Politica
Quando era vietato parlare di Shoah. Ma anche oggi chi combatte l’antisemitismo?
Dovevano essere gli ultimi anni Cinquanta, certamente non avevo ancora 10 anni. Mio padre portò a casa una spessa cartella di fogli di grande formato, con sopra un titolo:
“Per non dimenticare”. Non erano stati portati nella sezione del PCI perché la polizia li stava cercando per sequestrarli.
Era una mostra (una quindicina di grandi foto, qualche foglio di ricostruzione) sull’eccidio degli ebrei. Allora la parola Shoah era del tutto sconosciuta da noi e anche di Olocausto si parlava poco.
“Per non dimenticare” era il materiale preparato dal PCI nazionale (la famosa sezione stampa e propaganda). Ricordo di aver guardato quelle cose da bambino con emozione e orrore: cataste di cadaveri nudi buttati lì come fossero pezzi di legno, uomini e donne che sembravano ischeletriti, forni crematori che mostravano ancora i poveri resti carbonizzati, casacche e pantaloni a righe, braccia con sopra tatuato un numero, occhi sbarrati che non riuscivano a mostrare quasi segni di vita, neppure quando la tragedia era finita.
Le foto le avevano scattate i fotografi dell’Armata Rossa che accompagnavano i soldati liberatori del campo di sterminio di Auschwitz. Una mostra del Pci negli anni Cinquanta fermata dalla polizia Quella mostra era stata montata qui a Roma a piazza Ponte Milvio su qualche pannello di compensato e la polizia era intervenuta subito per farla smontare.
Le foto erano subito apparse sovversive e avevano provato a sequestrarle. Per questo mio padre in fretta e furia le aveva raccolte e nascoste in casa.
Mostrare la Shoah nell’Italia del centrismo e di Scelba era pericoloso. In quegli anni gli unici punti di riferimento della comunità ebraica erano i comunisti e magari quegli spezzoni di azionismo finiti nel Psi o nel Pri.
La Rai Tv, che era ai suoi primi vagiti, non dedicava servizi nei telegiornali e fiction (neppure quelle mezze farlocche che si fanno in questi tempi meloniani) allo sterminio. C’era, intorno a questo argomento, un pesante e complessa cappa di silenzio.
Persino gli ebrei che erano tornati dai campi per anni non raccontarono nulla o quasi. Primo Levi si vide respingere dalla casa editrice Einaudi (e in particolare da Natalia Ginzburg, cattolica, figlia di ebrei e vedova di un ebreo) il suo Se questo è un uomo che fu infine pubblicato da un piccolo editore.
E anche questa è una storia da raccontare, perché i primi cinque capitoli di quel libro (forse la testimonianza più nota dello sterminio) erano stati pubblicati su una rivista comunista (di Vercelli) “L’amico del popolo” grazie ad un amico Silvio Ortona, ebreo anche lui, comunista e partigiano comandate della seconda Brigata Garibaldi nel biellese sindacalista Cgil e deputato. Delle 1500 copie stampate presso De Silva e curate da Franco Antonicelli partigiano e antifascista ne furono vendute pochissime.
“L’Unità” lo recensì calorosamente per la penna di Italo Calvino. Ma quel 1948 doveva sembrare troppo vicino al dolore degli eventi per garantire a “Se questo è un uomo” la giusta attenzione.
Il nuovo assetto del mondo, la contrapposizione tra i blocchi produssero come “effetto collaterale” una sorta di ombra all’interno della quale era finita la Shoah. I tedeschi erano un alleato troppo rilevante per gli Usa e il processo di Norimberga (in cui furono giudicati da una corte internazionale i gerarchi rimasti in vita più per i crimini di guerra che per quelli contro l’umanità e quanti non erano stati subito impiccati finirono per uscire piuttosto presto dal carcere con una benevolenza sospetta) era già alle spalle.
Primo Levi Il silenzio degli ebrei, la difficoltà di riuscire a raccontare Persino, come dicevo, tra gli ebrei scampati alla morte e tornati in Italia dai campi, poco più di mille in tutto, Levi con la sua voglia di raccontare era quasi una eccezione. Molti di loro hanno taciuto per anni:
Shlomo Venezia ha impiegato quasi quarant’anni a convincersi a testimoniare, affidando poi le sue memorie ad un libro nel 2007. Pietro Terracina che aveva perso sette famigliari ad Auschwitz ha raccontato così il suo silenzio: «Con gli amici e con i miei parenti per molti anni non ho parlato di quello che mi era accaduto.
