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La rivoluzione digitale africana tra sfide e opportunità. Intervista al ricercatore Davide Chinigò

Mercoledì 1 aprile 2026 ore 07:30 Fonte: Lo Spiegone
La rivoluzione digitale africana tra sfide e opportunità. Intervista al ricercatore Davide Chinigò
Lo Spiegone

In Africa, la diffusione degli strumenti digitali ha potenzialità notevoli, ma porta con sé anche numerose sfide, molte ancora irrisolte. In particolare, per quella parte di continente che avanza spedita nell’innovazione digitale, ce ne è un’altra buona fetta che a oggi continua a non aver accesso all’elettricità o dove i blackout sono continui.

Ma lo sviluppo del digitale in Africa è anche dimostrazione del fatto che innovazione e progetti possono arrivare dal continente stesso, costituendo anche un modello per il resto del mondo. Le idee non devono essere solo importate o, addirittura, imposte dall’esterno, come invece tende a far credere la narrativa tradizionale diffusa in Occidente.

Ne abbiamo parlato con Davide Chinigò, ricercatore e docente in Storia e istituzioni dell’Africa presso il Dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna. Collabora con istituzioni africane ed europee, occupandosi di trasformazione agraria, transizione energetica giusta e scienza spaziale.

È Book reviews editor del Journal of Modern African Studies, ed è Research fellow presso il Dipartimento di sociologia e antropologia sociale della Stellenbosch University in Sudafrica. Negli ultimi anni, in Africa, c’è stata un’impennata nell’uso degli strumenti digitali, nonostante importanti differenze da Paese a Paese.

A che punto è la rivoluzione digitale nel continente? Direi che siamo in una fase di trasformazione rapida, ma a macchia di leopardo.

Da un lato, l’adozione degli strumenti digitali cresce perché il mobile è spesso la prima infrastruttura e permette di gestire pagamenti, comunicazione, accesso a mercati e servizi. Dall’altro lato, però, è fondamentale ricordare che la digitalizzazione africana poggia su condizioni di base ancora molto fragili: l’International energy agency, stima che il 43% della popolazione africana (circa 600 milioni di persone) non abbia accesso all’elettricità e segnala un contesto in cui crescono anche i rischi di blackout e razionamenti.

In parallelo, è importante evitare una narrazione paternalista: non è vero che l’innovazione “arriva sempre e solo da fuori”. Il caso del mobile money (sistema di pagamento che permette di effettuare transazioni finanziarie tramite dispositivi mobili, ndr), lanciato commercialmente in Kenya nel 2007, ad esempio, mostra come soluzioni nate da bisogni locali possano diventare un modello globale.

E anche quando una tecnologia non nasce lì, l’Africa spesso ne guida l’evoluzione pratica: l’uso diffuso di più Sim e la domanda di telefoni multi-Sim nel continente sono una risposta a mercati con più operatori e coperture variabili. Quindi, la rivoluzione digitale in Africa è in corso, ma non va mitizzata.

Se il digitale viene pensato come “soluzione a tutto”, senza politiche su accesso, competenze, costi e governance, il rischio concreto è che aumentino le disuguaglianze tra città e campagna, tra gruppi sociali e tra chi può permettersi connessione e servizi e chi invece resta ai margini. Quali sono gli ambiti principali in cui il digitale sta trovando applicazione in Africa e perché?

In Africa, il digitale trova applicazione soprattutto dove funziona come leva di sviluppo. Cioè dove riduce i costi infrastrutturali e amplia l’accesso a servizi e mercati.

In questo senso, ci sono due ambiti particolarmente centrali. Il primo è la finanza digitale.

I pagamenti mobile e il fintech (il settore della finanza che offre i propri servizi attraverso strumenti digitali, ndr) sono diventati un’infrastruttura abilitante per il resto dell’economia. Il loro impatto sta nel rendere più semplici e sicure le transazioni quotidiane, nel ridurre la dipendenza dal contante e nel collegare famiglie e micro imprese ai servizi finanziari e, in alcuni casi, anche ai servizi pubblici.

Il caso di M-Pesa in Kenya (il già citato servizio di trasferimento di denaro via mobile nato nel 2007, ndr) resta emblematico per la diffusione e la normalizzazione dei pagamenti e dei micro servizi via telefono. Ma è interessante notare anche l’evoluzione recente.

Piattaforme di pagamento come Flutterwave facilitano diverse operazioni, anche transfrontaliere, per le imprese. Soluzioni, come SudPay in Senegal, digitalizzano i pagamenti di tasse e servizi pubblici, migliorando efficienza e trasparenza.

Sono nati anche strumenti per le piccole attività, come Yoco in Sudafrica. In contesti molto cash-based, invece, si sono sviluppati modelli che puntano sulla capillarità di reti di esercenti-agenti – come nel caso marocchino di Wafr – per offrire cash-in e/o cash-out e servizi di base.

