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Annessione della Crimea: come dieci anni fa la Russia ha iniziato a riscrivere i confini d’Europa

Giovedì 19 marzo 2026 ore 16:20 Fonte: Valigia Blu
Annessione della Crimea: come dieci anni fa la Russia ha iniziato a riscrivere i confini d’Europa
Valigia Blu

Il 18 marzo 2014, la Federazione Russa annetteva formalmente la penisola di Crimea, cancellando in poche settimane ciò che per decenni era sembrato impensabile: una frontiera riconosciuta dal diritto internazionale. Lo fece attraverso una guerra ibrida (in corso ancora oggi), organizzando in tempi record un referendum-farsa e introducendo silenziosamente sul territorio i cosiddetti “omini verdi”, soldati russi in mimetica privi di alcun segno identificativo che occuparono aeroporti ed edifici strategici, mentre Mosca fingeva di non sapere chi fossero.

Per molti, in Europa, quella data rimase sullo sfondo della cronaca, una scossa geopolitica presto accantonata e inserita in un capitolo di storia che venne chiamato “Crisi Ucraina” dai media internazionali. Per chi viveva in Crimea – ucraini, tatari di Crimea, russi, caraiti, greci, armeni – segnò invece la fine di un mondo e l’inizio di un’occupazione che continua ancora oggi, fatta di censura, sorveglianza, arresti arbitrari e cancellazione sistematica delle identità non russe.

Ucraina, ristabilire i fatti contro la propaganda: l’invasione della Crimea e la guerra in Donbas [II PARTE] Za Perekopom je zemlja – letteralmente: Oltre Perekop c’è ancora terra – è un libro che nasce proprio da questa ferita profonda.

Il titolo stesso del romanzo dell’autrice ucraina Anastasija Levkova sfida il detto crimeano secondo cui “oltre il villaggio di Perekop non c’è terra”, rispecchiando così la divisione politica e culturale di lunga data tra la penisola e la terraferma. Attraverso le vicende di una protagonista che nasce e cresce in Crimea tra il 1992 e il 2014, il libro ripercorre le deportazioni dei tatari di Crimea negli anni Quaranta del Novecento, i tentativi di rientro nella loro terra tra gli anni Cinquanta e Settanta, e il grande rimpatrio degli anni Ottanta, fino ad arrivare a quella primavera del 2014 in cui la penisola si ‘stacca’ dall’Ucraina e scivola verso un destino ancora sospeso.

È tra queste pagine, ricche di etnie e culture che si intrecciano, che la protagonista si chiede chi è, scoprendo segreti di famiglia scomodi e scavando nel difficile passato della penisola. Questo romanzo è una guida alla Crimea non patinata e non turistica.

Immerge il lettore nelle complesse relazioni tra tatari di Crimea, ucraini e russi nella penisola, dove le turbolenze politiche si infiltrano nella vita quotidiana della gente che ci abita. [Alim Aliev, vicedirettore dell’Ukrainian Institute e fondatore del concorso letterario “Crimean Figs/ Qırım inciri”] Pubblicato a Kyiv nel 2023 dalla casa editrice Laboratorija, Levkova aveva iniziato a lavorare al suo romanzo crimeano già nel 2012, ma con l’occupazione del 2014 il progetto ha cambiato forma: nel corso degli anni la scrittrice ha infatti condotto circa duecento interviste con più di cinquanta abitanti della penisola, le cui storie si sono sedimentate nelle pagine del libro, avvicinandosi inevitabilmente alla cultura e alle lingue locali. Il romanzo, nella rosa dei candidati al premio ucraino BBC Book of the Year Award 2023, figura tra i migliori libri dell’anno secondo il PEN Ukraine, e svetta ancora oggi nella classifica dei libri più venduti nel paese.

Inedito in lingua italiana, un estratto significativo di questo romanzo crimeano, che ripercorre proprio le vicende di quei giorni turbolenti di metà marzo 2014. C’era una volta in Crimea… Il ventisette febbraio mi svegliai, come sempre, verso le otto.

