Cultura
Samuel West e il Museo dei fallimenti
Il Museum of Failure raccoglie gli esperimenti commerciali più clamorosamente falliti della storia recente. Prodotti che, almeno sulla carta, promettevano di rivoluzionare il mercato o la vita quotidiana, ma che si sono rivelati disastri tecnologici, strategici o comunicativi.
Fondato dallo psicologo clinico statunitense Samuel West, il museo nasce da un’intuizione semplice ma potente: il fallimento è parte integrante del processo di innovazione. West concepì l’idea dopo aver visitato nel 2016 il Museo delle relazioni interrotte di Zagabria, spiegando di essersi «stancato di leggere solo storie di successo» e di voler mostrare come «non esista innovazione senza rischio».
Il museo debuttò nel 2017 a Helsingborg, in Svezia, e contemporaneamente a Los Angeles, per poi trasformarsi in una mostra itinerante che ha toccato città come New York, Budapest, Washington DC, Calgary, Taipei, Minneapolis, Saint-Étienne, Parigi e Shanghai. Attualmente si trova a Parigi, ospitato al Musée des Arts et Métiers, e nel 2026 sarà prima a Vienna e poi a Londra.
La filosofia del museo è chiara: il fallimento non va demonizzato, ma compreso. Gli errori – aziendali, tecnologici o scientifici – raccontano quanto la creatività possa spingersi oltre i limiti, e come da ogni errore possano nascere nuovi apprendimenti.
Le installazioni interattive invitano i visitatori a riflettere sul proprio rapporto con l’insuccesso: emblematico è lo Share Your Failure Wall, dove chiunque può lasciare un post-it con un proprio fallimento personale, trasformandolo in un atto di condivisione e resilienza. Il percorso espositivo è suddiviso in aree tematiche:
Failure in Motion, Digital Disasters, Medical Mishaps, Science Failure, Financial Failure, Idea Failure e altre ancora. Ciascuna racconta, attraverso oggetti reali e materiali multimediali, come le ambizioni dell’innovazione possano scontrarsi con la realtà del mercato, dell’etica o della tecnologia. [Una breve rassegna si trova qui].
Abbiamo rivolto a Samuel West alcune domande. D:
Come le è venuta l’idea di fondare il museo? R:
L’idea del Museo del Fallimento è nata dal mio lavoro come psicologo e ricercatore sull’innovazione. Ero stanco delle storie di successo unilaterali che dominano il mondo aziendale.
Veneriamo il successo, ma ci nascondiamo dal fallimento, e trovo questo assurdo. Come psicologo, so che imparare e progredire è impossibili senza fallire.
Ho visitato il Museo delle Relazioni Interrotte in Croazia, è stato molto interessante, con tutte le storie che stanno dietro le relazioni fallite. E ho pensato che se loro erano riusciti a creare un intero museo sulle relazioni interrotte, io avrei potuto creare un museo sul fallimento!
D: Qual è il fallimento più sorprendente o insolito esposto nel museo?
R: Abbiamo molti articoli sorprendenti.
È impossibile per me selezionare il mio preferito o il più sorprendente… ma trovo il caso delle patatine senza grassi Olestra interessante. «100% di soddisfazione, 0% di sensi di colpa». Con questo slogan furono lanciate delle patatine “senza grassi” contenenti Olestra, un sostituto dei grassi sviluppato durante la moda delle diete ipocaloriche degli anni Novanta.
L’idea sembrava perfetta: poter mangiare snack croccanti e gustosi senza preoccuparsi delle calorie. Tuttavia, l’entusiasmo svanì presto quando si scoprì che l’Olestra non veniva assorbita dall’organismo e poteva provocare fastidiosi effetti collaterali, come crampi addominali e disturbi intestinali.
Il prodotto divenne tristemente famoso per causare, in alcuni casi, vere e proprie “perdite” indesiderate, trasformandosi in uno dei fallimenti alimentari più discussi del decennio. La cosa sorprendente è che il prodotto è stato lanciato da un’azienda molto grande e competente, e come non abbiano previsto quello che è successo è per me sorprendente.
