Cultura
Una lettera a Babbo Natale per un dono che abbiamo già ma spesso ignoriamo: la montagna
L’alternativa montagna: così generosa, così vicina Caro Babbo Natale, questa volta sono io a farti un regalino: è un libro che ho scritto. Poche pagine, ed essendo piccolino, anche la mia lettera sarà piccolina.
Ma quello di cui si scrive non è affatto piccolo, anzi è colossale, probabilmente la “cosa” più grande che vediamo in vita: le montagne. Di solito, si scrive a te per avere un dono sotto l’albero, ma le montagne non te le chiedo in regalo, e non perché sia complicato trasportarle – ormai pare che con l’intelligenza artificiale si possa risolvere qualsiasi problema logistico – ma perché le montagne le abbiamo già avute in regalo.
Almeno qui, da noi in Europa. I regali che da queste valli e vette riceviamo sono così tanti che il titolo del mio libretto è L’alternativa montagna e nella prima edizione il titolo continuava con un’“altra Europa”.
Dunque per una volta sarò io a farti un regalo, e il libro te lo dedico volentieri se vuoi, perché le parole del titolo ti riguardano da vicino. Comincio con “montagna”, un luogo dove spesso c’è neve, freddo, soprattutto di questa stagione, e anche tu arrivi su slitte, con le renne e i fiocchi bianchi.
Come te, anzi, più realmente di te che sei un amico di famiglia caro ma immaginario, le montagne sono i nostri angeli, ci osservano dall’alto del loro punto di vista, ci sono ma non le vediamo. Le scambiamo per “paesaggio”, sagome di cartoline sullo sfondo.
Eppure le montagne costituiscono oltre il 30% del territorio dell’Unione Europea, e circa il 18% degli europei abitano “lassù”. Alcune catene le conosciamo tutti:
Alpi, Appennini, Carpazi, Pirenei, ma ci sono i Monti Scandinavi, i Monti Balcani, il Pindo della Grecia, il Sistema Iberico e quei vulcani che dominano il Mediterraneo, di cui l’Etna, con i suoi tremila metri, è il più alto. E l’Europa è legata al mare, ma il suo centro è in montagna:
All’ombra del Bernina, sul Maloja, si nasconde un prodigio geografico: da tre sorgenti vicine sgorgano acque che tracciano linee per tutto il continente. Una, attraverso il Reno, sfocia nel Mare del Nord, una seconda raggiunge il Danubio e arriva in oriente, nel Mar Nero, la terza raggiunge l’Adda, poi il Po, e infine il Mediterraneo.
La montagna prepara ad andare più lontano, i punti cardinali si diramano da queste Alpi, cuore dell’Europa. E senza la montagna, caro Babbo Natale, nessun fiume, e nessun mare.
Ma soprattutto, per me, ed è quello che scrivo, la montagna è un grande regalo, anzi tanti regali, e ognuno può scegliere quelli che preferisce. Cosa ci fanno trovare sotto l’albero?
Aria pulita, che è vita. «Le montagne contribuiscono sicuramente alla purificazione dell’aria. Esse sono per così dire i lambicchi della natura, mentre arrestano i vapori, li condensano, e li obbligano a gocciolare sopra di esse: quindi diventano conservatori di acqua, e producono sorgenti e fiumi.
Nelle zone fredde riparano i venti micidiali del Nord, e nelle calde rinfrescano l’atmosfera. Sulle montagne regna generalmente un’aria sana e pura» (da Immagini della montagna italiana - marchi di fabbrica, libri e carte geografiche tra il 1869 e il 1930) E non solo aria: anche energia pulita – il 16% dell’elettricità italiana viene dalla produzione idroelettrica delle nostre montagne; e pure cibi sani, con formaggi, latte, frutti di bosco, castagne, mieli, frutta e mille altre delizie della gastronomia di montagna.
La montagna è anche autostima, perché ruota intorno ai propri personali successi – riconosciuti o del tutto privati: la vetta, la ferrata, il sentiero numerato, l’attraversamento del bosco, ogni gita rappresenta una piccola o grande sfida, un misurarsi con la natura facendo conto sulle proprie forze. La montagna è anche riflessione: mai si pensa così tanto come quando si cammina per ore, in su o in giù, che pare di non arrivare mai.
