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Tregua Usa-Iran: e ora?
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Sono passati 40 giorni dall’inizio della guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, e che ha avuto tra le sue prime vittime l’anziana Guida Suprema Ali Khamenei. E in occasione di questo anniversario, sempre giorno di commemorazioni in Iran, è giunto il messaggio scritto di Mojtaba Khamenei, eletto nel frattempo alla carica del padre, ma mai apparso in pubblico e di cui non si conosce lo stato di salute.
Il miracolo di Trump: sostituire Khamenei con un altro Khamenei “Non abbiamo cercato e non cerchiamo una guerra, ma in nessun modo rinunceremo ai nostri diritti legittimi”, ha rivendicato, comprendendo implicitamente anche il diritto all’arricchimento dell’uranio a scopo civile derivante dall’adesione al Trattato di non proliferazione nucleare. Inoltre, “consideriamo tutto il fronte della resistenza in modo unitario”: riferimento alla rete di milizie filo-iraniane nella regione e in particolare in Libano, dove Hezbollah ha subito violentissimi attacchi da parte israeliana.
Un’offensiva distruttiva e sanguinosa, palesemente volta a sabotare l’intesa appena raggiunta, senza il coinvolgimento di Tel Aviv, per il cessate il fuoco tra l’Iran e gli USA. Le forze di Israele hanno provocato in pochi minuti spaventose distruzioni a Beirut e nel sud del paese, lasciando oltre 300 morti e 1150 feriti tra le macerie e provocando ulteriori sfollamenti tra una popolazione stremata e che già conta più di un milione di profughi.
E qui sta il nodo cruciale che pesa sullo stesso avvio del nuovo processo negoziale Usa-Iran, previsto per domani a Islamabad. Secondo Teheran infatti l’accordo in dieci punti trovato nella notte tra il 7 e l’8 aprile comprendeva l’estensione della tregua anche al fronte libanese.
Circostanza confermata nella prima versione dei dieci punti che dovevano fare da base di un successivo accordo di pace, ma poi smentita dalla Casa Bianca nel frattempo a seguito di un intervento del premier israeliano Netanyahu. Ora Israele ha sì accettato di avviare negoziati con il Libano nella prossima settimana, con lo scopo di arrivare a una neutralizzazione del ruolo militare di Hezbollah in quel paese, ma ha rifiutato di fermare la sua offensiva militare: offensiva che fra l’altro ha significativamente portato alla distruzione dell’ultimo ponte che permetteva un collegamento con la regione a sud del fiume Litani, di cui Israele intende fare una zona-cuscinetto.
Un’apparente vittoria di Teheran nei dieci punti dell’accordo con gli Usa per il cessate il fuoco Torneremo su questo punto, cruciale appunto per le incerte prospettive dei negoziati tra USA e Israele. Nel suo discorso, si diceva, Khamenei figlio non sembra allontanarsi dalla strada percorsa dal padre nei suoi circa 35 anni alla guida della Repubblica Islamica: sempre che sia stato proprio lui a scrivere quel messaggio, considerato che recenti indiscrezioni lo danno addirittura in coma, dopo le ferite riportate nello stesso raid che ha ucciso l’anziano genitore, la moglie e altri familiari.
Ma se anche a scriverlo fossero stati altri, questo confermerebbe la sostanziale solidità del sistema che Trump e Netanyahu pensavano sarebbe crollato in pochi giorni dopo la decapitazione dei suoi vertici politici e militari, grazie anche a una sollevazione popolare che invece non c’è stata. Al contrario, non solo la Repubblica Islamica ha retto, sostituendo subito le figure di vertice uccise e tenendo testa a forze armate ben più potenti, ma ha anche saputo far girare le sorti della guerra a suo favore con una ben congegnata strategia asimmetrica: da una parte gli attacchi alle basi USA nella regione e alle infrastrutture delle monarchie del Golfo alleate di Washington, dall’altra il blocco dello Stretto di Hormuz al traffico navale, cruciale per il commercio internazionale del petrolio e non solo.
Con il risultato che, quando Trump ha annunciato un accordo per un cessate il fuoco di due settimane poco prima dello scadere del suo apocalittico ultimatum (la minaccia di far tornare l’Iran “all’età della pietra” se non avesse riaperto lo Stretto alla navigazione), la partita sembrava vinta proprio da Teheran, e alle sue condizioni. Il fallimento di Trump in Iran Ma il sollievo per quell’apocalisse scongiurata è durato poco, così come lo stupore per come quell’accordo rispecchiasse in pieno i desiderata di Teheran, presumibilmente antitetici rispetto alle condizioni più volte dichiarate da Washington e contenute in un’altra piattaforma, in 15 punti, non ufficializzata.