C’era silenzio; solo fuori si sentiva il cinguettio degli uccellini che annunciava l’arrivo della primavera. Rimasi a lungo a poltrire nel letto, a fissare il soffitto bianco e ad assaporare quel momento, immaginando che presto al museo non avrei più sentito frasi anti-Majdan e che, quindi, andare al lavoro sarebbe stato più piacevole.

Pensavo a Vlad: il Majdan stava per finire e nel suo appartamento presto sarebbe tornata la quiete. Mi venne in mente come la mattina ce ne stavamo lì distesi, in silenzio, osservando ogni centimetro del viso, del collo, delle spalle della persona amata… Alla fine sospirai, mi alzai e mi diressi verso la cucina.

Per raggiungerla dovevo attraversare il soggiorno, dove in quei giorni dormiva Alije. Aprii la porta senza far rumore, Alije era già sveglia.

Era seduta sul divano con gli auricolari, il computer sulle ginocchia, e fissava lo schermo. Aveva il viso pallido, pensai subito che non si sentisse bene. «Alije, che hai?» chiesi sottovoce.

Mi guardò. Sotto gli occhi si intravedevano due mezzelune scure. «Ci hanno occupato» disse Alije sottovoce. «Come ci hanno occupato?». «Sul palazzo del Consiglio dei Ministri sventola una bandiera bianca e blu» Alije citò freddamente uno dei suoi amici su Facebook.

Deglutii. Mi sedetti sul bordo del divano aperto.

Alije ruotò il portatile verso di me. Un video mostrava l’edificio del parlamento della Crimea circondato da barricate fatte di scatole, armadi, reti, scale e persino bidoni della spazzatura.

Lì accanto, dei militari in uniforme verde sporco, con caschi e passamontagna, armati di fucili automatici, camminavano avanti e indietro indaffarati. Guardai la mia amica con aria spaventata.

Passò a un’altra pagina e, dopo aver tolto gli auricolari, cliccò sul video: era il primo ministro della Repubblica Autonoma di Crimea, Anatolij Mohyl’ov, a parlare, ma non riuscivo proprio a capire cosa stesse dicendo. La sua pronuncia era sempre stata un ostacolo per la mia comprensione, e per di più ora non riuscivo nemmeno a concentrarmi.

Diceva qualcosa su uomini armati in “edifici politici”, su un processo negoziale, sul fatto che oggi era stato dichiarato giorno festivo. «Non a caso Chalil ha detto che in Crimea da alcuni giorni circolano veicoli militari». «Quali veicoli militari?». «Quali, quali» rispose pensierosa Alije. «Russi. Ha detto che arrivano da Sebastopoli, in colonna». «Ma ci passano sempre, qui c’è la Flotta del Mar Nero» cercai di rassicurare sia me stessa che lei.

Alije sospirò profondamente. «E proprio ieri» aggiunse «mentre uscivo dalla manifestazione, dal lato filorusso, ho sentito un tipo che sembrava un comandante dire: “Secondo plotone, con me”; e diverse decine di uomini si sono raggruppati e lo hanno dietro. «Erano in uniforme?». «No, in abiti civili».

Rimasi paralizzata, a bocca aperta, e poi mi tornò in mente. «Cosa?». «Ho visto dei militari in chiesa. L’altro ieri». «In quale chiesa?». «Qui, nella Chiesa di Pietro e Paolo.

E dubito che si trattasse della flotta del Mar Nero…». Alije scosse il capo, come per dire: che ne sarà ora… Solo molto più tardi scoprimmo che alla manifestazione filorussa del 26 febbraio erano presenti parecchie persone con delle giacche rosse: nelle foto e nei video erano chiaramente visibili, disposte quasi a scacchiera.

