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L’iftar in una parrocchia al Giambellino

Domenica 5 aprile 2026 ore 05:20 Fonte: Menti in fuga
L’iftar in una parrocchia al Giambellino
Menti in fuga

Arrivo alle sette di sera quando il sole è appena tramontato. È un sabato.

Mi trovo nel quartiere Giambellino nella periferia sud ovest di Milano e mi sono di fronte alla chiesa del Santo Curato d’Ars. Nel cortile ci sono molti ragazzi che conversano tra di loro in arabo.

Normalmente sarebbe strano; oggi no, l’iftar di quartiere oggi si svolgerà nell’oratorio della chiesa. L’iftar è il pasto che i musulmani consumano al tramonto e che interrompe il digiuno quotidiano durante il mese del Ramadan.

Scendo le scale ed entro nella sala piccola che si trova a sinistra dove i partecipanti possono lasciare i piatti che hanno portato da condividere. Il salone a destra situato sotto la chiesa, e generalmente utilizzato come oratorio, è stato trasformato in refettorio.

Il colpo d’occhio mi sorprende; ci sono oltre 200 persone che mangiano sedute ai tavoli. Pensavo ci fosse molta affluenza, questo va oltre la mia idea e forse anche quella degli organizzatori.

Non si trova un posto libero. Ci sono intere famiglie musulmane e cristiane che mangiano l’una accanto all’altra.

Sara, un’amica che insieme ad altri volontari, si è occupata di organizzare l’evento, mi ha detto che quello che è accaduto stasera «è una cosa preziosa». Mi fermo a riflettere, ma non riesco a trovare una parola più adatta, più bella, più pura. @ Francesco Lorusso 2026 Più tardi proverò di nuovo a parlare con Sara, adesso è occupata a servire il pollo insieme alle donne arabe con cui ha preparato i piatti.

Mi inoltro nella sala alla ricerca di un piatto, ma non ne vedo nemmeno l’ombra. Incontro Mitzi, la referente parrocchiale per la Caritas, che è anche coordinatrice del centro d’ascolto e così le chiedo qualche impressione riguardo alla bellissima festa.

Mi informa che l’iftar è cominciato esattamente alle sei e diciotto. Questo orario non coincide con il reale tramonto, ma rappresenta l’ora riportata nelle app meteorologiche. «I musulmani, mi spiega, sono a digiuno dal pasto mattutino, cioè lo suhoor, che consumano all’alba prima della preghiera».

Queste informazioni gliele hanno fornite le donne che segue al centro d’ascolto. Continua dicendomi che «nel tardo pomeriggio le persone sono così affamate e prive di forze che appena l’app indica l’ora precisa incominciano immediatamente a mangiare».

È davvero soddisfatta della riuscita della serata «rappresenta un primo passo, è l’inizio di un lungo cammino». Altre persone reclamano Mitzi; la salutiamo mentre noi finalmente troviamo un posto dove sederci.

Non siamo al tavolo, abbiamo trovato soltanto delle sedie accanto ai biliardini, dove i ragazzi si divertono a giocare. Intorno a noi, seduti su un lato, ci sono i ragazzi scout che mangiano il couscous; affianco nello scarso spazio libero non occupato dai tavoli, una nidiata di bambini corre dietro a un pallone di gommapiuma.

Una partita importante e sentita. Amo il clima, ispira serenità; non sento la diffidenza che normalmente si potrebbe avvertire a causa delle differenze culturali e religiose.

Le donne che mi hanno servito il pollo sono allegre e solari; scherzano con i commensali Vedo passare Don Ambrogio, il parroco della chiesa, e gli chiedo un parere su come sta procedendo la serata. Lo vedo soddisfatto.

Mi risponde che inizialmente l’iftar sarebbe dovuto svolgersi nella casetta verde (uno spazio pubblico gestito dall’associazione laboratorio di quartiere) ma i lavori in corso che si stanno svolgendo non l’hanno consentito. Quando glielo hanno chiesto gli è parsa una bella iniziativa, significativa.

