Cultura
House of Cards. La serie che racconta il potere americano
La produzione cinematografica statunitense si è da lungo tempo distinta per la realizzazione di opere che celebrano eventi e miti americani, ma allo stesso tempo ha saputo trasformare le proprie crisi politiche e sociali in materiale di intrattenimento. Questo fenomeno è evidente in numerosi lungometraggi e serie di grande successo, tra cui House of Cards.
Queste produzioni possiedono una sorprendente capacità drammaturgica: quella di anticipare o intuire dinamiche future che finiranno per segnare profondamente gli Stati Uniti d’America. Nel caso analizzato in questo articolo, la serie è riuscita a mettere in scena una visione distopica e spietata del potere americano, rivelando le sue ombre prima ancora che emergessero con tanta forza nella realtà.
Introduzione alla serie House of Cards (Gli intrighi del potere, nella traduzione italiana), è una serie televisiva statunitense concepita e prodotta da Bean Willmon. È l'adattamento dell'omonima miniserie televisiva prodotta dalla BBC, anch'essa basata sul romanzo di Micheal Dobbs.
È stata prodotta per sei stagioni, dal 1°febbraio del 2013 al 2 novembre del 2018. La serie è ambientata a Washington D.C e segue le vicende dei due protagonisti:
Frank Underwood (interpretato da Kevin Spacey) e sua moglie Claire (interpretata da Robin Wright). Il racconto segue la scalata politica condotta dal protagonista accompagnato e aiutato da sua moglie.
Un tragitto che potremmo definire funesto e drammatico per gli eventi che accadono, ma che ha la capacità di avvolgerci psicologicamente nel pensiero americano senza freni inibitori. Riguardata oggi, la serie sembra avere un altro valore: quello di aver anticipato e raccontato — ben prima che accadesse — una certa trasformazione culturale della politica americana, resa lampante durante gli anni della presidenza Trump.
Frank Underwood appare fin dal primo episodio come un uomo disposto a tutto. Non è un idealista deluso né un eroe caduto: è un predatore lucido, un politico convinto che il sistema sia una foresta in cui sopravvive solo chi domina.
L’immagine del cane agonizzante che Frank sopprime con un gesto di “compassione crudele” nel pilot è già un manifesto simbolico: nel mondo che sta per raccontare, ciò che appare morale è spesso una messa in scena, e ciò che è immorale trova sempre una giustificazione strategica. Da semplice capogruppo della maggioranza alla Camera, Frank costruisce la sua ascesa attraverso intrighi, manipolazioni e alleanze che non lasciano spazio al caso.
Ogni persona che incontra diventa una pedina, un ostacolo o un’opportunità. Nulla è gratuito: giornalisti, colleghi, funzionari, finanziatori, persino amici di lunga data vengono trascinati nel suo disegno di potere.
Frank non si limita a scalare il sistema: lo plasma, lo corrompe, lo domina. La sua conquista della presidenza degli Stati Uniti non è presentata come il raggiungimento di un ideale, ma come l’inevitabile conseguenza di un cinismo strategico che nessuno riesce a contrastare.
Accanto a lui c’è Claire, inizialmente percepita come la moglie elegante e impenetrabile, custode silenziosa di una rispettabilità costruita. Ma Claire è molto più complessa: la sua calma glaciale non è passività, è ambizione.
Se Frank usa la violenza del gesto politico, Claire usa la sottrazione, l’auto-controllo, la capacità di rimanere sempre un passo oltre ciò che è visibile. Con il tempo, la sua figura si emancipa dall’ombra del marito, fino a ribaltarne le dinamiche:
Claire non è solo complice, è co-autrice del potere. E quando Frank scompare dalla scena, è lei a prenderne il posto, rivelando una durezza forse ancora più radicale.
Il percorso dei due protagonisti diventa così una parabola sulla natura corrosiva del potere: esso non trasforma, ma disvela. Non redime, ma consuma.
E soprattutto, rivela quanto fragile sia la linea che separa la politica dal teatro della manipolazione Un presagio culturale: la politica diventa spettacolo Riletta oggi, House of Cards assomiglia a un’analisi antropologica dell’America più che a un dramma politico. La serie anticipa una trasformazione che negli anni successivi diventerà centrale: l’idea che la politica non sia più un’arena di idee, ma un palcoscenico mediatico, un prodotto culturale, un grande reality permanente.
