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Bellezza e disabilità alle Paralimpiadi con la danza visionaria di Emiliano Pellisari

Sabato 11 aprile 2026 ore 17:00 Fonte: Menti in fuga
Bellezza e disabilità alle Paralimpiadi con la danza visionaria di Emiliano Pellisari
Menti in fuga

Sono ormai passate settimane dalla fine giochi Paralimpici di Milano Cortina. Per questo diventa ancora più interessante riflettere su alcuni elementi che hanno caratterizzato la cerimonia di apertura a Verona del 6 marzo 2026.

Sopite le emozioni polemiche e le emozioni calde e vibranti del momento, la riflessione si fa più pacata, maggiore la possibilità di costruire pensiero. Le paralimpiadi di Rio erano state pubblicizzate con un filmato scoppiettante e pieno di energia.

La presentazione delle paralimpiadi di Parigi erano state un concentrato di retorica e di noia. Temevo il che lancio pubblicitario delle paralimpiadi di Milano Cortina potessero avere la stessa sorte di quelle parigine.

Che sollievo quando ho saputo che avrebbero coinvolto la NoGravity. È una compagnia danza che mi è cara, sia per la visione artistica che propone sia per il rapporto di amicizia che mi lega al suo fondatore e coreografo Emiliano Pellisari.

Gli ho chiesto di guidarmi per capire come nascesse il countdown che ha creato con i suoi danzatori. Per questo prima di iniziare l’intervista gli ho raccontato la breve storia di quello che sapevo.

La Filmmaster che ha curato la cerimonia inaugurale delle paralimpiadi Milano Cortina 2026, ha commissionato a Emiliano l’ideazione e la regia di un video di danza per l’evento. La coreografia è stata creata con la sua compagnia NoGravity, che vede Mariana P. nei panni di co-coreografa e prima danzatrice.

In questa coreografia troviamo anche Francesca Cesarini che a sedici anni ha vinto Italia’s Got Talent 2023 con un numero di pole dance. Francesca è una donna con disabilità, le manca una gamba ed entrambe le braccia.

Ho visto un estratto del video inserito nel trailer delle paralimpiadi realizzato da Filmmaster ritrovando sfumature oniriche, incantate. Questo è il punto di partenza da cui vorrei muovermi per dialogare con Emiliano.

Ho visto che nel corso degli anni ti si è avvicinato al mondo della disabilità. Dapprima con i laboratori fatti al teatro Menotti di Milano con Chiara Pedroni e lanciando lo spettacolo Disability Project il 3 dicembre del 2023 giornata internazionale dei diritti della persona con disabilità.

È stato dopo questa ricognizione sugli eventi che l’hanno portato a lavorare al lancio di Milano Cortina che ho iniziato con le domande vere proprie. Emiliano Pellisari. © NoGravity Da dove ti arriva questo interesse per il mondo della disabilità?

Dopo che ci siamo incontrati e siamo diventati amici, la tua disabilità e la tua carrozzina mi hanno fatto scoprire questo mondo, che mi ha interessato molto e mi ha colpito profondamente, ovviamente a fronte di un rapporto empatico con te, di un’amicizia molto profonda, molto intima. Questa è la prima ragione che mi ha portato ad affrontare il mondo della disabilità.

Il secondo punto è di tipo più tecnico. La tecnica NoGravity che ho creato nel 2005 è una tecnica dove il danzatore non utilizza le gambe e non utilizza completamente le braccia, ma utilizzando il bacino e le spalle, può effettivamente creare delle figure coreografiche.

Questo mi ha portato a pensare che poteva essere uno strumento straordinario per il mondo della disabilità, e ho iniziato a creare progetti specifici. Nel teaser ufficiale dove sono presenti le tue coreografie si vedono i tuoi danzatori che creano con i loro corpi il conto alla rovescia che ci separa da quell’evento.

Ancora prima si vede Francesca che emerge dal gruppo dei danzatori, quasi un bocciolo che fiorisce. Quell’immagine esprime energia, forza, bellezza.

Da dove trai lo spunto per creare i passi fatti delle tue coreografie? A fronte di un concept creato da Adriano Martella direttore creativo, Alfredo Accattino direttore artistico e Marco Boarino regista, di Filmmaster, io volevo aggiungere al semplice movimento dei corpi che creavano i numeri, anche un rapporto di empatia e offrire espressività al corpo umano.

Non volevo che fossero dei semplici burattini che costruiscono una figura. Volevo due cose fondamentali.

Uno, che offrissero la forza, l’energia, l’emozione che il rapporto empatico offre a degli sportivi, a degli atleti, che lavorano in gruppo, in team, che si confrontano e che si aiutano. Volevo che ci fosse proprio questo sentimento di gruppo, di team, nella creazione dei numeri.

La seconda cosa che volevo fare era riuscire a creare delle immagini che fossero fortemente simboliche. Quando parli di concept significa che ti hanno dato un’indicazione di massima su cui tu poi hai lavorato?

Sì. Mi hanno proprio indicato di fare il countdown delle paralimpiadi.