D: Quale sezione o tipologia di oggetto tende a suscitare la reazione più forte nei visitatori?
R: Le reazioni più forti online provengono dalla comunità dei videogiocatori: abbiamo diversi videogiochi falliti nel museo, e se ne discute intensamente online.
E Trump, la nostra sezione dedicata a Trump, con i suoi terribili fallimenti, fa infuriare i repubblicani americani. Tra i visitatori del Museo, invece, le reazioni più forti avvengono quando le persone vedono oggetti che avevano, cose che gli piacevano o con cui sono cresciuti.
Quando li vedono in un museo, o si rallegrano o vorrebbero dire: “L’avevo da bambino, mi piaceva, non è un fallimento”.
Il Nokia N-gage è un esempio, ma anche il profumo Harley-Davidson. L’N-Gage non fu un fallimento d’idee, ma di realizzazione.
All’inizio degli anni 2000 molte persone possedevano sia un telefono cellulare sia una console portatile, e Nokia ebbe un’intuizione brillante: unire le due funzioni in un unico dispositivo. In teoria, un’idea rivoluzionaria.
In pratica, molto meno. Per cambiare gioco bisognava smontare il telefono, e il catalogo offriva pochissimi titoli di qualità.
Nonostante il flop commerciale, lo sviluppo dell’N-Gage contribuì a far nascere la vivace industria finlandese dei videogiochi per dispositivi mobili – la stessa da cui sarebbe poi emerso Angry Birds, uno dei più grandi successi del settore. D:
Nota differenze culturali nel modo in cui le società percepiscono il fallimento? Ad esempio, come si confronta l’approccio della Svezia con quello degli Stati Uniti o dell’Asia?
R: La paura del fallimento è un tratto umano universale, ma assume forme molto diverse da una cultura all’altra.
Negli Stati Uniti, soprattutto nella Silicon Valley, prevale l’idea del fail fast, fail forward [ne parla Francesca Nicola qui, N.d.R.]: il fallimento è considerato una tappa necessaria del percorso verso l’innovazione. In Svezia, invece – dove il museo è nato – la cultura del consenso e l’avversione al rischio rendono il fallimento più stigmatizzato e difficile da accettare.
In molte società asiatiche, la pressione per il successo è ancora più intensa, e fallire può rappresentare una vergogna non solo personale, ma anche familiare. Queste differenze culturali incidono profondamente sul modo in cui le persone innovano e sul livello di rischio che sono disposte ad affrontare.
Una sala del Museo dei fallimenti. Il vascello in primo piano è il Vasa, il galeone dotato di ben 64 cannoni che avrebbe dovuto essere l’orgoglio della marina svedese.
Varato nel 1628 alla presenza del re Gustavo Adolfo II, naufragò dopo aver percorso poco più di un miglio. I cannoni, infatti, erano disposti su due file e questa disposizione dei pesi rendeva la nave molto instabile, tanto che si piegò su un lato alla prima folata di vento.
D: Pensa che il fallimento continuerà a giocare lo stesso ruolo nell’innovazione in un’epoca di intelligenza artificiale e automazione?
R: Anche i sistemi di intelligenza artificiale “falliscono” – e lo fanno in modi affascinanti: producono allucinazioni, mostrano pregiudizi o commettono errori di valutazione.
La vera questione è come utilizziamo questi fallimenti come forma di feedback. L’innovazione senza fallimenti resta impossibile, indipendentemente da quanto sofisticati diventino i nostri strumenti.
La differenza, oggi, è la velocità con cui possiamo fallire. L’intelligenza artificiale accelera enormemente il processo di tentativi ed errori: può progettare e “testare” milioni di varianti di un prodotto in poche ore, sperimentando così milioni di fallimenti virtuali a costi e rischi minimi.
