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Cultura

“L’invenzione del popolo ebraico” di Shlomo Sand

Sabato 6 dicembre 2025 ore 12:39 Fonte: Medio Oriente e Dintorni
“L’invenzione del popolo ebraico” di Shlomo Sand
Medio Oriente e Dintorni

“L’invenzione del popolo ebraico” di Shlomo Sand è uno dei saggi più intriganti ed affascinanti letti nel 2025, in grado di ribaltare completamente molte dinamiche associate a questa fede L’invenzione del popolo ebraico E se la storia ufficiale del popolo ebraico, costruita e tramandata dagli studiosi, non fosse altro che un mito con cui giustificare l’impresa coloniale dello Stato di Israele? E se la narrazione che ne propone una storia “unitaria”, descrivendola come un percorso lineare che dall’epoca biblica arriva ai giorni nostri con il ritorno nella terra perduta, fosse il falso ideologico di una storiografia di stampo nazionalista?

Nella sua opera più importante, che ha acceso un ardente dibattito in diversi paesi ed è diventata un best seller, lo storico israeliano Shlomo Sand smonta la teoria dell’esilio forzato a opera dei Romani, sostenendo che gli ebrei discendano da una moltitudine di convertiti provenienti da varie aree del Medio Oriente e dell’Europa orientale. Il viaggio a ritroso nella storia proposto da Sand, basato su fonti e reperti archeologici, mette in discussione con coraggio le fondamenta della politica identitaria dello Stato di Israele ed è animato dalla speranza in un futuro di pace e in una società israeliana aperta e multiculturale.

Sfatare il mito In “L’invenzione del popolo ebraico”, uscito per la prima volta nel 2009 e tradotto in italiano solo nel 2024, il grande saggista sionista ci porta in un vero e proprio viaggio storico e culturale in cui prima ci mostra le vere e proprie origini teoretiche del nazionalismo ebraico, per poi sfatarle una per una. Molta della mitologia sionista si basa proprio sulla presunta “purezza di razza” del popolo ebraico, cosa che, alla riprova dei fatti qui mostrati, si mostra davvero tanta lontana dalla realtà Shlomo Sand La tesi imperante portata da Sand in tutta l’opera è infatti quella che l’ebraismo non sia una qualche particolare etnia, ma una semplice fede che, con il passare dei secoli, si alimentò soprattutto di proseliti provenienti dai luoghi più disparati al mondo.

Nell’ultima parte del testo, poi, l’autore si concentra soprattutto sulle ingiustizie e le assurdità portate avanti dallo stato sionista in termini di “razza” e genetica verso i palestinesi ed il resto del mondo, mostrando anche come questo vada ad incidere in una società che, nella realtà dei fatti, condivide a malapena il credo. Alle origini del sionismo e dell’idea nazionale Entrando più nello specifico, dopo una parte perlopiù biografica l’autore si concentra nella ricerca delle origini del nazionalismo ebraico, ricollegandosi direttamente a quelli che imperavano in Germania a fine ‘800 (e che portarono poi alla nascita del nazismo, con tutte le maledette conseguenze).

Il nazionalismo ebraico nacque infatti soprattutto come reazione alla nascita di quelli europei, con molti pensatori che, ancora lontani dal concepire l’idea sionista, sognavano un mondo in cui poter celebrare la propria storia e specificità. La cosa interessante è che, seppur con qualche idea propria ed originale, molti di quest’ultimi si ritrovarono de facto a promuovere quelle che erano non tanto tipiche dell’ebraismo e della sua concezione di religione, ma piuttosto dell’antisemitismo cristiano, che in quegli anni imperava sempre di più nel mondo ed in particolare fra Germania e Russia (patrie di molti dei pensatori qui citati come Heinrich Graetz e Simon Dubnow).

Particolarmente affascinante la vicinanza e somiglianza di questa parte con l’esposizione della storiografia dell’Orientalismo dell’omonimo capolavoro di Edward Said, sintomo di come il pensiero razzista e coloniale europeo sia davvero riuscito a plasmare quello mondiale a sua immagine e somiglianza. Il problema della Bibbia come libro storico Uno dei primi problemi che l’autore affronta subito dopo è quello di considerare la Bibbia un testo storico e non uno di natura religiosa, uno dei più imperanti per provare a comprendere davvero la storia del popolo ebraico.

La genesi del testo biblico è infatti frutto di un percorso estremamente articolato e complesso, che ha fatto sì che venisse formata da svariati libri, non tutti scritti nello stesso arco di tempo. Secondo lo storico, infatti, gran parte delle storie ed idee presenti nel testo sacro deriverebbero da epoche, periodi e luoghi diversi, andando spesso e volentieri a scrivere storie epiche e leggendarie, che vanno però prese più come mito che come reale fatto storico (pur ispirandosi a quest’ultimi).