Durante la presidenza Trump, questo elemento è diventato lampante. Come Frank Underwood rompeva le convenzioni narrative parlando direttamente allo spettatore, Trump ha rotto i codici tradizionali della comunicazione politica parlando direttamente al pubblico attraverso i social, saltando istituzioni, mediatori, linguaggi diplomatici.
La logica dello slogan, della provocazione, dell’immagine ha sostituito quella del programma politico. In questo senso, House of Cards non ha predetto un evento, ma ha colto un clima: la trasformazione della politica in narrazione spettacolare, dove la “verità” non è più un dato condiviso ma un effetto retorico.
La serie racconta anche un altro fenomeno che negli anni recenti è esploso: la fusione, quasi tossica, tra politica, affari, media e interesse personale. Nell’universo degli Underwood, le lobby decidono le carriere, i giornalisti diventano strumenti di lotte private, i finanziatori plasmano le scelte pubbliche.
La distinzione tra sfera istituzionale e sfera economica è annullata dalla logica del do ut des. Anche qui, la fiction si sovrappone a un malessere reale: la crescente sfiducia dei cittadini nelle istituzioni americane, percepite come distanti, corrotte o manipolate da élite opache.
Ma il parallelo più inquietante è forse un altro: House of Cards mostra un’America culturalmente polarizzata, dove non esistono più figure politiche percepite come moralmente positive.
Tutti sono, in misura diversa, compromessi, ambigui, spinti da interessi personali. Questa visione anticipa una società in cui la fiducia pubblica è crollata e in cui ogni figura di potere è immediatamente sospettata, criticata, idolatrata o demonizzata.
Un clima che ha caratterizzato l’era Trump, ma che continua ben oltre di essa. L'America si confessa, pubblicamente House of Cards non ha previsto l’ascesa di Trump — non ci sono equivalenze dirette, né parallelismi semplicistici.
Ciò che la serie ha colto in anticipo è qualcosa di più profondo e socioculturalmente interessante: un cambiamento nell’immaginario americano del potere. Ha mostrato che la politica poteva diventare un thriller permanente, un’arena dove conta meno la competenza e più la capacità di performare; dove la moralità è un ostacolo, e la trasparenza una vulnerabilità; dove le istituzioni non appaiono più solide, ma fragili, negoziabili, manipolabili.
Questa è la vera eredità di House of Cards: non aver raccontato il mondo com’era, ma aver descritto il mondo in cui, di lì a poco, avremmo iniziato a vivere. Una politica spettacolare, polarizzata, dominata dalla logica del conflitto e dall’erosione costante della fiducia collettiva.
Una politica che assomiglia sempre più a una serie, e sempre meno a un progetto democratico condiviso. Al netto di ciò, è facile mettere in parallelo la scena politica americana attuale con la storia culturale italiana della fine del Novecento e del primo decennio del nuovo millennio.
I media tradizionali e digitali, spesso di proprietà privata, hanno rappresentato la base per la costruzione di un potere politico guidato da imprenditori che hanno trasformato la propria immagine pubblica e il proprio capitale economico negli strumenti ideali per una rapida ascesa istituzionale. In questo scenario, il potere statale sembra essere sempre più nelle mani di chi controlla la nostra percezione della realtà.
House of Cards, oltre a essere un prodotto di enorme successo, è riuscita a proporre un punto di vista inedito sulla costruzione del potere nell’epoca contemporanea. Un potere che non ha nulla a che vedere con la costruzione condivisa del benessere sociale, ma che appare legato all’egocentrismo di pochi individui il cui unico obiettivo è accrescere la propria influenza economica, politica e culturale.
Ci sono due questioni sulle quali vi invito a riflettere. La prima riguarda le ragioni per cui un sistema tanto strutturato e controllato come quello americano consenta alla propria produzione cinematografica di rappresentarlo in modo così spietato.
Sembra quasi di entrare nel confessionale privato di una nazione che ha reso perfino l’illecito un elemento pubblico, spettacolare e dunque accettato. La seconda questione riguarda la predisposizione della società contemporanea a riporre fiducia in figure imprenditoriali che, grazie al loro potere economico, finiscono per esercitare un controllo sempre maggiore sul potere statale.
È forse la ricchezza individuale a diventare la forza motrice che induce le persone a credere che questi leader possano garantire un benessere personale riflesso? Siamo di fronte a una prospettiva politica in cui l’elettore tende a identificarsi nel candidato, proiettando su di lui le proprie aspirazioni e fantasie utopiche?
Infine, vi invito a guardare House of Cards non tanto per trovare risposte a queste domande, ma per riflettere su quanto sta accadendo alla nostra società. The post House of Cards.
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