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Politica

Dalla “ricostruzione” al controllo: Gaza e il modello globale della violenza normalizzata

Martedì 27 gennaio 2026 ore 16:27 Fonte: Strisciarossa

Il testo che segue è un riassunto dell'articolo Dalla “ricostruzione” al controllo: Gaza e il modello globale della violenza normalizzata generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

Larticolo discute la proposta degli Emirati Arabi Uniti di finanziare un progetto di sviluppo in una zona del sud della Striscia di Gaza che prevede un controllo rigoroso e un sistema di regole strutturate, che potrebbe rappresentare un tentativo di creare un modello globale di violenza normalizzata attraverso limplementazione di un controllo estremo su una popolazione vulnerabile, con implicazioni significative per la governance e i diritti umani in quella regione.
Dalla “ricostruzione” al controllo: Gaza e il modello globale della violenza normalizzata
Strisciarossa

Il 23 gennaio scorso The Guardian ha pubblicato una notizia secondo cui gli Emirati Arabi Uniti intenderebbero finanziare quella che viene definita la prima “comunità pianificata” da realizzare nel sud della Striscia di Gaza, nella periferia di Rafah. Un progetto di insediamento che includerebbe abitazioni e servizi di base – istruzione, assistenza sanitaria, accesso all’acqua – ma a condizioni ben precise.

L’accesso sarebbe infatti subordinato alla raccolta di dati biometrici e a rigidi controlli di sicurezza: strumenti che numerosi osservatori e analisti interpretano come dispositivi di sorveglianza, capaci di rafforzare il controllo israeliano sulla popolazione palestinese e di normalizzare nuove forme di dipendenza tecnologica e politica. Secondo quanto riportato dal Guardian, Israele avrebbe già concesso il proprio consenso politico all’iniziativa, che si inserisce nelle prime fasi di quella che viene presentata come una “ricostruzione post-bellica”, sponsorizzata anche dagli Stati Uniti.

Le presentazioni visionate dalla stampa estera includerebbero l’introduzione di portafogli elettronici denominati in shekel israeliani, pensati per la gestione di fondi e stipendi, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il rischio che risorse economiche finiscano nei canali finanziari di Hamas. A ciò si affiancherebbero programmi scolastici esplicitamente “non basati” sull’influenza del movimento islamista.

Le dure critiche degli osservatori indipendenti Bombardamenti sul campo profughi di Nuseirat nella striscia di Gaza il 9 ottobre, dopo l’accordo. Foto di Hassan Al-Jadi/UPI/Shutterstock/Ipa L’iniziativa ha già suscitato critiche molto dure da parte di osservatori indipendenti e organizzazioni per i diritti umani, che denunciano come l’uso di sistemi biometrici e di controllo rischi di rafforzare meccanismi di segregazione, sorveglianza e dipendenza economica, senza affrontare minimamente le cause strutturali della crisi di Gaza: l’occupazione, gli sfollamenti forzati, la distruzione sistematica e la violenza militare che hanno devastato la Striscia.

Ma l’attenzione internazionale sugli Emirati non si esaurisce con questo progetto controverso. Arrivano infatti notizie anche da un altro fronte: quello della guerra in Yemen.

Diverse testate autorevoli, tra cui la BBC, hanno documentato accuse relative all’esistenza di presunti “centri di detenzione segreti” allestiti in ex basi militari emiratine nel sud del Paese, nel corso dei quasi dieci anni di intervento degli UAE nel conflitto yemenita. Secondo questi reportage, ex detenuti descrivono condizioni estremamente dure e abusi sistematici, con testimonianze che parlano di pestaggi, torture e violenze sessuali in strutture situate in siti come la base di Riyan Airport, vicino a Mukalla, già citata in precedenti denunce.

Accuse che non sono nuove: da anni gruppi per i diritti umani e avvocati yemeniti raccolgono testimonianze e documentazione su centinaia, se non migliaia, di persone detenute senza processo in una rete di prigioni collocate in aeroporti, basi militari e altri siti sensibili, spesso sottoposte a metodi di tortura estremamente crudeli. Le autorità emiratine hanno sempre respinto queste ricostruzioni, definendole infondate o strumentali, e sostenendo di aver completato il ritiro delle proprie forze dallo Yemen.