Ha solo richiesto che non avvenisse di venerdì, poiché essendo in quaresima avrebbe potuto portare qualche lamentela. «Così insieme all’imam abbiamo deciso per il sabato sera». Anche l’affluenza gli sembra superiore alle aspettative e ritiene che sia un gran successo, ripetibile se in futuro ci saranno di nuovo le occasioni.

Continua dicendomi che prima di iniziare a mangiare ci sono stati dei momenti di preghiera per entrambe le religioni. Sia lui che l’imam hanno recitato le preghiere e l’atmosfera è stata estremamente intima, carica di intensità e quasi commovente. @ Francesco Lorusso Lascio Don Ambrogio e vado ad assaggiare qualcosa di ciò che è stato preparato dalle cuoche.

Si sono anche liberati dei tavoli, qualcuno che è giunto presto se n’è andato via. Couscous, pollo, involtini di foglia d’uva, crepes, e altri piatti di cui non conosco il nome mi passano davanti.

Le cuoche hanno cominciato a preparare i piatti dal giorno prima; i pentoloni che ho visto passare sono enormi. Le voci, hanno spesso toni sfumati, ma apprezzo la bellezza e la melodia quasi musicale.

Mi guardo intorno; vedo molte facce familiari, anche se mi dicono che la gente è arrivata anche da altri quartieri, segno che gli organizzatori hanno fatto un buon lavoro promozionale. Scorgo Susanna, seduta al centro della sala, un’amica che nella parrocchia è la responsabile della distribuzione dei generi alimentari per coloro che ne hanno bisogno.

Mi avvicino, sottraendole qualche minuto alla famiglia e agli amici, per un parere veloce: Cosa rappresenta una sera come questa?

Ti svelo qualcosa che potrebbe apparire scontato: è il mondo che desidero (quasi). Un momento di gioia che nasce dalla condivisione.

Attualmente, vista la situazione globale nel mondo, non ci sarebbe motivo per festeggiare. Invece, stasera si festeggia la vita, l’amicizia, lo scambio, e la gratitudine che ognuno ha verso il suo Dio.

E lo si realizza con il cibo, un linguaggio universale. Penso che il messaggio di questa iniziativa sia mostrare che il mondo non si suddivide tra cristiani e musulmani (come tentano di farci credere), ma tra chi crede nell’uomo, tra chi ha fede nell’umanità, nella solidarietà e nella convivenza fraterna, e chi non ce l’ha.

Specifico il “quasi” tra parentesi: avrei voluto una maggiore presenza di uomini adulti arabi; è evidente, per lo meno stasera, che questa esperienza è prevalentemente femminile. Saluto Susanna, sempre gentile e disponibile, e proseguo nel mio giro alla ricerca di altre persone amiche mentre provo a verificare l’osservazione di Susanna: quasi tutti gli uomini presenti sono con le loro famiglie.

Poco dopo mi fermo a parlare con Francesca, un’amica consigliera del municipio sei, anche in lei riconosco nei suoi occhi la gioia di essere presente. Da cattolica, come vivi la festa che si sta svolgendo stasera?

Da cattolica, sono felicissima, e ti dirò che mi sono anche un po’ commossa; infatti io in quel salone ho passato molti decenni della mia vita, e ho assistito alle prime trasformazioni e ai primi cambiamenti del quartiere. Quell’aria di festa, quella mescolanza, mi ha colpito profondamente, e penso che questo sia ciò che Papa Francesco abbia sempre cercato di insegnare: essere chiesa in uscita.

Perché uscita non vuole dire solo andare verso l’altro, ma significa anche accogliere gli altri al proprio interno. Questo è estremamente potente, perché l’incontro fra religioni è un seme di speranza.