Quell’intesa in dieci punti ottenuta con la mediazione del Pakistan, affiancato da Egitto, Turchia, ma a cui avrebbe messo mano dietro le quinte anche la Cina, rappresenta infatti una vera e propria inversione di marcia rispetto alle politiche trumpiane nell’ultimo decennio: nel testo circolato dopo l’accordo si prevede infatti in particolare, oltre alla garanzia per Teheran che non vi siano più guerre di aggressione, la possibilità per l’Iran di continuare ad arricchire l’uranio; la revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie; il ritiro delle forze militari USA dalla regione; il risarcimento all’Iran per i danni della guerra; il cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso quello, appunto, tra Israele e Hezbollah in Libano. Troppo per essere vero, come ha subito chiarito Israele.
Che oggi, tramite il capo di Stato maggiore Eyal Zymil, ha rincarato la dose: l’IDF osserva il cessate il fuoco in Iran, dove però è pronto a tornare in ogni momento, ma non in Libano, dove gli attacchi continuano. E oggi il ministero degli Esteri iraniano ha ribadito: nessun negoziato a Islamabad senza un cessate il fuoco su tutti i fronti.
Mentre anche il governo libanese annunciava: nessun colloquio diretto con Israele a Washington senza una tregua anche nel Paese dei cedri. Il dilemma di Teheran, salvare l’Iran dalla guerra o abbandonare gli alleati?
Nell'interpretazione di Teheran – scrive Hamidreza Azizi, analista dell’istituto di ricerca SWP di Berlino - il cambio di carte in tavola “riflette una decisione deliberata di Donald Trump di allinearsi maggiormente alle priorità israeliane, a seguito di consultazioni con Benjamin Netanyahu. Questo ha già rafforzato una preoccupazione di lunga data in Iran, ovvero l'inaffidabilità degli impegni statunitensi”.
Ma stavolta Teheran rischia di trovarsi senza vie d’uscita, per le nuove difficoltà che si aprono sul fronte interno: se i negoziati non dovessero procedere, il governo si alienerebbe ancor di più quella vasta parte dell’opinione pubblica che vuole la fine della guerra ed è sempre più ostile al decennale sostegno della Repubblica Islamica ai suoi proxy regionali, i cui alti costi per l’economia iraniana si sono ora sommati a quello di vedersi portata la guerra in casa. Rispettare il cessate il fuoco significherebbe però scontentare “la base ideologica centrale della Repubblica Islamica, che nutre una forte simpatia per Hezbollah e si aspetta azioni concrete”, cioè quelle componenti della popolazione che, benché più piccole, “sono altamente organizzate e politicamente influenti”.
Inoltre, prosegue Azizi, “il mancato sostegno a Hezbollah rischia di minare il principio di mutuo supporto che è alla base della rete regionale iraniana. Se Teheran non agisce, gli alleati in Iraq, Yemen e altrove potrebbero iniziare a chiedersi se i costi del sostegno all'Iran siano reciproci”.
Mettendo così a rischio quel modello di “deterrenza collettiva” sul quale la Repubblica Islamica aveva fino alla guerra fondato da una parte la sicurezza del proprio territorio, dall’altra la propria influenza nella regione. Accompagnandolo propagandisticamente agli slogan per la causa del popolo palestinese dall’oppressione di Israele, e per la lotta contro l’imperialismo statunitense.
Un’ideologia contro cui si esprimono apertamente dissidenti come l’avvocata per i diritti umani Nasrin Sotoudeh, nuovamente arrestata la scorsa settimana. “Un governo che per mezzo secolo ha gridato slogan di morte contro questo o quel paese, ora ci ha messi a rischio di morte", avrebbe detto pochi giorni prima.
Libera per ragioni di salute dopo aver subito pesanti condanne, Sotoudeh è solo una vittima fra le più note di quella stretta repressiva seguita alle proteste di massa di inizio anno e intensificata proprio con la guerra, che ha dunque ulteriormente ridotto i già stretti spazi per la libera espressione del dissenso. Tra guerra, resistenza patriottica e opposizione al governo, come la pensano gli iraniani?
Ma questo apre anche per noi una riflessione su quel mosaico di opinioni che da sempre caratterizza la vasta popolazione iraniana, e che solo le campagne pro-war montate dalle forze anti-iraniane all’estero e da una parte della diaspora possono ridurre al falso sillogismo secondo cui chi non vuole la guerra in patria sarebbe automaticamente un sostenitore della Repubblica Islamica. “Il sistema ha i suoi sostenitori, persone che ci credono – conferma un intellettuale iraniano che ha lasciato da pochi giorni il paese, e preferisce non essere identificato -: bastava guardare i raduni di persone di notte nelle strade, raduni in parte spontanei.
E dove si vedevano anche nonne e bambini, famiglie di persone semplici: il loro elettorato”. Dunque, a suo avviso, i presidi notturni durante la guerra nelle città o nei pressi dei ponti e delle centrali elettriche, che Trump fino all’ultimo minacciava di colpire, non erano solo il risultato delle comunque forte capacità di mobilitazione della Repubblica Islamica.
