Politica
America latina tra rosso e nero
L’anno in corso vedrà il rinnovo dei vertici politici in Costa Rica (1° febbraio/5 aprile), Perù (2 aprile/7 giugno), Colombia (31 maggio/21 giugno), Haiti (30 agosto/6 dicembre), e Brasile (4 ottobre/25 ottobre). In Costa Rica, Laura Fernández, candidata del Partido pueblo soberano (Ppso), formazione di destra attualmente al governo, registra un sostegno del 40%, dieci punti in più rispetto a dicembre, il che potrebbe portarla alla vittoria al primo turno.
Seppure permanga un’alta percentuale di indecisione – il 32% delle persone che intendono votare non ha ancora deciso quale candidato presidenziale scegliere –, a favorire l’intenzione di voto verso il candidato della maggioranza di governo, gioca l’approvazione del 58% di cui tuttora gode l’attuale presidente Rodrigo Chaves, essendo Fernández la continuatrice dello stesso progetto politico. Ma a parte l’imminente votazione costaricana, di grande peso saranno le elezioni nei due Paesi in cui governa la sinistra, dov’è facile prevedere che assisteremo a un crescendo delle ingerenze di Trump nelle rispettive campagne elettorali, com’è già avvenuto nei mesi scorsi per l’Argentina, l’Honduras e il Cile.
Se della Colombia già si è detto in un recente articolo (vedi qui), merita brevemente ricordare i pesanti interventi da parte di Trump a favore di Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni di carcere per il suo ruolo nella trama golpista dopo la sconfitta elettorale del 2022. Le sue bordate a favore dell’amico carcerato, noto come il Trump dos trópicos, hanno a tal punto indispettito l’elettorato brasiliano da invertire il calo dell’approvazione di Lula, fino ad allora una costante, portandolo a primeggiare nei sondaggi.
A seguito di un incontro chiarificatore tra Trump e Lula, lo scorso ottobre in Malesia, i rapporti tra i due si erano rasserenati facendo parlare addirittura di un rapporto di amicizia: una cosa del tutto impensabile fino a poco prima. Questa reciproca simpatia non ha impedito a Luiz Inácio Lula da Silva di intervenire in merito al cosiddetto Board of peace, al quale il Brasile è stato invitato a partecipare, annunciato da Trump al World Economic Forum di Davos.
Intervenendo, venerdì 23 gennaio, a un evento del Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra a Salvador de Bahia, Lula ha detto che con la sua ultima proposta, il presidente americano vuole essere il “proprietario” di una “nuova Onu”. “Invece di aggiustare l’Onu (…) cosa sta succedendo?
Il presidente Trump propone di creare una nuova Onu in cui solo lui sia il proprietario”. Denunciando che in questo modo “la carta dell’Onu viene ridotta a carta straccia”, Lula ha anche ricordato che il Brasile si batte dal 2003 per una riforma dell’organismo internazionale e del suo Consiglio di sicurezza, con l’ingresso di nuovi Paesi latinoamericani, come il Messico, e almeno uno dall’Africa.
Impegnato a difendere il multilateralismo di fronte a quello che ha descritto come l’avanzata dell’“unilateralismo” e della “legge del più forte” nel mondo, Lula ha anche rivelato di avere telefonato a tutti i Paesi del mondo per cercare di “trovare un modo per riunirsi” per difendere il sistema multilaterale. Tra i leader con cui ha dichiarato di avere parlato ci sono il russo Vladimir Putin, l’indiano Narendra Modi, importanti membri dei Brics, e la messicana Claudia Sheinbaum.
Le dichiarazioni di Lula sono arrivate il giorno dopo un colloquio telefonico con il presidente Xi Jinping, durante il quale l’omologo cinese, senza far accenno al progetto di Trump, gli ha chiesto di difendere “il ruolo centrale2 dell’Onu. Nel corso del suo intervento, Lula ha anche criticato la proposta di ricostruzione di Gaza lanciata da Trump dopo l’offensiva israeliana:
“Hanno distrutto, hanno ucciso più di settantamila persone per dire ‘ora recupereremo Gaza e faremo hotel di lusso’”. Una critica che lascia presagire che all’invito di Trump di entrare nel Board of peace il Brasile risponderà con un rotondo “no”.
Oltre a ciò, Lula si è detto “indignato” per l’intervento militare di Washington in Venezuela, che si è concluso con la cattura dell’ex presidente Nicolás Maduro, portato in catene davanti alla giustizia americana. Se i recenti rapporti con Trump avevano portato al superamento delle tensioni tariffarie, l’intervento del presidente brasiliano rappresenta un inasprimento del tono verso la sua controparte statunitense, e sarà da vedere come reagirà l’attuale inquilino della Casa Bianca.