Temevo soprattutto che mi chiedessero come mi ero salvato. Mi terrorizzava il fatto che qualcuno potesse chiedermi “Perché tu ti sei salvato e mio figlio o mio marito no?”.
Poi pensavo che se io avessi parlato di certe cose a molta gente avrebbe dato fastidio, o quantomeno qualcuno avrebbe pensato: “Che va dicendo, non è possibile.”; inoltre raccontare del lager avrebbe significato in parte rivivere quelle situazioni ed io volevo sembrare una persona come tutte le altre, non dico “essere” ma almeno “sembrare”».
A lungo è rimasta in silenzio anche Liliana Segre. L’Italia ha fatto finta per anni di non aver coltivato un sentimento (e poi una pratica) antisemita.
Persino del fascismo e di Mussolini si diceva in passato che l’antisemitismo italiano fosse in tono minore e nascesse dall’alleanza con Hitler. Non era vero ma ce n’è voluto per farlo emergere.
Le leggi razziste non suscitarono davvero un sentimento di repulsione: c’era un antico antisemitismo cattolico (ci vorrà il Concilio Vaticano II per chiudere lo stigma sugli ebrei come popolo deicida) su cui si era innestato quello del fascismo e del Duce. Fa bene Gualtieri a ricordare come la razzia del ghetto a Roma sarebbe stata impossibile senza la presenza dei fascisti.
I nazisti avevano occupato Roma dopo l’8 settembre del 1943 e nella notte del 16 ottobre – poco più di un mese dopo – entrarono nel ghetto e per le strade di Roma e presero uno per uno 1280 ebrei. I nomi e gli indirizzi di quegli ebrei li avevano avuti dalle questure e dalle prefetture fasciste ed erano il frutto di cinque lunghi anni di discriminazioni e persecuzioni.
Ed è certamente vero che molte chiese diedero rifugio ad ebrei in fuga; ma dopo quel rastrellamento a Roma l’ambasciatore nazista in vaticano scriveva al suo ministero: “Il Papa benché sollecitato da diverse parti, non ha preso alcuna posizione contro la deportazione degli ebrei da Roma… Egli ha fatto di tutto anche in questa situazione delicata per non compromettere il rapporto con il Governo tedesco e con le autorità tedesche a Roma”.
In tutta Italia i soldati della RSI (quelli della fiamma inestinguibile, messa a simbolo del suo partito da Almirante e mai cancellata dalla Meloni) parteciparono attivamente alla cattura e alla deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio. Posizionamento della prima pietra di inciampo a Via della Reginella, nell antico Ghetto di Roma, per la 16°edizione di Memorie d inciampo a Roma , un progetto di Adachiara Zevi, promosso da ANED, ANEI, Federazione delle Amicizie Ebraico Cristiane Italiane, Fondazione CDEC, IRSIFAR, Museo Storico della Liberazione, sotto l Alto Patronato del Presidente della Repubblica Furio Colombo, il giorno della memoria tra il 16 ottobre e il 27 gennaio Ci abbiamo messo cinquant’anni e più ad istituire il Giorno della memoria nel 2000.
E aveva ragione Furio Colombo che aveva proposto di fissare quella data nella ricorrenza del 16 ottobre 1943 per sottolineare le responsabilità italiane. Alla fine, fu scelta quella del 27 gennaio data della liberazione del lager di Auschwitz.
Ci abbiamo messo molto di meno a trasformare il Giorno della memoria in un giorno “qualsiasi” buono per commemorazioni all’acqua di rose. E oggi torna la questione dell’antisemitismo agitata dalla destra contro la sinistra e legata alla tragedia dell’assalto omicida di Hamas del 7 ottobre e alla tragedia di Gaza con i suoi cinquantamila morti ammazzati dai bombardamenti e gli attacchi israeliani.
Ma a dire il vero è dalla guerra dei Sei Giorni nel 1967 e dal rinnovarsi e dall’estendersi del conflitto arabo-israeliano, dal trasformarsi di questo conflitto da una disputa tra stati in un groviglio sempre più intricato in cui entrano movimenti terroristici, conflitti interreligiosi volontà di potenza che quella tragedia suscita sentimenti spesso irrazionali non compresi. L’identificazione ebraismo-Israele (non l’esistenza di Israele ma le reali politiche che quello stato mette in atto) voluta contemporaneamente da Israele e dai suoi nemici sta facendo rialzare, e insieme trasformare un magma di sentimenti tra i quali striscia l’antisemitismo.
