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Caso Heraskevych: la squalifica dell’atleta ucraino e l’ipocrisia del Comitato Olimpico sulla “neutralità” dello sport
Si è chiuso con la squalifica, il caso di Vladyslav Heraskevych, l’atleta ucraino che voleva gareggiare nello skeleton a Milano-Cortina con un casco su cui erano raffigurati alcuni atleti morti a causa della guerra in corso nel suo paese. Giovedì mattina, poche ore prima della gara, per la quale era uno dei favoriti, Heraskevych è stato escluso da una decisione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) che, comprensibilmente, ha generato grandi polemiche.
Lo sportivo ucraino aveva utilizzato il casco già nelle prove disputate martedì e mercoledì, scontrandosi con l’opposizione del CIO. L’accusa è stata quella di violare l’articolo 50 della Carta Olimpica, il regolamento fondamentale del CIO, a cui tutti gli atleti e le atlete devono attenersi.
Questo articolo vieta ogni forma di “manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale”, ma su cosa sia effettivamente la “propaganda politica” vietata c’è da sempre un grande dibattito. Heraskevych ha infatti contestato che i volti di vittime di guerra, senza alcun messaggio né riferimento alla Russia, non possono ricadere nel divieto dell’articolo 50.
Dopo avergli impedito di indossare quel casco, il CIO ha proposto all’atleta ucraino di portare una fascia nera a lutto, cosa che però era stata vietata in precedenza dalla stessa organizzazione (per esempio, proprio agli atleti ucraini impegnati ai Giochi invernali di Sochi, in Russia, nel febbraio 2014). Gli atleti ucraini di slittino hanno pubblicamente sostenuto lo skeletonista Vladyslav Heraskevych: in segno di solidarietà si sono inginocchiati e hanno alzato i caschi.
Il caso di Heraskevych ha fatto scoppiare tra le mani del CIO tutte le sue contraddizioni sulla retorica della separazione dello sport dalla politica. Dopo un incontro con con la presidente del Comitato olimpico internazionale, Kirsty Coventry, è stata ufficializzata la squalifica dell’atleta ucraino.
Il team ucraino ha già annunciato un ricorso al Tribunale arbitrale dello sport, ma qualsiasi decisione arriverà solo dopo il termine delle gare. Sport e politica: una separazione impossibile “Dobbiamo riuscire a mantenere un ambiente sicuro per tutti”, ha detto Coventry, nel suo comunicato in merito alla squalifica di Heraskevych.
“E tristemente, ciò significa che nessun messaggio è permesso”. Si tratta di un’interpretazione un po’ estrema dell’articolo 50 e che si presta a diverse critiche.
Se un casco dedicato a degli sportivi morti in guerra è un messaggio non consentito, perché i Giochi Olimpici, anche quest’anno, hanno posto così tanta enfasi sulla necessità di pace nel mondo? Dal 1994, durante i Giochi vige una tregua olimpica, un atto formale (e storicamente inefficace) ma che testimonia l’impegno dello sport contro le guerre.
Soprattutto, se il messaggio sul casco di Heraskevych viola i regolamenti, non dovrebbe valere lo stesso anche per quello della slittinista ucraina Olena Smaha, che durante una gara ha mostrato una frase su un guanto in difesa del collega dello skeleton (“Il ricordo non è una violazione”)? Il CIO squalificherà anche lei?
Il confine tra il consentito e il non consentito è molto sottile. I Giochi Olimpici hanno sempre avuto un rapporto complicato con la politica.
Il gesto storico di Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico, nel 1968, è spesso celebrato ma raramente se ne ricordano le conseguenze: il CIO li espulse entrambi dai Giochi, e il loro pugno nero alzato venne definito “una violazione deliberata e violenta dei principi fondamentali dello spirito olimpico”. L’artefice della rappresaglia contro Smith e Carlos fu l’allora presidente del CIO Avery Brundage che, però, agli inizi della sua carriera da dirigente sportivo, si era opposto al boicottaggio dei Giochi del 1936 a Berlino, e non aveva ravvisato alcun problema con l’esibizione del saluto nazista durante le competizioni.
Infaticabile sostenitore del principio della separazione tra sport e politica, nei suoi successivi anni da presidente del CIO (1952-1972) Brundage si spese anima e corpo per proteggere gli Stati segregazionisti del Sudafrica e della Rhodesia da possibili squalifiche e boicottaggi. È dunque evidente come la presunta apoliticità delle istituzioni sportive abbia sempre teso alla conformità verso ogni forma di potere, e cioè verso una politicizzazione selettiva.
La storia di Kirsty Coventry lo spiega molto bene: da atleta (è stata un’eccellente nuotatrice originaria dello Zimbabwe), era stata spesso criticata per i suoi rapporti con il regime di Robert Mugabe. Nel 2010, intervistata da Giulia Zonca per La Stampa, aveva minimizzato la sua relazione con il dittatore:
“Lui è il presidente dello Zimbabwe, un paese che sono fiera di rappresentare. Era lì a rappresentare un'istituzione e io mi sono comportata di conseguenza” aveva detto, a proposito di un loro incontro pubblico.