Erano “brigadieri” o “capigruppo”, uomini appositamente ingaggiati per provocare disordini proprio nei momenti in cui lo scontro pareva placarsi. Solo dopo venimmo a sapere dei giornalisti dalla Russia, che quel giorno erano già presenti in massa vicino al nostro Pentagono, alla ricerca di eroi per i loro servizi, e che interrompevano rapidamente le testimonianze filoucraine, sapendo che non sarebbero andate in onda. «No, ma l’Ucraina dovrà pur reagire in qualche modo, no?» mi misi a fare previsioni. «In realtà, i militari dovrebbero darsi una mossa» disse Olja con tono piatto. «I militari ucraini» precisò.

L’esercito ucraino contro quello russo? Che assurdità.

Certo, sapevo della resistenza ucraina, dell’esercito della Repubblica Popolare Ucraina (UNR) e poi dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), che si erano opposti alla Russia. Ma, a dire il vero, per me né l’UNR né l’UPA erano qualcosa di reale.

Nella mia testa, le forze armate ufficiali ucraine e russe avevano sempre combattuto insieme, non una contro l’altra. E poi mi ero abituata a pensare che i sylovyky1 stanno contro il popolo; e se il popolo è contro la Russia, allora, al contrario, dovrebbero stare dalla SUA parte.

L’unità speciale dei servizi di sicurezza ucraini “Al’fa” e l’unità della polizia antisommossa “Berkut” erano appena tornate da Kyiv, dove avevano cercato di disperdere il Majdan. Anche lo Stato russo e, di conseguenza, il suo esercito, è contrario al Majdan.

Quindi, Al’fa e Berkut”dovrebbero andare a combattere contro i russi? «Ehi, ma non ti sembra di aver dimenticato che proprio i Berkut, che secondo te sono contro il popolo, qualche giorno fa sono stati accolti con degli applausi a Sinferopoli? Ma in quale Crimea vivi esattamente?

In quella di Leopoli? Di Kyiv?». «Ma che cavolo!» sbottai seccata con Borja, perché il tema della diversità tra la Crimea e le altre regioni ucraine era per me un punto dolente sin dai tempi di Vlad. «Anche tu dividi l’Ucraina in Leopoli, Kyiv, Crimea?… Cosa vuoi dire, che qui sono tutti per la Russia?». «Non ho detto questo.

Non la penso così. Ma credo che qui tutti abbiano una paura folle dei banderivci, i sostenitori di Stepan Bandera.

Non interrompermi, so bene che in natura non esistono, ma la paura è fortissima. E a fomentarla, ovviamente, è la Russia». «A proposito, sentendo quegli applausi a Sinferopoli, i tipi della Berkut se ne stavano lì come se se la fossero fatta addosso: avete visto il video?» intervenne Chalil. «Probabilmente avevano capito che non c’era nulla per cui ringraziarli, avevano visto che a Majdan c’erano persone innocenti». «Tornando ai militari…» disse Borja. «Non ci sono solo Al’fa e Berkut.

Ci sono anche le Forze Armate dell’Ucraina. Il fatto è che in tutti questi anni l’esercito ucraino è stato saccheggiato in ogni modo possibile ed è ormai del tutto demoralizzato.

L’esercito ucraino contro quello russo: è uno scontro impari, come quello della favola del cagnolino e l’elefante2. Ma potrebbe scorrere molto sangue» ragionava Borja, e quelle parole mi suonavano come se fossi una spettatrice a teatro.

Non le associavo affatto alla mia vita. *** Il primo marzo, primo giorno di primavera, mentre al ristorante “Tavrija” stavamo terminando un pranzo tardivo – o, meglio, io stavo finendo di pranzare, mentre Phil e Mark stavano già montando il servizio con il materiale che avevamo raccolto – aprii l’Ukrains’ka Pravda. Finalmente.

Finalmente la penisola non era più indifferente al continente. Finalmente se ne parlava.

Feci due conti: delle cinquantotto notizie del giorno, quarantadue riguardavano la Crimea. Pensai a Vlad: chissà, magari stava leggendo proprio quello che stavo leggendo io» aggiornai la pagina. 17:23 – un’altra notizia, a caratteri cubitali, in grassetto:

“LA RUSSIA HA DICHIARATO GUERRA ALL’UCRAINA” Fissai a lungo le lettere senza cliccare sull’articolo. Poi lo aprii, lo sfogliai velocemente, alzandomi di scatto e correndo dai giornalisti.