L’invenzione dell’Esilio Al di là delle infinite incongruenze storiche derivate dal considerare la Bibbia un testo storico e non un libro di fede, Shlomo Sand si concentra soprattutto sul mito dell’Esilio, uno dei più importanti in assoluto per l’odierna concezione di ebraismo. La nascita stessa di Israele nasce infatti dall’idea di “un popolo errante” che, dopo una lunga e pesante ingiustizia, può finalmente “tornare a casa”; il problema è che, al di là della follia di tale pretesa, tale “esilio” non sarebbe mai avvenuto.

Basandosi infatti su recenti ritrovamenti archeologiche ed analisi storiche, non v’è alcuna prova di un vero e proprio esilio imposto dai Romani agli Ebrei e, per quanto vi fu effettivamente una parte di giudei che decise di abbandonare la Palestina, la maggior parte decise di rimanere nella sua terra, cambiando piuttosto religione e diventando cristiana o musulmana (elemento che peraltro era chiarissimo ai primi sionisti come Ben Gurion e che venne poi taciuto per motivi di convenienza). Gli ebrei dello Yemen e del Maghreb Ma da dove derivano allora i tanti ebrei presenti nel mondo?

Molto semplicemente dai tanti convertiti all’ebraismo durante la sua lunga storia. Secondo Sand, infatti, l’idea di sconsigliare la conversione (effettivamente presente nei testi sacri) sarebbe qualcosa di successivo e fatto piuttosto per evitare problemi con le potenze musulmane e cristiane, particolarmente contrarie all’apostasia; tuttavia l’ebraismo, così come le altre fedi monoteiste, ha una natura profondamente dedita al proselitismo e non è strano che abbia “attecchito” particolarmente in aree lontane dai grandi centri dell’epoca.

Inizialmente Sand si concentra sugli ebrei yemeniti e falasha, gruppi che si sarebbero convertiti all’ebraismo intorno al 300 d.C.; proprio a loro si deve il Regno Himyarita, territorio che celebre e che a lungo trovò un equilibrio fra mondo romano e persiano, le due maggiori potenze dell’epoca. Riguardo agli ebrei del Maghreb e del Marocco dedicheremo presto un articolo a parte, ma è interessante dire che anche in questo caso la particolarità del proselitismo ebraico sta nell’essere arrivato sempre “prima degli altri”, rappresentando poi una valida alternativa per coloro che non volevano legarsi né al mondo cristiano (di stampo cattolico-europeo o greco-ortodosso) né a quello islamico; emblematica sotto questo aspetto la figura di Kahina, la più grande oppositrice all’arrivo degli Arabi nel Maghreb.

Cazari, il più grande impero ebraico della Storia Anche in virtù delle sue origini ashkenazite, Sand si sofferma particolarmente sul Regno dei Cazari, senza alcun ombra di dubbio il più grande stato ebraico che il mondo abbia mai visto, ma con origini turche e collegate perlopiù all’odierna Russia, Ucraina e Kazakistan. Secondo lo storico, la maggioranza dei riti e della caratteristiche tipiche del mondo yiddish-ashkenazita avrebbero origini proprio in quel territorio e contesto, andandosi quindi a ricollegare certamente più con il mondo turco delle steppe, rispetto a quello giudaico dell’odierna Palestina (pur riconoscendo genuinamente che vi siano stati degli ebrei palestinesi che si sono trasferiti in quei territori).

Rendere scientifica una follia Alla luce di tutto questo, Sand si sofferma sulle assurdità razziste conseguenti al mito della “purezza della razza ebraica”, elemento ancora oggi fondante e fondativo del Sionismo, nonché base giuridica per il celebre “diritto al ritorno” o Aliyah. Al di là che il concetto di fondo è a prescindere folle e criminale, il tutto si basa davvero sul nulla, creando ancor maggiori problemi quando si prova a “scientificizzare” qualcosa che, quantomeno da un punto di vista storico e tecnico è molto lontano dalla realtà.

Uno dei moniti lanciati costantemente dall’autore è poi quello relativi al rischio di sfruttare l’ebraismo in chiave meramente politica ed etnica, in quanto ciò porta inevitabilmente a prosciugarlo del suo contenuto religioso, condannandolo de facto ad una tragica morte in cui il mondo terreno prende il sopravvento di quello ultraterreno e che inevitabilmente porterà alle conclusioni annunciate di recente da Ilan Pappé nel suo ultimo libro. Considerazioni personali Il testo è davvero uno dei più interessanti che ho letto nell’ultimo anno, unendo molto bene sia la quantità e profondità di contenuti sia una piacevolezza alla lettura che nei saggi non è mai scontata.

L’immensa vastità di materiale è in grado di dare a chiunque legga il libro una visione nuova dell’ebraismo e, personalmente, molto più interessante e vicina. Questo testo, spazzando completamente via l’idea di una etno-religione in favore di un “semplice” credo monoteismo, elimina quel senso di società chiusa, dando ottime speranze per quello che, in’sh’Allah, potrà essere un post-Israele.

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