In questo senso, l’AI rende il fallimento più rapido, più economico e più produttivo. Il principio rimane lo stesso – il progresso nasce dal fallimento – ma cambiano la scala e il ritmo con cui possiamo imparare da esso.
D: Le è mai capitato di rifiutare un fallimento perché non “abbastanza fallimentare”?
R: Sì, sempre.
Per entrare nel museo, un fallimento deve avere una buona storia da raccontare. Un prodotto semplicemente mediocre o con poche vendite non è interessante.
Quello che cerco sono fallimenti ambiziosi: progetti nati da grandi aziende, con grandi aspettative, che però sono crollati per motivi affascinanti. Un telefono economico e mal progettato, ad esempio, non avrebbe posto qui.
Il Samsung Galaxy Note 7, ad esempio, non è esposto: non si è trattato di un fallimento dell’innovazione, ma di un errore di produzione. E la semplice negligenza non ha nulla a che vedere con il tipo di fallimento creativo che il museo vuole raccontare.
Ma è esposto l’Amazon Fire Phone: un investimento enorme da parte di un colosso tecnologico che ha completamente frainteso ciò che volevano gli utenti – un vero fallimento emblematico. Ogni oggetto deve insegnarci qualcosa.
Quando il colosso dell’e-commerce Amazon decise di entrare nel mercato degli smartphone, le aspettative erano altissime: se qualcuno poteva riuscirci, era proprio Amazon. Lanciato nel 2014, il Fire Phone prometteva un’esperienza rivoluzionaria grazie alla grafica 3D e a “Firefly”, una funzione che permetteva di scansionare oggetti nei negozi per acquistarli subito su Amazon.
Ma gli utenti non apprezzarono l’idea di essere intrappolati nell’ecosistema del marchio: molte app popolari, come Google Maps, non erano disponibili, lo schermo 3D risultava più un trucco estetico che un’innovazione utile, e il pulsante “Compra ora” venne percepito come un espediente troppo spudorato per spingere agli acquisti. A peggiorare la situazione, il telefono era costoso e il suo design non aveva nulla di entusiasmante.
Il risultato? Un clamoroso flop, che dimostrò che nemmeno Amazon può vendere tutto.
D: Le aziende hanno mai cercato di impedirle di mostrare i loro prodotti falliti?
R: Sorprendentemente, zero.
Nessuna resistenza. Con una sola eccezione: la Colgate.
Il loro avvocato mi ha contattato, perché non erano contenti che avessi fatto una replica della loro lasagna, ma in realtà non era poi così minacciosa. Negli anni Sessanta, Colgate tentò di entrare nel redditizio mercato dei piatti pronti, facendo leva sulla forte fedeltà dei consumatori al suo marchio.
Lanciò così una linea di alimenti surgelati, forse immaginando che le persone potessero gustarsi una cena Colgate e poi lavarsi i denti con il dentifricio dell’azienda. Qualunque fosse la logica dietro questa scelta, il risultato fu un disastro: l’associazione tra “pasta al pollo” e “dentifricio alla menta” non fu esattamente appetitosa.
La linea, chiamata Colgate Kitchen Entrees, comprendeva due portate principali – una a base di pollo essiccato e una di polpa di granchio – e scomparve rapidamente dagli scaffali. D:
Pensa che oggi le aziende imparino davvero dai fallimenti, o li usino più come slogan di marketing? R:
La maggior parte delle aziende non trae veramente insegnamenti dai propri fallimenti. Spesso preferiscono “nascondere sotto il tappeto” gli errori, sperando che passino inosservati, piuttosto che affrontarli apertamente.
Tuttavia, alcune realtà stanno cominciando a costruire una vera cultura di sicurezza psicologica, dove i dipendenti possono correre rischi calcolati e imparare dagli errori senza paura di ritorsioni. Il problema principale è che, quando qualcosa va storto, l’istinto naturale tende a cercare un colpevole anziché una lezione da apprendere.