Anche il dibattito attorno alla parola “antisemitismo” ha questi caratteri. La formula scelta da chi propone la legge (come Del Rio) è quella dell’International Holocaust Rembrance Alliance e si condensa sotto questa definizione:
“L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”: una definizione molto generale (parla di una “percezione” e la parola è davvero difficile da inserire in una normativa cogente che prevede dei reati e delle pene) che si articola poi in una serie di corollari, alcuni dei quali più che condivisibili – come accusare gli ebrei di essersi inventati l’Olocausto o il giustificare l’uccisione di ebrei perché ebrei o di fomentare storiche affermazioni antisemite sul “complotto ebraico” e sulla “naturale cattiveria” degli ebrei – altri che invece riguardano lo stato di Israele.
È una gamma ampia di “casi” che vanno dal negarne la legittimità fino a “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti. Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele”.
Se dovessimo tenerci alla lettera d dovremmo dire che la legge prevede una sorta di “eccezionalismo”. Sarebbe un reato dire che Israele non ha diritto di esistere, mentre non lo sarebbe se parlassimo, che so, del Sud Sudan.
Sarebbe un reato accostare le politiche di Israele per Gaza alla parola genocidio, mentre non lo sarebbe se parlassimo di quello che il governo militare del Myanmar ha fatto ai Rohingya o al conflitto tra Tutsi e Hutu. E tutto questo da un punto di vista giuridico apre la strada ad ambiguità e abusi.
Eppure, sotto la “lettera” c’è una sostanza. Che siamo davanti ad un aumento delle azioni antisemite in Italia e in Europa è certamente vero: lo documentano non solo le associazioni ebraiche ma chiunque si occupi di razzismo e di reati di odio.
Che sui social media siano ritornate affermazioni antisemite (da destra, mi verrebbe da dire come al solito, e anche da pezzi di sinistra) è altrettanto vero. Bisogna creare un nuovo sentimento anti-antisemita Io non so se servono davvero nuove leggi.
Ne abbiamo già contro i crimini di odio. L’abitudine italiana di “sovra normare” la realtà è impressionante e stiamo assistendo al moltiplicarsi delle nuove leggi (e all’inasprirsi delle pene) davanti a reati non nuovi ma che accrescono il senso di insicurezza sociale e diventano improvvisamente “emergenze”, magari soltanto mediatiche o di percezione.
Ma so anche che serve rimettere insieme una seria battaglia culturale perché l’antisemitismo è un sentimento che ha radici profonde nel peggio di noi stessi. È l’odio razziale e insieme religioso, che da duemila anni attraversa la nostra cultura e il nostro “senso comune”, è una spia e un indicatore di qualcosa che non va.
Il paradosso è che oggi in maniera meno esplicita che in passato l’antisemitismo sta assumendo un carattere “politico”. Sembra strano dirlo, ma nel nazismo l’odio di Hitler contro gli ebrei aveva un carattere “di sangue”, nasceva dall’idea della profonda estraneità degli ebrei rispetto alla razza ariana.
Hitler nelle prime pagine del Mein Kampf afferma di non essersi mai imbattuto in ebrei prima del suo arrivo a Vienna dove – ai suoi occhi – rappresentavano la summa della corruzione razziale all’interno dell’impero austriaco che aveva fatto del melting pot etnico una sorta di stato naturale: c’erano gli slavi, gli ungheresi, i cechi (e un po’ anche gli italiani) ma più di tutti erano gli ebrei a fiaccare il sangue tedesco. Erano “l’altro” e come tale da estirpare, lui e la sua Germania sognavano un mondo “juden frei”, libero dai giudei.
Un po’ diversa la situazione dell’antisemitismo fascista. Perché se le leggi varate nel 1938 erano segnate da un puro sentimento di razzismo biologico, Mussolini invece le motivò su basi più politiche: non è il fascismo ad essere diventato antisemita – scrive in una famosa intervista – ma gli ebrei ad esser diventati antifascisti, ad esser diventati quindi anti italiani tanto da non meritare di essere cittadini a tutti gli effetti.
Oggi dovremmo imparare a creare un nuovo sentimento anti-antisemita che sappia affrontare insieme tutte le parti del discorso, quella razzista e quello politico, con la capacità di discernere tra il diritto all’esistenza di Israele e la possibilità di giudizio sulle sue politiche, e insieme di non smarrire la consapevolezza che l’odio antiebraico (e la sua manifestazione massima attraverso la Shoah) abbia una sua specificità incoercibile, capace di originare e alimentare il razzismo e la paura dell’”altro”, qualsia sia il carattere di questo altro. Ci riusciremo?
Non lo so. E mi chiedo anche se ci stiamo davvero provando.
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