Anche alcune fonti governative yemenite allineate con l’esecutivo riconosciuto internazionalmente hanno in più occasioni bollato tali notizie come false e prive di prove concrete. In tutto questo, colpisce, ed è un dato politicamente rilevante, che la stampa nazionale italiana non ne abbia parlato.

Né del progetto emiratino per una “comunità pianificata” nel sud di Gaza – con biometrici, controlli di sicurezza e portafogli elettronici in shekel sotto supervisione israeliana – né delle accuse documentate sul ruolo degli Emirati nello Yemen. Gaza, semplicemente, è uscita dai radar dell’informazione.

Mentre invece è impegnatissima, per esempio, sul fronte Crans-Montana, sulla cui tragedia, unica in Europa, non ha smesso di popolare i palinsesti dei TG e le prime pagine dei quotidiani, quasi quattro settimane di pornografia del dolore, ripetitiva e priva di contesto. A parte la riproposizione occasionale dell’osceno “master plan” immobiliare di Jared Kushner – una visione predatoria che riduce la Striscia a terreno da bonificare economicamente dopo la devastazione, trattata più come provocazione folkloristica che come progetto politico reale – il resto è scomparso.

Nessuna continuità narrativa, nessun monitoraggio critico, nessuna domanda di fondo su chi stia decidendo il futuro di Gaza, con quali strumenti e su quali corpi. Eppure, restando proprio su Kushner e sul piano della vergogna presentato a Davos tra applausi e consenso servile, colpisce la disinvoltura con cui viene promessa la realizzazione, in tre anni, di un progetto fatto di palazzoni, turismo costiero e “100% di occupazione”.

Un master plan illustrato con slideshow e linguaggi da speculazione immobiliare, che ignora deliberatamente tutto: la distruzione, le responsabilità, le decine di migliaia di morti. Nel suo discorso Kushner parla di infrastrutture futuristiche, zone residenziali e attrattività economica della “nuova Gaza”, ma non c’è un solo accenno serio alla dimensione umana del conflitto.

Nessun riconoscimento delle responsabilità in corso, nessuna empatia per la popolazione sopravvissuta. Solo numeri, rendering e ottimismo tossico sul “ricostruire e rendere bello”.

Non è chiaro dove andranno i 2,3 milioni di palestinesi di Gaza Colpisce, infine, un dettaglio tutt’altro che marginale: Kushner parla di “trasferire 400.000 persone”.

Ma a Gaza fino al 7 ottobre 2023 vivevano due milioni e trecentomila palestinesi. Come va letta, allora, questa cifra?

Chi resta fuori dal progetto? E dove sono finiti tutti gli altri?

La verità è che dopo l’oscura e controversa Gaza Humanitarian Foundation è arrivato il Board of Peace. Cambiano i nomi, non la sostanza.

La violenza eretta ormai a sistema è presentata come modello: un dispositivo feroce di governo delle popolazioni, in cui prosperano – come metastasi – l’uso del potere militare e securitario contro i civili e una narrazione ufficiale che tende a negare o minimizzare il ruolo delle cosiddette democrazie nella produzione della violenza e dell’oppressione. Non si tratta più di singoli contesti o di emergenze isolate.

Si sta affermando, a livello globale, un paradigma di legittimazione della forza e di progressiva sospensione del controllo democratico: dalla gestione militarizzata delle periferie del mondo fino agli stessi Stati occidentali, dove l’uso della forza contro civili inermi viene sempre più normalizzato e giustificato in nome della sicurezza. Gaza, in questo senso, non è un’eccezione ma un laboratorio.

Un luogo in cui si sperimentano dispositivi – militari, tecnologici e narrativi – destinati a essere esportati. Un modello che richiama, per analogia, le dinamiche di ipermilitarizzazione di uno Stato in cui la distinzione tra società civile e apparato militare è stata da tempo erosa, e in cui la guerra non è più un evento straordinario, ma una condizione permanente:

Israele. È questo il punto che si tenta di rimuovere.

Ed è questo il punto che andrebbe guardato in faccia prima che sia troppo tardi per tutti. L'articolo Dalla “ricostruzione” al controllo:

Gaza e il modello globale della violenza normalizzata proviene da Strisciarossa.

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