Ciò detto, sul piano interno, Lula ne esce rafforzato: nonostante compia ottantuno anni il prossimo 27 ottobre, appare in forze e lucido come non mai. Chiudendo il citato incontro di Salvador de Bahia, il leader del Partido dos trabalhadores ha dichiarato:
“Preparatevi, perché vogliamo la presidenza per la quarta volta”, e ha definito le elezioni di ottobre come un momento decisivo, e il 2026 come “l’anno della verità” contro la disinformazione. Nel discorso, ha rivendicato i successi economici del suo governo, ricordando il tasso di disoccupazione ai minimi storici, l’aumento del salario minimo e la crescita delle esportazioni.
Ha poi esortato i movimenti sociali a occupare spazi decisionali, sottolineando il ruolo cruciale svolto dal Movimento Sem Terra nella storia del Paese e nella lotta per la giustizia sociale: “Senza di voi, il Brasile non sarebbe arrivato dove siamo oggi”.
Il momento positivo di cui Lula gode è confermato anche da un recente sondaggio che gli assegna il 36% del gradimento, mentre il suo principale avversario, Flávio Bolsonaro, è al secondo posto con il 23%. Infine, in un eventuale secondo turno, Lula risulterebbe vincitore su tutti gli aspiranti di destra, Flávio Bolsonaro incluso.
Flávio – figura più moderata del fratello Eduardo, che dal 2025 vive negli Stati Uniti ed è stato accusato, dal presidente della Corte suprema brasiliana, di incitare ad “atti ostili” contro il Brasile – è stato scelto da suo padre come suo successore politico. Dalla sua detenzione di Brasilia, Jair ha confermato per lettera che suo figlio incarna la continuità di un progetto teso a “governare il Brasile con giustizia, fermezza e lealtà secondo i desideri del popolo brasiliano”.
La designazione dell’incolore Flávio Bolsonaro, da parte del padre, ha smorzato le aspettative di alcuni governatori conservatori, primo tra tutti di quello di São Paulo, Tarcísio de Freitas, che, pur non essendo candidato, ha ottenuto il 9% del gradimento dal sondaggio citato. A mettere fine ai rumors di divisioni all’interno dello schieramento di destra, è giunto il recente sostegno alla candidatura di Flávio da parte dello stesso de Freitas, che ha anche negato qualsiasi speculazione su un’eventuale candidatura propria, visto che nei mesi precedenti di lui si era parlato come di un possibile candidato presidenziale di destra.
“Continuerò come governatore di São Paulo. Qualsiasi cosa diversa da quella è pura speculazione”, ha detto.
E ha aggiunto: “Lavoreremo sodo a favore di Flávio Bolsonaro, non ci saranno problemi.
Con il tempo, le cose si sistemeranno. È assolutamente normale.
Sono sicuro che avremo una candidatura molto competitiva”. Se la destra brasiliana sembra serrare i ranghi in vista di una campagna elettorale che la vede al momento in svantaggio, in Cile il pinochettista José Antonio Kast ha annunciato la composizione della sua squadra di governo.
Undici donne e tredici uomini che, con lui, assumeranno le redini del Paese dal prossimo 11 marzo, la cui caratteristica è prevalentemente tecnica, dato che solo otto dei ministri incaricati risultano essere militanti dei partiti di destra e dell’estrema destra che hanno sostenuto Kast. Nella fattispecie, due del Partido republicano, di cui il neopresidente è fondatore, e uno ciascuno del Partido revonación nacional, creatura di Sebastián Piñera, dell’Udi, partito di origine di Kast, di Evópoli, del Partido social cristiano, del Partido demócratas, e del Partido radical.
Chi alla fine è rimasto fuori è il Partido nacional libertario, di estrema destra, che ha un’importante presenza parlamentare e che ha dato il suo sostegno a Kast nel ballottaggio. Il resto dei prescelti appartiene al mondo imprenditoriale o accademico, avendo voluto Kast varare un gabinetto che sarà chiamato ad affrontare la situazione di emergenza, per affrontare la quale è stato votato dalla maggioranza dei cileni.
Tra questi, anche due avvocati che hanno fatto parte della difesa di Augusto Pinochet. Si tratta dell’accademico Fernando Rabat, a cui va il ministero di Giustizia e Diritti umani, che ha fatto parte della squadra che ha difeso il generale in diverse cause, tra cui il cosiddetto caso Riggs, lo scandalo sui suoi conti bancari segreti negli Stati Uniti.
La vicenda risale all’agosto del 2004, quando la giustizia cilena avviò un’indagine giudiziaria contro Pinochet per avere trasferito segretamente in diversi conti presso la Banca Riggs denaro proveniente dal fisco. L’indagine rivelò che il patrimonio totale di Pinochet ammontava a 21,3 milioni di dollari, di cui 17,8 milioni avevano un’origine illecita.