È una forma ibrida di ingannare il tempo, perché l’attenzione è concentrata sul sentiero, il dirupo, le nuvole che s’infittiscono, e parallelamente s’intrattiene una lunga auto-conversazione silenziosa. La montagna è anche stellare, perché più vicina al cielo, al limite della luce, e di notte prima di gettarsi nel giaciglio di un bivacco si guardano le stelle, anzi si toccano come in nessun altro posto che si possa raggiungere.
Le stelle sono la visione della condizione umana e cosmica, portano all’estremo quel senso delle proporzioni che rende l’uomo umile. La montagna regala anche una serie di tentazioni salutari, che Dino Buzzati ha ricapitolato nel suo catalogo, con alcune qualità condivise – con le praterie, o i deserti, o col mare – ma che solo la montagna presenta insieme: immensità delle proporzioni, che ci rende più piccoli ma anche più grandi; selvatichezza, che chiama la nostra libertà; lontananza, che spezza i nostri orizzonti ristretti e moltiplica lo spazio a disposizione; pulizia: le rocce le si potrebbero leccare; varietà delle forme: antitesi della monotonia; età: rispetto e sentimento di rassicurazione in presenza di un ambiente antichissimo.
E altre qualità esclusive: semplicità, con pochi ed elementari elementi di base – acqua, terra e pietra – presenti in forme diverse; ripidezza, che moltiplica la sensazione di lontananza di cose magari molto più vicine di quanto non appaiano, e che invita all’ascesa, perché questa è la tentazione indotta da qualcosa di ripido ma non verticale, come scoprono presto i bambini che giocano; immobilità, che ci commuove perché nell’uomo c’è una fatale tendenza a uno stato di tranquillità; afferrabilità, la tentazione di poter raggiungere la vetta, la sommità da impugnare, e di arrivare a un luogo risolutivo, quel “dunque” che ci manca ovunque e che nessun altro posto permette di conquistare; la visione, che dall’alto dà un senso di potenza rispetto a quella orizzontale della valle o del mare – fino ai casi estremi di alcune vette come il Falco/Falterona (da dove si può scorgere da un lato Rimini e dall’altro la Corsica), il Cimone o il Gomito (dalla Corsica alle Alpi), l’Elbrus (dal Caspio al Mar Nero), il Djel Toubkal (dai ghiacciai occidentali al Sahara)..., perché l’altitudine ha sempre questo vantaggio: permette di vedere “oltre”. Oltre il telaio di relazioni umane, la montagna è un patto sigillato tra terra e cielo, riconosciuto anche dal potere politico come un luogo sacro e un tempio da non disturbare:
Olimpo, Ararat, Parnaso, Sinai, Kailas per i buddisti, Demavend per i zoroastriani, Fuji per gli scintoisti, le vette etiopi, il Monte Analogo, e ancora.... Gli dei abitano da sempre i monti e non le pianure e nemmeno il mare.
Oggi, ai margini dell’Europa, resiste la spiritualità del Monte Athos, inscalfibile nella roccia a cui si è aggrappata difendendo una vera extraterritorialità. C’è anche il dono della ricchezza della biodiversità linguistica della montagna, vocaboli delle transumanze (“monticazione”, “riposi”, “tratturi”...), dell’alimentazione (“casoncelli”, “taroz”, “cajoncie”…), della geologia (“eruttive”, “granodiuriti”, “intrusive”…), dell’attrezzatura (“ascensore”, “yo-yo”, “universale”, “corpo morto”...), delle tecniche di salita (“volo”, “conserva”, “pendolo”, “opposizione”…) e dell’alpinismo.
Solo per la lettera A, ecco alcune parole specialissime: Ablazione: perdita di neve o ghiaccio, per evaporazione o fusione;
Ago: sottile guglia monolitica; Anticima: vetta minore fiancheggia la reale vetta;
Aprico: versante delle valli più esposto e aperto al sole, in genere il più abitato. Infine, tra i tanti altri doni della montagna, c’è la sua vicinanza: la montagna è accanto a noi, ma preferiamo ignorarla.