Il secondo ambito principale in cui il digitale sta trovando applicazione è quello dell’agricoltura e dei servizi climatici, dove incide su produttività, accesso ai mercati e adattamento agli shock climatici. L’innovazione spesso è pragmatica: gli strumenti digitali permettono di monitorare e prendere decisioni migliori sull’uso di acqua e input, ottenere informazioni utili per la gestione del rischio e accedere a servizi che aiutano i piccoli produttori a superare i vincoli di meccanizzazione e nell’accesso al capitale.

Gli esempi ci arrivano da tutta l’Africa. Aerobotics, attraverso immagini trasmesse dai droni ai cellulari degli agricoltori, permette di analizzare la salute delle colture.

Zenvus invece fornisce sensori per ricevere dati in tempo reale su suolo e/o umidità. FarmCrowdy ha sviluppato modelli di finanziamento e supporto ai piccoli agricoltori.

E poi c’è Hello Tractor, che abilita il noleggio di macchine agricole via app, riducendo la barriera d’ingresso alla meccanizzazione. Capitolo a parte è l’intelligenza artificiale.

In Africa, può migliorare i servizi pubblici e il policymaking (dalla sanità al clima, dall’educazione alla gestione amministrativa). Ma funziona solo se viene trattata come strumento complementare: servono dati affidabili, infrastrutture, competenze e soprattutto regole chiare su privacy, trasparenza e accountability.

In questa direzione, nel luglio 2024, l’Unione africana ha adottato una Continental artificial intelligence strategy con un’impostazione incentrata sull’Africa e orientata allo sviluppo. L’obiettivo è guidare l’adozione dell’intelligenza artificiale e la sua governance, riducendo i rischi di disuguaglianza e cattiva governance dei dati.

Lo sviluppo del digitale in Africa è affidato soprattutto all’iniziativa di aziende private straniere. Dall’altro lato, però, cresce il numero di giovani imprenditori africani che sfruttano il digitale in ambito economico, creando startup o app, spesso anche grazie all’uso dell’intelligenza artificiale.

L’Africa quindi deve ancora trovare definitivamente il suo equilibrio nello sviluppo e nell’uso del digitale? Sì, l’Africa è ancora in una fase in cui deve trovare un equilibrio tra una spinta trainata da grandi attori privati – spesso globali e che intervengono soprattutto su infrastrutture e piattaforme – e una crescita rapida dell’imprenditoria locale, che innova intervenendo su bisogni molto concreti.

L’equilibrio, però, non si gioca solo su chi investe, ma anche su chi può davvero usare il digitale e ne cattura il valore. Qui, i dati sono chiarissimi.

Fonti della Banca mondiale del 2024 indicano che la penetrazione di internet in Africa è arrivata al 40%, ma oltre 900 milioni di persone (gli abitanti del continente sono poco meno di 1,6 miliardi, ndr) restano offline. Inoltre, il 76% degli africani affronta un usage gap, cioè vive in aree coperte dalla rete, ma non ha mezzi o competenze per accedere ai servizi digitali.

Nelle aree rurali poi, l’accesso a internet è solo del 28%. Questo significa che – finché non si interviene sul costo dei dati, su competenze e rilevanza dei servizi – il digitale rischia di ampliare le disuguaglianze invece di ridurle.

Tuttavia, sempre dei dati rilasciati dalla Banca mondiale, ci dicono che allo stesso tempo il potenziale è enorme. Con il 60% della popolazione del continente che ha meno di 25 anni, la trasformazione digitale può diventare una traiettoria occupazionale.

In Africa subsahariana, si stima che entro il 2030 possano nascere 230 milioni di digital jobs. Quindi, lo Stato non deve sostituire il privato, ma governare l’ecosistema: inclusione, concorrenza, protezione dei dati, interoperabilità e capacità istituzionale.

E qui entra di nuovo in gioco il capitolo intelligenza artificiale. Ancora una volta la Banca mondiale osserva che il valore del mercato africano dell’intelligenza artificiale è stimato intorno ai 2 miliardi di dollari nel 2025, trainato da startup e dall’adozione di applicazioni per ottimizzazione e servizi al consumo.

L’obiettivo però non dovrebbe essere solo l’adozione, bensì anche l’adattamento e la creazione di soluzioni locali. Dal lato delle policy, questo implica regole e pratiche molto concrete: qualità e governance dei dati, trasparenza delle decisioni automatizzate, accountability nella pubblica amministrazione e attenzione a non importare soluzioni “chiavi in mano”, che funzionano bene altrove, ma non reggono nel contesto africano.

D’altra parte, questo è un problema storico nello sviluppo del continente. In sintesi, l’equilibrio si trova quando la spinta privata e l’innovazione africana vengono incanalate in un percorso di inclusione, capacità locali e regole.