Poiché il suo ministero supervisiona ancora i casi legati alla dittatura, la nomina di Rabat è stata criticata dalle organizzazioni per i diritti umani e dai parenti delle persone uccise durante il regime di Pinochet. La seconda nomina oggetto di critiche riguarda Fernando Barros, neoministro della Difesa,uno degli avvocati più famosi del Paese, che difese Pinochet quando fu arrestato a Londra nel 1998.
Alicia Lira, presidente del Gruppo dei parenti dei politici giustiziati, ha dichiarato all’agenzia spagnola Efe che la scelta di Kast “è un’offesa diretta alla memoria delle vittime della dittatura e dei loro familiari, e un enorme passo indietro per i progressi che abbiamo fatto sulla questione dei diritti umani”. A parte le reazioni di coloro che sono state vittime della dittatura, le scelte del neopresidente hanno suscitato perplessità e veri e propri mal di pancia anche nelle file dei suoi sostenitori.
Il leader dell’Udi, Pablo Longueira, in un’intervista a “La Tercera”, ha detto: “Non so se c’è un disegno del gabinetto (…).
Ci sono diversi ministri che conosco e ce ne sono diversi che non conosco, e ho conosciuto le loro traiettorie attraverso i media. Non voglio dare un’opinione, ma sono preoccupato per il livello di improvvisazione”.
Dedicando un pensiero a Johannes Kaiser, leader del Partido libertario, che, con le sue posizioni di estrema destra in campagna elettorale, ha fatto apparire Kast un moderato, Longueira ha sostenuto che, fosse dipeso da lui, avrebbe fatto uno sforzo speciale per integrarlo: “perché alla fine, non sentendosi parte o sentendosi liberi, finiscono per iniziare a costruire alternative al governo, cercano di differenziarsi e iniziano artificiosamente a costruire queste differenziazioni per costruire profili diversi”. Non si è fatta attendere la reazione di Kaiser, ancora attraverso una intervista a “La Tercera”, il quale ha spiegato che dar vita a un gabinetto con la preponderanza di indipendenti fa sì che si giunga a neutralizzare la propria base di sostegno, dato che alla propria collettività viene precluso “un reale impatto sulla progettazione politica o sull’attuazione del programma”.
Tutto ciò ha fatto sì che – ha concluso Kaiser – “abbiamo ricevuto un’offerta che è stata confezionata in modo che non potessimo accettarla”. José Antonio Kast è avvertito.
Sta di fatto che le scelte del neopresidente in fatto di nomine, oltre a Kaiser, non hanno per nulla accontentato il Partido republicano e le altre formazioni della destra tradizionale. Kast ha pescato nella sua area politica solo i nomi del ministro dell’Interno e del capo di gabinetto, carica andata all’ex deputato dell’Udi, Claudio Alvarado.
Ingegnere commerciale, Alvarado ha ricoperto incarichi di sindaco, deputato e senatore. È stato collaboratore delle due amministrazioni di Sebastián Piñera (2010-2014 e 2018-2022) come sottosegretario generale della presidenza, sottosegretario allo Sviluppo sociale e amministrativo, e ministro segretario generale della presidenza.
Agli Esteri va Francisco Pérez Mackenna, un uomo che viene dall’azienda, già direttore generale di Quiñenco, uno dei più grandi e diversificati conglomerati imprenditoriali del Cile. Pérez Mackenna è stato anche presidente dell’Associazione Afp, che gestisce i conti individuali dei fondi pensione, dal 1990 al 1991.
Ex militante di Revonación nacional, che ha lasciato alcuni anni fa, è attualmente un indipendente. Alle Finanze va Jorge Quiroz, economista ultraliberale che ha coordinato le proposte economiche di Kast durante la sua campagna, per il quale la strada da percorrere prevede semplificazioni normative, riduzione fiscale e mega-taglio di sei miliardi di dollari in diciotto mesi, senza toccare i benefici sociali.
Attraverso quaranta misure che saranno pronte per l’11 marzo. Vedremo.
Uno degli obiettivi di Kast è favorire gli investimenti, e per questo ha cercato di ingraziarsi il grande padronato. Ha sorpreso l’industria mineraria – il Paese è il maggiore produttore mondiale di rame e il secondo produttore di litio – nominando un unico ministro responsabile dei portafogli dell’Economia e delle Miniere.
La scelta è caduta su Daniel Mas, un imprenditore che ha partecipato alla leadership di associazioni imprenditoriali, ma senza coinvolgimento diretto nel settore minerario. A Trinidad Steinert, procuratore della regione settentrionale di confine di Tarapacá, va il delicato incarico di controllare le frontiere, dato che Kast ha promesso di fare della lotta contro la criminalità e la migrazione irregolare una delle sue bandiere.
Steinert è un’avvocata, e non risulta avere mai militato in una formazione politica. Ha seguito un’indagine contro ex membri dell’esercito accusati di traffico di droga, ed è stata anche responsabile di procedimenti contro il Tren de Aragua, l’organizzazione criminale di origine venezuelana stabilitasi in alcune città del Paese.
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