L’Italia, il paese del mare e delle città d’arte, dei bolidi Ferrari e delle domeniche davanti alle partite di calcio, è anche il paese delle alture, della lentezza dei sentieri, della luce dei ghiacciai. I comuni di montagna sono oltre il 40% e molti non sono borghi arroccati sulle rocce, ma città, e perfino “città di mare”:
Genova dagli zero metri del porto arriva a quasi 1.200 metri di altitudine nel suo territorio, Palermo a oltre 1.000, Reggio Calabria a quasi 1.800, Massa a 1.875, e anche Trieste, restando nel comune, si alza fino a 670 metri. Soltanto tra i capoluoghi, Belluno tocca i 2.500, Sondrio i 2.200 metri, l’Aquila addirittura i 2.800, Rieti quasi i 2.100, Potenza i 1.300, Teramo sopra i 1.200, Isernia e Campobasso arrivano entrambi a 900 metri, Perugia, Nuoro ed Enna vanno oltre i 950, Caltanissetta sugli 800.
E sorprendono le altezze massime dei comuni di Pistoia, 1.610, e Lucca, 950. Restando a Torino, sede di olimpiadi invernali, si va fino a quota 700.
Ma perché ci ho scritto un libro, e perché te ne scrivo in una lettera, Babbo Natale? Perché “dell’alternativa montagna” non vogliamo sapere nulla.
Per secoli il cittadino e anche il coltivatore delle piane e delle colline hanno guardato alla montagna con sospetto. Da quelle alture arrivavano legno e castagne, non molto altro.
La parlata di quelli lassù là si capiva male, parevano trogloditi. E più si saliva più faceva freddo, non erano posti da mercati, da incontri, e quando proprio si doveva attraversare un passo, era una scomodità da compiere quanto più rapidamente possibile, niente da quelle parti poteva trattenere il viaggiatore.
Chi in montagna era nato e aveva ventura di scendere a valle, restava per la vita col marchio del montanaro: come tutto ciò che arrivava dalle montagne, in lui si temeva qualcosa di animalesco e selvaggio. L’epica ci ha tramandato gloriosi marinai e geniali pastori, nomadi conquistatori, e nessun alpino.
Salde al loro posto, le montagne hanno aspettato. Dalla loro, hanno sempre avuto il privilegio di osservare dall’alto.
Ancora oggi sono capite solo come destinazione turistica, dell’energia pulita che offre alle città, a lei resta poco, non le viene pagata nessuna royalty, i pittori dipingono marine, campagne e strade, ma solo pochi – anche se tra loro ci sono Durer e Leonardo – si cimentano nella rappresentazione delle nevi e delle rocce. Esse hanno insegnato la democrazia – come vediamo nella Svizzera dei cantoni, nella cultura della comunità delle valli, nella protezione che le montagne hanno offerto nei secoli alle minoranze linguistiche come i walser in Italia, o religiose come i valdesi che senza le loro “valli” sarebbero stati sterminati come gli albigesi, o i partigiani; eppure, politicamente non contano quasi nulla: nessun eletto prende i voti in montagna, nessun politico parla di montagna.
Il regalo che ti chiedo è dunque un paradosso: portaci il dono di saper apprezzare i doni offertici dalla montagna. Insomma, sono così tanti i doni a disposizione che potrei fare a meno di scriverti lettere e chiederti qualcosa, perché quello che offre la montagna basta e avanza – senza bisogno nemmeno di scriverti l’annuale letterina.
Tanto più che i regali a te li chiediamo, e a volte arrivano e a volte no; invece quelli della montagna sono regali offerti e in tutta Europa hanno due qualità: la prima che è i tuoi regali dobbiamo meritarceli diventando migliori, mentre invece la montagna ci rende migliori con i suoi regali, ed è una bella differenza; e inoltre i regali della montagna ci sono sempre, tutto l’anno, si declinano in altrettante varietà a Natale e in ogni stagione. Ma spesso non li vogliamo, neppure li vediamo.
Luce, dunque. La montagna e la sua luce.
Era il regalo che invocava per sé Immanuel Kant, che non vide mai le montagne, non uscì mai dalla sua provincia, non è mai arrivato nemmeno alla pur vicina Danzica e che anelava a ciò che chiamava “i giuochi magici della luce e dell'ombra”: “I giuochi magici del lume e dell'ombra , in nessun luogo tanto grandiosi e magici quanto nelle montagne”.
Un tramonto, insomma, un cielo innevato, un’alba tra le rocce, una slitta con un giocoliere rosso: di questo abbiamo bisogno per questo Natale. E se proprio non riusciamo ad avere la montagna, almeno tu potrai portare in regalo… il mio piccolo libro.
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