Quindi da cattolica mi sento orgogliosa di questa accettazione da parte della comunità e da parte dei sacerdoti. Spero fortemente che non sia l’ultima opportunità, poiché questa accoglienza non è molto differente da quella a cui noi siamo abituati.

Stasera l’accoglienza non era rivolta a chi di solito ne ha bisogno ma c’era solo il desiderio di stare insieme, festeggiare e provare a sentirsi una comunità unica. E questo il cambiamento di prospettiva, potente, che ho percepito stasera.

Pensi che sia possibile trovare anche un significato politico in una festa come questa di oggi? Ci vedo molti orizzonti.

Il primo consiste nell’adottare il pluralismo religioso come un valore e non come un vincolo. Ritengo che questo aspetto nella nostra società e nel nostro paese meriti un’analisi più approfondita; noi siamo indubbiamente una nazione con una tradizione religiosa specifica, ma credo che possa esserci lo spazio per accogliere e affiancarci a coloro che vivono la dimensione religiosa da una prospettiva diversa.

Il secondo aspetto è relativo senza dubbio al tema dell’inclusione. Nel senso che bisogna sostenere ogni occasione che possa facilitare l’inclusione e l’integrazione invece della separazione.

Quindi, se dovessi scegliere una parola da usare dal punto di vista dell’analisi politica sarebbe integrare piuttosto che separare, mischiare invece di dividere. Bisogna essere presenti e facilitare la creazione di comunità accoglienti nella loro reciprocità.

Mi vengono in mente altri spunti che si possono analizzare politicamente: uno è che la città è di tutti e quindi esserci in un contesto così, dove due religioni si parlano non può non essere esclusiva responsabilità delle istituzioni. Due: che la convivenza e l’armonia si costruiscono nei quartieri, dove inevitabilmente si sperimentano situazioni ed esperienze di vicinanza.

I quartieri rappresentano i luoghi da cui si può partire. Tre: le istituzioni devono sostenere e promuovere il dialogo; ritengo che non possiamo tirarci indietro, anzi siamo chiamati a essere protagonisti attivi.

Come sempre, Francesca mi aiuta a entrare con delicatezza in una parte del mondo, quello cattolico, che non conosco bene. Nel frattempo ci raggiunge una sua amica e me la presenta.

Si chiama Glores, ed è un’italiana che si ha abbracciato l’Islam da circa due anni fa. Le chiedo:

A parte quelli con le famiglie, non trovi che stasera ci siano pochi uomini? Forse perché gli uomini vanno in moschea a pregare e quindi a fare iftar.

L’altro aspetto riguarda la comunicazione; per quanto sia stato ben pubblicizzato nel quartiere è probabile che l’informazione non sia arrivata a tutti. Penso che se forse l’evento di stasera fosse stato maggiormente pubblicizzato ci sarebbe stata una maggiore partecipazione.

Probabilmente immagino preferiscano andare in moschea per fare poi la preghiera comunitaria del Taraweeh. Pertanto, chi desidera pregare di solito si reca nella moschea, dove ogni sera è servito l’iftar ai credenti.

Credo inoltre che la maggior parte delle persone molto religiose prediliga l’atmosfera intima della moschea e per questo non sia venuta stasera. È stato un peccato non poter ritagliare uno spazio per consentire la preghiera ai musulmani.

Sarebbe stato affascinante da osservare anche per chi non è musulmano. Credi che sia stata una serata utile?

Questi eventi sono molto belli perché servono per conoscersi e farsi conoscere, mostrando che i musulmani non sono i malvagi, i terroristi o persone delinquenti e sporche (sto ovviamente citando tutti gli stereotipi sui musulmani e nordafricani in generale). Dicevo, questi eventi sono belli e servono a far conoscere e condividere il Ramadan.