Così ho fatto. Il team Filmmaster ha poi fornito indicazioni sulla regia a fronte dello storyboard illustrato da Daniele Batocchioni, che fa parte del nostro team NoGravity, insieme al montatore video Donatello Conti.

Nella post produzione è venuto personalmente Marco Boarino spalleggiato dalla montatrice Diana De Paolis per il montaggio del video. È stato un lavoro di squadra che ha coinvolto tutti e dove la NoGravity ha lavorato spalla a spalla con la Filmmaster.

Costruzione di una coreografia @ NoGravity I tuoi danzatori sono un esempio di perfezione estetica e di fluidità. Quale spazio invece possono avere le persone disabili all’interno del mondo della danza?

Ora zero. Premetto: io ho assistito circa dieci anni fa a una gara di danza, con coreografia per disabili a Roma, all’Eur.

Ed era veramente tristissima la situazione. Triste perché non c’era pubblico, perché non interessa a nessuno, triste perché il la persona disabile in verità non offre altro che una forma di clownismo se non si cerca l’arte.

Una forma di freak show di fino a Ottocento, inizio Novecento? Esattamente, dei freak show.

Fai le giravolte, giri su te stesso, ti metti su una ruota… Sinceramente anche no. Oppure ancora peggio avevano il partner normodotato.

Allora il confronto era ancora più triste, perché uno balla meravigliosamente e l’altro lo segue distaccato con la carrozzina. Ed è veramente terrificante.

Dunque lì mi sono detto «No, si può fare ben altro nella vita». Ed effettivamente con la tecnica NoGravity io sono in grado di fare ben altro.

Sono in grado di offrire alla persona disabile la possibilità di esprimersi artisticamente, di esprimersi con il suo corpo, che è la cosa più bella. Senza però, è questo è il punto più importante, senza la carrozzina, che come tu mi hai spiegato a suo tempo è anche un’ancora.

Per cui togliere alla persona disabile la carrozzina può essere anche una forma di aggressione. Dunque va fatto con mille attenzioni questo passaggio.

Però io trovo un passaggio anche un po’ rivoluzionario lasciare perdere il palliativo delle gambe, che sono le ruote, e poter tornare a vivere il proprio corpo senza elementi estranei. In effetti non basta mettere sul palco persone disabili per fare arte.

I tuoi danzatori come hanno accolto Francesca? Molto bene.

È stato un gruppo molto bello, ci siamo tutti divertiti tantissimo. Inoltre Francesca è una persona fantastica, straordinaria, molto semplice, molto diretta, con una forte identità e una forte autoconsapevolezza.

Inoltre ha una memoria prodigiosa, un’intelligenza raffinata, per cui ha saputo subito farsi stimare nel gruppo. Perché era in grado di riconoscere perfettamente le coreografie, e non solo di ripeterle ma anche di aiutare gli altri nella coreografia.

Dunque è veramente una persona, un’artista, un’atleta straordinaria. Ma è un’artista, comunque è un artista.

Con Francesca o in generale con le persone disabili con cui hai lavorato che tipo di difficoltà incontri, se le incontri? Il mondo della disabilità è un mondo molto politicamente corretto.

Ed essendo io un’artista profondamente scorretto politicamente, un artista che sul palcoscenico è molto duro con gli altri e con se stesso, preferisco sempre avere dei mediatori. La mia compagna Mariana è straordinaria in questo, ha saputo mediare perfettamente e ha saputo accogliere Francesca in maniera straordinaria nel gruppo.

L’ho trattata come chiunque altro. Non sono in grado di distinguerla dagli altri.

Per me è un’artista e nel momento in cui sei un artista giochi duro esattamente come giochiamo tutti duro. Non riesco a fare differenze.

Non riesco ad avere comportamenti, diciamo più morbidi nei confronti della persona disabile. Per me nel momento in cui stai al gioco con me sei un artista a 360° e io non ho pietà.

Molto spesso ammetto che mia moglie è intervenuta per, come dire, per placarmi, per non avere troppe esigenze. Devo dire però che Francesca fortunatamente invece ha sempre risposto dandomi ragione, accettando le mie sfide.

Non si è mai sottratta e questo mi è piaciuto molto. Perché non c’è pietismo, non c’è niente.

C’è la volontà ferrea di un’artista di esprimersi, senza se e senza ma. E questo io l’ho trovato fantastico in Francesca.

Parlando del mondo della disabilità hai usato l’espressione “politicamente corretto”. Che cosa intendi?

Io penso che il politicamente corretto sia sicuramente una volontà anche politica di non pensare al problema ovviamente. Sicuramente il politicamente corretto nasce anche da un pensiero profondamente cristiano, cattolico, che è quello che impone di non parlare di tutto ciò che può essere sgradevole, può disturbarci.

Però dall’altra penso che il politicamente corretto sia una forma terrificante di omologazione, che ci costringe tutti a dire sempre le stesse cose e non è mai possibile avere una voce dissonante. E questo credo che sia la cosa peggiore.