Ricordo a malapena cosa gli dissi. Forse gridai, urlai, strillai.

Saltai, mi contorsi le mani, correvo come un turbine da un tavolo all’altro strappandomi i capelli, e poi mi accovacciai vicino al muro e piansi amaramente sulle mie ginocchia. O forse tutto questo accadde dentro di me, e rimasi semplicemente seduta accanto a Phil, in silenzio e senza lacrime, traducendo pazientemente il testo della notizia e osservandolo mentre googlava informazioni tra le sue solite fonti.

Me lo ricordo perfettamente: uscimmo tutti in cortile, io con il cappotto invernale, Mark con la giacca e Phil in maglietta. I ragazzi fumavano, Phil diceva:

“È un bluff, Putin sta solo mostrando i muscoli, non andrà contro la comunità internazionale. Il memorandum di Budapest, le regole stabilite dopo la Seconda guerra mondiale… la Russia non oserà violarle». «E in Afghanistan?

E in Cecenia? E in Georgia?

Lì ci sono vere e proprie guerre, no?» chiesi, sperando che Phil mi smentisse. E lo fece: «L’Ucraina non verrà data così facilmente in pasto al nemico: è troppo vicina all’Unione Europea».

Continuai a sostenere il contrario, solo per vedere se qualcuno mi avrebbe contraddetto. «Sappiamo già come reagisce l’Unione Europea. È seriamente preoccupata e basta». «Questo quando si trattava di questioni interne.

Quelle esterne, invece, riguardano tutti: la Polonia, la Lituania, la Germania… Nessuno vuole una guerra alle porte. La questione verrà risolta diplomaticamente».

Tornai da Mark, che taceva. Anche Phil rimaneva in silenzio, si limitavano a fumare una sigaretta dopo l’altra, una dopo l’altra, guardando il pino spoglio e solitario che si ergeva davanti all’albergo.

In realtà, la Russia non aveva dichiarato guerra in quel momento. O almeno non lo aveva fatto in modo esplicito.

La notizia era una conclusione tratta dal fatto che, in risposta all’appello di quella mattina di Aks’onov “per garantire la pace e la tranquillità nella Repubblica Autonoma di Crimea”, le autorità russe avevano “autorizzato” l’ingresso di militari nel territorio della Crimea, che erano però già entrati alcuni giorni prima. O alcune settimane prima… Quella sera sbirciai fuori dalla sala dove era in corso uno spettacolo che replicava la stessa scena nell’atrio: gli stessi militari, i loro veicoli blindati “Ural” e BTR, gli elicotteri che volavano sopra la testa.

Ero uscita dallo spettacolo per ritrovarmi nella realtà, ma solo per un’ora. Poi tornai in sala.

Continuai a guardare lo spettacolo e a prendervi parte. E mi consolai con le parole di Phil: l’Ucraina non verrà data in pasto al nemico, perché gli affari esteri sono affari di tutti.

Nello spazio post-sovietico, è un termine che indica i rappresentanti degli apparati coercitivi dello Stato (forze di sicurezza, polizia, servizi speciali e strutture militari) responsabili del mantenimento dell’ordine e della sicurezza. [N.d.T.] ︎ Allusione alla favola russa Il cane e l’elefante (Слон и Моська, 1808) di Ivan Krylov, in cui un cagnolino abbaia contro un elefante; l’espressione è diventata proverbiale per indicare uno scontro estremamente impari. [N.d.T.] ︎ Za Perekopom je zemlja di Anastasija Levkova, Laboratoriia 2023. La traduzione dell’estratto (pp. 247-249 e 258-261) è a cura di Claudia Bettiol. *Articolo pubblicato su Meridiano 13 Immagine in anteprima:

Mappa della Crimea sulla copertina del romanzo di Levkova (Meridiano 13/Claudia Bettiol)

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