A conferma del fatto che il richiamo dell’amore per la patria agiva in tutte le fasce sociali, e anche tra quanti sono critici del sistema. E del fatto che si può essere appunto non a favore del governo, ma dichiararsi nel contempo contrari a chi crede in un valore taumaturgico della guerra e nel ruolo quasi messianico attribuito a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià residente da cinque decenni negli USA, di leader politico del futuro.
Tuttavia, conferma l’interlocutore che chiameremo Farshid, esiste già una accesa polarizzazione nella società iraniana. “Del resto, ha cominciato la stessa Repubblica Islamica a demonizzare i propri oppositori, dividendo le opinioni tra i due campi del bene e del male.
E ora anche i monarchici fanno lo stesso, criticando violentemente i dissidenti che si oppongono alla guerra. E ora, contro la tregua, vi sono sia i filo-regime che spingevano per la guerra, sia le opposizioni che la volevano.
Nei fatti, dunque, le due parti sono d’accordo su una cosa: che gli oppositori devono tacere”. E così anche lui, come tanti iraniani in patria e all’estero, ha finito per non esprimersi più sui social, per evitare code infinite di insulti e polemiche.
Ma come è possibile, si chiede, che anche persone colte non vedano in Iran gli stessi segni premonitori di quanto già accaduto in Siria, e dopo gli interventi Usa in Afghanistan e Iraq? E chi ha spinto la guerra fino all’interno dell’Iran persegue l’obiettivo di un Medio Oriente assoggettato?
Nel frattempo, conclude Farshid, l’economia iraniana è devastata più di prima, si lavora poco o non si lavora affatto in vari settori, con molti uffici rimasti chiusi: del resto, con che senso di responsabilità si poteva chiedere ai dipendenti di recarsi al lavoro, considerati i rischi del viaggio o l’esposizione di edifici civili magari vicini a obiettivi militari? Ciò non toglie che la gente ha continuato nella sua vita normale.
Me lo confermava proprio il giorno dopo la tregua un non più giovane professionista iraniano, che chiameremo Javad, dalla sua casa nel centro di Teheran. Anche se la città si è un po’ svuotata e il traffico ridotto, raccontava, la gente “continua ad andare nei ristoranti o nei coffee-shop.
E quando c’erano i bombardamenti, visto che non abbiamo rifugi, molti salivano sui tetti a guardare”. Prima dell’accordo per il cessate il fuoco, comunque, “tutti erano molto ansiosi e preoccupati, temevano davvero di ritrovarsi senza elettricità e con i ponti distrutti, come minacciato da Trump.
Ma anche adesso non sono ottimisti, non hanno fiducia negli Usa e sono convinti che Israele tornerà ad attaccare”. Quanto ai termini dell’accordo di tregua, “Trump si è sparato da solo al piede”, osservava.
“Non avrebbe mai immaginato che l’Iran sarebbe stato in grado di rispondere all’attacco, e di mostrare tanta capacità di resistenza”. E così la notte di martedì anche a Teheran tanti erano scesi in strada per festeggiare il cessate il fuoco, mentre poche ore prima si erano raccolti a presidiare ponti e centrali.
Anche per Javad si tratta di un mix di persone con diverse motivazioni: il sostegno convinto alla Repubblica Islamica per alcuni e un profondo amor patrio per altri: “in casi come questi emerge il nazionalismo iraniano”. E del resto i danni della guerra li subiscono gli iraniani, prima che la Repubblica Islamica.
Quanto alla nuova fase negoziale che si potrebbe aprire, vi vede un ruolo per l’Europa? In realtà no, ha risposto, ma gli iraniani possono apprezzare alcuni europei:
“Hanno un’ottima opinione degli spagnoli”, il cui premier Sanchez ha preso distanze molto nette dalla guerra, e sono stati felici della liberazione dei due francesi tornati infine a Parigi, dopo tre anni di detenzione con l’accusa di spionaggio, proprio in concomitanza con l’accordo. Ma intanto la possibilità di una pace è affidata alla mediazione di Pakistan e di altri attori arabi e asiatici, e se mai un accordo duraturo vi sarà, l’Europa faticherà a ritrovare il ruolo diplomatico perduto in quest’ultimo decennio.
Fra i tanti passaggi molto stretti che la diplomazia deve attraversare, uno dei più ostici sarà quello di Hormuz, dove intanto le navi hanno ripreso a passare ma solo con il contagocce, e sotto il controllo dell’Iran. Che mette sul tavolo non solo la sua gestione di questo braccio di mare, ma anche la riscossione di pedaggi a titolo di risarcimento per i danni della guerra - non è ancora chiaro con quale ruolo da parte dell’Oman, con cui sono in corso contatti specifici sul tema, e degli altri Paesi del Golfo.
“Esigeremo senz'altro un risarcimento per ogni singolo danno arrecato, il prezzo del sangue dei martiri – ha detto ancora nel suo messaggio Mojtaba Khamenei – e dei feriti in questa guerra. Inoltre, porteremo senza dubbio la gestione dello Stretto di Hormuz a un nuovo livello”.
Vedremo se e quanto, anche su questo, il presidente e uomo d’affari Trump sarà disponibile a un accordo.