Perché quando non c’è dialogo, quando non ci sono più voci che possono parlare, siamo al fascismo linguistico, siamo al fascismo del pensiero, non c’è più libertà di pensiero. Questo è il politicamente corretto, è il fascismo del linguaggio.

A Roma tu vivi dove provi e provi dove vivi. Questo spazio, che è un po’ come la tana del Bianconiglio, è attraversato anche dei tuoi figli Aria e Faber.

In che modo hanno vissuto Francesca? I bambini sono straordinari perché non sono politicamente corretti.

Per cui la prima domanda che hanno fatto è stata «Perché non ha le braccia?». Vanno subito al nocciolo del problema.

Dopodiché il secondo passaggio è «Bravissima». Cioè, la guardano in azione, la vedono danzare, e il giudizio successivo è un indizio vero, onesto, sulle capacità artistiche, atletiche della persona.

Dunque io li trovo sempre fantastici i bambini, anche perché per loro è tutto normale. Se all’interno del gruppo entra una persona disabile dopo un’ora si sono già abituati e manco ci pensano più.

Sono estremamente accoglienti i bambini. In che modo il lavoro fatto negli anni precedenti con la disabilità, gli spettacoli e i laboratori che hai allestito ti hanno aiutato ad affrontare questa specifica sfida delle paralimpiadi?

Ma è un mondo molto particolare, e da qualche anno lo vivo insieme con te. Il che ci ha portato a farci mille domande e mille pensieri, a scrivere, a raccontare, a fare.

Quindi è chiaro che oggi sento di avere una competenza maggiore rispetto al passato, e di avere un pensiero più raffinato nei confronti della disabilità. Prima era molto più rozzo, il mio pensiero ovviamente era più superficiale. Oggi penso di avere un pensiero po’ più complesso, un po’ più all’interno della cosa. Mi sento leggermente più maturo ecco.

Premesso che sono invecchiato. Che cosa pensi sia possibile fare perché il lavoro con Francesca, l’esperienza che tu hai accumulato negli anni non vadano perse, non rimangano degli episodi a se stanti?

Quello che io vorrei fare sarebbe creare una scuola NoGravity per persone con disabilità. Questo è il mio sogno nel cassetto.

Però su questo devo dire che le voci istituzionali non si sono fatte sentire. Né il comune di Roma, né il comune di Milano, né il Comitato paralimpico italiano, hanno mai voluto rispondere ai miei appelli.

Per cui, attualmente, non ho nulla in mano. Però sicuramente il mio sogno sarebbe quello di creare una scuola per le persone disabili, per creare spettacoli specifici in cui le persone disabili possano viaggiare per il mondo con un loro spettacolo NoGravity.

Questo sarebbe il sogno nel cassetto. Quindi in questo momento sembra che le istituzioni siano ferme, non siano pronte a promuovere un movimento artistico, un movimento culturale in cui i protagonisti siano le persone disabili nei corpi o nelle menti.

È così. Invece di parlare di integrazione facendo pura retorica mi piacerebbe che ci fosse un’autonomia reale.

Vorrei avere una compagnia di danzatori con disabilità, autonomi per i cavoli loro, che si fanno i loro spettacoli, avendo però preso possesso di una tecnica, di una capacità e di una visione. A mio parere è possibile.

Se il primo passo lo fanno insieme a me, a Mariana, allo Studio NoGravity è perché noi abbiamo i mezzi per poterlo fare, e le competenze. Ma poi insomma, io mi auguro che tutto questo possa portare a una indipendenza, a un’autonomia, e a una storia, che in tal caso diventerebbe una storia artistica assolutamente autonoma.

Costruirai altri progetti con Francesca? Me lo auguro.

Lei è molto contenta di lavorare con me. Siamo rimasti veramente in ottimi rapporti e semmai avrò l’opportunità di costruire questo progetto, sicuramente la coinvolgerò.

Di solito si chiede se eventi come le paralimpiadi possono aiutare le persone con disabilità. Io ti chiedo invece se pensi che eventi come le paralimpiadi possano aiutare le persone normodotate?

Se sì in che cosa? Sicuramente le persone normodotate vengono aiutate a capire che tutti i loro piagnistei, tutti i loro narcisismi, sono ben poca cosa rispetto alle sfighe vere che uno può avere nella vita.

Dunque dovrebbero smetterla di piangere su se stessi, primo. Secondo, dovrebbero vedere che esiste una visione eroica della vita e che questo è dimostrato non dai normodotati ma dai disabili che sono lì a gareggiare, e che per arrivare a quello hanno dovuto affrontare sforzi pazzeschi e avere una forza di volontà assurda.

Terzo, le paralimpiadi possono aiutare il normodotato a capire che l’uomo è veramente il più grande dei miracoli, come dicevano gli antichi greci. Perché l’uomo con la sua forza di volontà è in grado di fare cose incredibili, che uno non immaginerebbe mai.

Credo che questo potrebbe portarci ad avere un po’ più di ottimismo. Gianfranco Falcone The post Bellezza e disabilità alle Paralimpiadi con la danza visionaria di Emiliano Pellisari appeared first on Mentinfuga.

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