Altrimenti il digitale, soprattutto l’intelligenza artificiale, può diventare un acceleratore di divari. Nigeria, Kenya ed Egitto stanno emergendo come hub digitali nel continente africano.

Cosa sta permettendo a questi Paesi di raggiungere questa posizione e cosa significa per loro essere degli hub digitali in Africa? Nigeria, Kenya ed Egitto emergono come hub perché mettono insieme massa critica di utenti e imprese, ecosistemi di servizi digitali (in particolare, pagamenti e piattaforme) e una capacità relativamente maggiore di attrarre capitali e talenti.

Ma non sono gli unici: il Ruanda, per esempio, pesa come hub, non tanto per la dimensione del suo mercato, quanto per le scelte di policy e coordinamento pubblico orientate al digital government, all’attrazione di investimenti e alla sperimentazione regolatoria. In generale, essere un “hub” significa diventare un punto di concentrazione di infrastrutture, competenze e imprese, che irradiano servizi e modelli anche oltre confine.

Il rovescio della medaglia – come dicevamo – è che, senza inclusione, il digitale rischia di ampliare divari territoriali e sociali all’interno degli stessi Paesi. Negli ultimi anni, in Africa, gli strumenti digitali hanno avuto un ruolo anche nell’organizzazione di mobilitazioni contro i regimi al potere e nella diffusione di immagini della repressione governativa.

In che modo sono stati utilizzati questi strumenti, fino a che punto sono stati centrali e quanto invece i governi sono riusciti a limitarne uso e importanza? Io sono molto prudente con l’idea che il digitale porti automaticamente alla democratizzazione.

Il caso delle Primavere arabe negli anni intorno al 2010 lo mostra bene: la lettura dominante, soprattutto mediatica, che le ha dipinte come “rivolte per la democrazia”, è stata spesso fuorviante. Molte mobilitazioni nascevano prima di tutto dalla marginalizzazione socioeconomica e dalle aspettative tradite.

Gli esiti politici successivi non hanno confermato una traiettoria lineare verso la democrazia. Detto questo, il digitale ha ampliato il repertorio della protesta in tre modi: organizzazione rapida e coordinamento “senza centro” (grazie all’uso di reti, canali e hashtag); costruzione di consenso e narrazione alternativa rispetto ai media controllati dal governo; documentazione e diffusione di informazioni sulla repressione con un forte effetto di visibilità e attivazione, spesso anche tramite la diaspora.

Sulla “centralità”, quindi, direi che sono stati strumenti importanti, ma non decisivi. E infatti i governi africani hanno imparato rapidamente a limitare l’efficacia del digitale con blocchi, rallentamenti e soprattutto shutdown della rete.

Anche in mobilitazioni recenti, come le proteste fiscali in Kenya nel 2024, la componente online è stata cruciale, ma sono stati segnalati interruzioni e disservizi di connettività durante la crisi. Infatti, gli strumenti digitali sono spesso utilizzati dagli esecutivi africani, soprattutto in prossimità delle elezioni, per silenziare qualsiasi voce di dissenso.

In che modo avviene tutto ciò? La limitazione del dissenso digitale, soprattutto in fase elettorale, raramente passa da un’unica misura drastica.

Più spesso è una strategia graduale e combinata. Un primo livello riguarda il controllo dell’accesso alla rete: rallentamenti, restrizioni temporanee o veri e propri blackout.

In Uganda, ad esempio, durante il ciclo elettorale del 2021, l’accesso ai social network è stato prima limitato e poi interrotto, riducendo drasticamente la capacità di coordinamento e di informazione dell’opposizione e dei media indipendenti. Un secondo livello è il blocco selettivo delle piattaforme o dei dati mobili.

Questo consente ai governi di colpire la comunicazione politica senza spegnere completamente internet. Ad esempio, in Senegal, nel giugno 2023, durante una fase di forte tensione politica, l’accesso a diverse piattaforme social e ai dati mobili è stato sospeso in modo intermittente con l’obiettivo dichiarato di contenere la mobilitazione e la diffusione di contenuti critici.

C’è poi una dimensione meno visibile, ma molto efficace, che è quella legale e repressiva. In diversi Paesi, norme su cybercrime, diffamazione o comunicazione “offensiva” vengono applicate in modo selettivo contro giornalisti, attivisti e oppositori, rendendo rischiosa la critica online.

In Uganda, ad esempio, sono stati documentati casi di giornalisti perseguiti penalmente per dei contenuti pubblicati in rete con un forte effetto di deterrenza. Infine, esiste la censura mirata di singole piattaforme, come nel caso della Nigeria, dove Twitter – oggi X – è stato sospeso per mesi tra il 2021 e il 2022, riducendo drasticamente uno degli spazi principali di discussione politica e visibilità internazionale del dissenso.

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