Perciò, nonostante il dibattito sul valore del fallimento stia crescendo, molte organizzazioni faticano ancora ad accettare gli errori come opportunità di crescita. D:
C’è un oggetto che ha sempre desiderato avere nel museo ma che non è riuscito ad acquisire? R:
Molti!! Ad esempio l’iSmell.
Non sono riuscito a trovarne uno e ne sono ossessionato da quasi 10 anni… Se qualcuno dei vostri lettori ne avesse uno, per favore mi contatti! D:
Ma di che si tratta? R:
L’iSmell era un dispositivo tecnologico progettato per “trasmettere odori via computer”. L’idea era di digitalizzare gli odori scomponendoli in componenti chimici base, codificarli in file e farli riprodurre dal dispositivo collegato a un computer tramite USB.
In pratica, avrebbe permesso di “sentire” fragranze come arancia, fuochi da campo o profumi di film e videogiochi direttamente a casa, creando un’esperienza sensoriale immersiva. Il pubblico non percepiva l’utilità del dispositivo; nessuno realmente desiderava annusare odori dal computer.
Inoltre gli odori rimanevano nel dispositivo e contaminavano quelli successivi, rendendo l’esperienza sgradevole. Infine, il dispositivo era costoso, ingombrante e complicato da usare, difficile da rendere accessibile al grande pubblico.
D: Guardando al futuro, quali fallimenti di oggi immagina finiranno nel museo tra 50 anni?
R: Tra cinquant’anni, molti dei prodotti e servizi di intelligenza artificiale che oggi vengono sopravvalutati finiranno probabilmente esposti nei musei del fallimento.
Molti di questi dispositivi non saranno realmente utili o si riveleranno troppo costosi per essere sostenibili economicamente. D:
Nell’istruzione, gli studenti sono spesso incoraggiati a evitare gli errori, ma la ricerca dimostra che riconoscerli e imparare da essi è fondamentale. Come potrebbero scuole e educatori integrare il fallimento come parte positiva e necessaria del processo di apprendimento?
R: I sistemi educativi tradizionali tendono a premiare le risposte corrette e a punire gli errori, limitando la possibilità degli studenti di apprendere davvero dall’esperienza.
Per favorire una crescita autentica, le scuole dovrebbero promuovere la sperimentazione e la riflessione sugli insuccessi. Alcuni educatori stanno sperimentando metodi innovativi, come i “compiti di fallimento”: progetti intenzionalmente complessi, quasi impossibili da completare senza errori, in cui il successo non si misura con il risultato finale, ma con gli insegnamenti tratti dagli ostacoli incontrati.
Questo approccio trasforma l’errore in un momento educativo, sviluppando resilienza, creatività e capacità di problem solving. D:
Se potesse progettare una classe ispirata al Museum of Failure, che tipo di lezioni o attività proporrebbe agli studenti? R:
Progetterei un’aula in cui gli studenti siano incoraggiati a sperimentare senza paura e a presentare i propri progetti falliti, ricevendo riconoscimento non per il risultato finale, ma per gli insegnamenti tratti dall’esperienza. Le attività potrebbero includere una “fiera del fallimento”, in cui ogni studente condivide un errore e ciò che ha imparato, normalizzando gli sbagli come parte naturale dell’apprendimento.
Immagino anche un “Muro del fallimento”, dove studenti e insegnanti pubblicano gli errori più significativi della settimana e le intuizioni che ne hanno tratto: un’idea ispirata al Museum of Failure, molto apprezzata dai visitatori. D:
Sono previsti eventi in Italia? R:
Il museo è stato in Italia alcune volte come piccola mostra temporanea in occasione di eventi aziendali in Italia. Nessuna mostra è ancora aperta al pubblico.
Non abbiamo date confermate per l’Italia, ma Roma e Milano vengono spesso menzionate come possibili sedi per una mostra temporanea. Mi piacerebbe MOLTO portare la mostra in Italia, sono certo che gli italiani apprezzerebbero il museo.
L'articolo Samuel West e il Museo dei fallimenti proviene da La ricerca.