Inoltre, credo che il fatto che l’iftar si sia svolto in un oratorio di una chiesa cattolica sia sottolinei la volontà di convivenza interreligiosa e scardini completamente la narrazione per cui le persone di religione diversa non possano dialogare tra di loro, considerando che islam e cristianesimo hanno più punti contatto che di discordia. Sara nel mezzo, con le cuoche @ Francesco Lorusso 2024 La ringrazio e torno da Sara che, alla fine del lavoro, sta facendo le foto di rito con le cuoche.

C’è un clima allegro, le cuoche si divertono a scherzare fra loro sapendo di aver svolto un ottimo lavoro in cucina; nessuno è tornato a casa affamato, anzi. Mi sarebbe piaciuto tanto vedere il dietro le quinte, andare in cucina e vivere quell’istante.

Mi dovrò accontentare di ascoltare il racconto di Sara. Visto che hai aiutato a cucinare, mi racconteresti qualcosa che ti ha colpito?

Sono rimasta sorpresa nel vedere preparare il pane a mano con una sapienza antica e preziosa. Abbiamo messo l’impasto in una grande ciotola di legno, e lo abbiamo lavorato insieme sul tavolo preparando le quantità per due diverse preparazioni.

L’ultima porzione di pane era per me; mi hanno insegnato a prepararlo. Mi sono sentita felice.

Sono state sempre molto accoglienti, ma comunicavano nella loro lingua, incomprensibile per me.Affascinante, ma davvero incomprensibile. E allora ho cercato di usare tutti gli altri sensi.

Le osservavo parlare tra di loro, tentando di decifrare ogni espressione del viso, dei loro occhi, dei gesti, oppure di un sopracciglio alzato diversamente. Ad un certo punto mi sono accorta che le cuoche avevano un grosso problema.

La cucina industriale della parrocchia del Santo Curato d’Ars, pur essendo ampia, non era abbastanza grande per ospitare tutti i grandi pentoloni utilizzati per cucinare harira, la zuppa di benvenuto che viene preparata principalmente per il Ramadan, il pollo con le olive e il couscous. Ho immaginato che gli servissero ulteriori fuochi e quindi ho recuperato il fornello da campeggio dalla casetta verde.

Erano così contente, sembrava eccessivo. Invece avevano ragione perché poi è andato tutto alla perfezione.

Harira, la zuppa calda servita nel momento giusto. Msemen (il pane marocchino sfogliato) e Batbout (altro tipo di pane marocchino) subito dopo, insieme al tè alla menta.

Il couscous in un bellissimo piatto centrale su ogni tavolo, da cui ognuno ha potuto prendere ciò di cui aveva bisogno; il pollo alle olive portato dalle cuoche perché ci vuole attenzione nelle cose. Alla fine di tutto, esausta ma contenta, pensavo a quegli italiani che si fermano solo alle apparenze e alla paura nei confronti degli altri.

Quanta vita si perdono. Voglio ringraziare tutte le cuoche:

Shukran Fatima, Hasna, Mame, Saana, Sakina, Souad, Wafa. Lascio Sara visibilmente soddisfatta e sorridente, e mi sento più leggero.

Ho assistito da spettatore sorpreso a qualcosa che portava con sé una gran dose di magia. Di colpo, in quell’enorme salone non sembravano esserci differenze; nessuno sembrava disturbato dal comportamento dell’altro, dalle sue tradizioni o dalle sue credenze religiose.

Ho visto una mescolanza, finalmente. Ho ascoltato molte persone che lavorano tutti i giorni nel quartiere e che si spendono per costruire una base forte per questi rapporti, per costruire questo ponte fra le comunità.

Questa è una delle strade da percorrere; bisogna conoscersi e comprendere le diversità, questo può aiutare a dissolvere ed eliminare i pregiudizi, dando vita a nuovi rapporti che portano con sé principalmente l’intimità e l’amicizia, eliminando gli imbarazzi. E ringrazio Sara che mi ha svelato qualcosa di questa sua storia.

Preziosa. Preziosa come l’intera serata.

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