare gli anni universitari e, ovviamente, “quello che si versa aumenterà la pensione, ma non inciderà rispetto alla data di pensionamento”.

Una conferma esplicita di un allarme lanciato dalla Cgil. “A partire dal 2031, una quota crescente dei periodi di laurea riscattati dal prossimo anno non sarà più utile ai fini del diritto alla pensione anticipata, pur continuando a essere integralmente pagata” – aveva spiegato Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil nazionale.

Il ministro, senza nominarlo, ha dovuto dargli ragione. Insomma, bombe su bombe in un vortice che non sembra avere fine, come se il governo si fosse incartato su se stesso.

Vedremo nelle prossime ore come palazzo Chigi cercherà di uscire indenne dal pasticciaccio, ma il danno di immagine ormai è fatto, sebbene forse non sia stato neppure ben compreso dall’opinione pubblica. Il primo dato riguarda le casse pubbliche.

Il governo Meloni – per la prima volta alle prese con un calo del consenso nei sondaggi – è alla disperata ricerca di risorse finanziarie per assicurare le coperture a una legge di Bilancio vorace, che prevede l’aumento esponenziale delle spese per l’acquisto di armamenti, per la riconversione bellica di una parte importante del sistema produttivo, e per il finanziamento di opere infrastrutturali inutili e rischiose, come il ponte sullo Stretto. Il danno e la beffa, perché per ottenere le coperture di imprese velleitarie, e soprattutto per rimanere in campo nelle decisioni strategiche sull’Ucraina, il governo è stato costretto a rimangiarsi parti importanti del suo stesso programma elettorale.

Un danno e una beffa, ma anche un palese tradimento degli impegni assunti. Tra questi, spiccano proprio le pensioni da sempre cavallo di battaglia della Lega, che infatti ha dovuto fare la voce grossa contro i parlamentari “Fratelli”.

La promessa era quella di superare una volta per sempre la legge Fornero, una delle più rigide in Europa. E invece non solo non si è avverato il sogno, ma i ministri meloniani e forzaitalioti stanno operando per peggiorare la mitica riforma, con i leghisti che, premuti dai loro elettori, stanno cercando di mantenere gli impegni e controbilanciare in qualche modo gli alleati.

La coerenza non è però la prima dote del governo più a destra degli ultimi anni. Il mantra era infatti il superamento della legge Fornero – e ora siamo al suo rovesciamento.

La professoressa Fornero, che in queste ore è tornata protagonista della scena, non può far altro che incassare. La misura che penalizza il riscatto degli anni di laurea – ha dichiarato l’ex ministra – è “un’assurdità, una vera follia”.

Com’è folle voler assicurare le pensioni future senza aumentare davvero l’occupazione stabile e a tempo indeterminato, e aumentare salari e stipendi. Senza queste due condizioni basilari, il sistema previdenziale italiano tornerà a essere a rischio.

Per il governo i tempi si stanno stringendo. L’approdo in aula a Montecitorio per la discussione generale della legge di Bilancio, con la richiesta di fiducia, è previsto per domenica 28 alle 16.30, e il via libera – sul filo di lana – martedì 30.

Comunque vada, siamo di fronte a un’ennesima beffa ai danni delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici, come hanno spiegato i sindacati Cgil del pubblico impiego e lo Spi, il sindacato dei pensionati. Il governo tenta di far passare come “sconto” un intervento che, in realtà, sottrae ancora una volta risorse a chi ha già subito anni di penalizzazioni: oltre 22,6 milioni di euro prelevati direttamente dai Tfs e Tfr delle persone che vanno in pensione.

È quanto denunciano la Cgil nazionale, Flc Cgil, Fp Cgil e Spi Cgil, secondo le quali “l’articolo 44, presentato come misura per migliorare i tempi di pagamento del Tfs e del Tfr, è un’operazione puramente di facciata, che finisce invece per aggravare ulteriormente la condizione economica delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici”. I sindacati ricordano, tra l’altro, che “la Corte costituzionale aveva chiesto nel 2023 al legislatore di eliminare la disparità irragionevole tra pubblico e privato nei tempi di liquidazione del Tfs-Tfr.

Il governo risponde con un anticipo di soli tre mesi per le sole pensioni di vecchiaia, lasciando immutati i lunghissimi differimenti e la rateizzazione che può arrivare fino a sette anni. In questo modo, il problema strutturale resta intatto, il monito della Corte viene ignorato e la discriminazione continua senza alcuna correzione”.

“Vi è poi un aspetto ancora più grave – sottolineano ancora Cgil, Fp, Flc e Spi – nascosto nella relazione tecnica e mai dichiarato pubblicamente: l’anticipo dei tre mesi cancella automaticamente la detassazione prevista fino a 50.000 euro per i pagamenti effettuati a partire da dodici mesi dalla cessazione. Con il nuovo anticipo, questo requisito non si matura più e ogni lavoratrice e lavoratore non riceverà 750 euro.

Su una platea di 30.122 pensionamenti di vecchiaia, come indicato nella relazione tecnica, le risorse recuperate raggiungeranno 22,6 milioni di euro”. Secondo uno studio dell’Osservatorio Cgil sulle pensioni, la norma, inutile e sbagliata, si somma alla pesante perdita del potere di acquisto delle liquidazioni, che può variare tra 17.000 e 41.000 euro a causa dell’inflazione e del mancato rendimento: quasi 18.000 euro per chi percepisce 30.000 euro, oltre 25.000 euro per chi ha uno stipendio di 40.000 euro e più di 41.000 euro per retribuzioni pari a 60.000 euro.

Insomma, più danni che beffe. E poi c’è un’altra notizia, passata quasi inosservata, che riguarda la previdenza complementare, quella famosa “seconda gamba” che, secondo le riforme degli anni Novanta, avrebbe dovuto bilanciare la diminuzione della copertura delle pensioni pubbliche.

Ebbene, nonostante i tanti incentivi fiscali introdotti e le campagne per far aderire i lavoratori ai fondi pensione, il riscontro non è mai stato all’altezza delle aspettative (anche dei mercati finanziari e della grande industria del risparmio). I lavoratori continuano a non fidarsi e preferiscono tenersi in azienda il Tfr, il trattamento di fine rapporto.

Così il governo Meloni ha deciso per la forzatura, che si era già tentata innumerevoli volte negli ultimi anni, ma che era sempre stata accantonata. Ora si è arrivati a sancire il via libera al “silenzio assenso” per la previdenza integrativa.

Lo prevede un emendamento presentato dal governo alla legge di Bilancio 2026: a gennaio scatterà l’obbligo di versare il trattamento di fine rapporto al fondo di tesoreria Inps per tutte le aziende con almeno 50 dipendenti, anche se raggiungono il limite dopo il primo anno di attività. Insomma, il governo della Nazione e del Popolo si fa beffe di tutti i ragazzi e le ragazze che hanno investito nella loro formazione, taglia i rendimenti delle pensioni e allunga i tempi per l’uscita dal mercato del lavoro.

Perché non c’è solo lo scandalo riscatti, c’è anche l’aumento degli anni di versamento dei contributi. Si mettono in campo nuove norme che spaccano ulteriormente il mondo del lavoro perché, solo per fare un esempio, il silenzio assenso sarà applicato solo ai nuovi assunti, quei fortunati che appartengono alla generazione del migliore mercato del lavoro dai tempi di Garibaldi.

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