“Non faccio politica, nuoto e vivo cercando di fare del mio meglio” ,aveva aggiunto e, quando Zonca le aveva chiesto esplicitamente se non si sentisse strumentalizzata da Mugabe, Coventry aveva risposto: “E crede che succeda solo in Zimbabwe?
Lo sport è sempre stato sfruttato dalla propaganda, capita a tutte le latitudini, quindi come dobbiamo comportarci? Smettiamo di vincere per non avere problemi?
Manifestiamo su ogni podio per poi fermarci lì?”. Una volta lasciata la carriera agonistica, in politica ci si è messa in prima persona, ricoprendo il ruolo di ministra dello Sport nel governo di Emmerson Mnangagwa, accusato di autoritarismo e repressione del dissenso.
L’Ucraina e il ritorno della Russia Oggi, da presidente della principale organizzazione sportiva mondiale, la sua linea non sembra affatto essere cambiata. Coventry predica l’apoliticità per gli atleti e le atlete, ma non certo per l’istituzione che rappresenta: mercoledì scorso ha siglato un accordo per i diritti tv nel mondo arabo dei Giochi del 2028 con beIN Sports, il network di proprietà del governo del Qatar.
E opinione diffusa è che questa collaborazione anticipi l’assegnazione a Doha dei Giochi estivi del 2036. Ma se la propaganda politica è una minaccia per il mondo dello sport, come giustificare le cerimonie di apertura dei Giochi che sono sempre, in maniera più o meno esplicita, delle forme di propaganda del paese ospitante?
E questo non vale solo per i casi in cui si va a giocare in paesi con governi autoritari, ma anche quando l’organizzatore ha un profilo più democratico. Ai Giochi invernali del 2002 a Salt Lake City, il Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, tenne un discorso inaugurale simbolicamente orientato alla sua guerra al terrorismo internazionale, come ha sottolineato lo studioso danese Stanis Elsborg.
A dispetto della retorica di Coventry, che ha sempre rivendicato di voler portare avanti il proprio mandato presidenziale nell’interesse degli atleti, il caso Heraskevych dimostra che il CIO è e continua ad avere a cuore prima di tutto i propri rapporti istituzionali con i vari paesi membri. La squalifica dello sportivo ucraino sa molto di censura contro una figura ribelle e che ha rifiutato ogni compromesso che il Comitato olimpico gli aveva offerto (con lo scopo di salvare soprattutto la faccia dell’organizzazione), e che sui social è stato molto puntuale nell’esporre le sue ragioni e controbattere a quelle del CIO.
Non va sottovalutato il contesto in cui si è arrivati al via di questi Giochi di Milano-Cortina. A inizio febbraio, Coventry aveva sottolineato la necessità di consentire a tutti gli atleti di competere, un discorso che è stato universalmente recepito dalla stampa sportiva come un’apertura alla riammissione di Russia e Bielorussia, sospese dopo l’invasione dell’Ucraina.
Proprio il giorno prima di queste parole di Coventry, il presidente della FIFA Gianni Infantino aveva detto a Sky News che il ban della Russia dal calcio internazionale va “sicuramente” rivisto. Lo scorso gennaio, due tenniste ucraine (Marta Kostyuk ed Elina Svitolina) hanno rifiutato di stringere la mano dopo una gara alla numero 1 al mondo, la bielorussia Aryna Sabalenka, accusata di sostenere Lukashenko.
Il clima politico-sportivo attorno alla questione dell’Ucraina, in questi primi mesi del 2026, è stato dunque piuttosto teso. Le grandi organizzazioni sportive internazionali non fanno più segreto di stare preparandosi a riammettere la Russia, e gli atleti ucraini - che dall’inizio della guerra hanno rivestito un ruolo simbolico fondamentale a supporto del proprio paese - si stanno impegnando in una forma di opposizione a questa eventualità.
Davanti a tutto ciò, lo sport è diventato un terreno di conflitto, ma è difficile immaginare in che modo avrebbe potuto non esserlo. Tutti noi sappiamo che atleti e atlete, quando gareggiano, rappresentano il proprio paese: è ingenuo pensare che chi compete per un paese in guerra e sotto invasione non rappresenti anche questa situazione.
Come ha scritto il Commissario europeo per lo Sport, Glenn Micallef, in risposta proprio alle parole di Infantino sulla riammissione della Russia, “lo sport non esiste in un vuoto”. Lo stesso Infantino mostra ancora più di Coventry come la retorica della separazione tra sport e politica sia estremamente contraddittoria.
Il presidente della FIFA la rivendica dall’inizio del suo mandato, nel febbraio 2016, ma da allora ha consolidato il proprio potere sullo sport globale soprattutto attraverso i legami politici: prima con Putin, in occasione dei Mondiali del 2018, poi col Qatar, grazie all’edizione del 2022, quindi con l’Arabia Saudita (che ospiterà il Mondiale del 2034). Da ormai un anno, Infantino è diventato un fedelissimo di Donald Trump, stabilendo un rapporto quasi simbiotico, che non ha precedenti nella storia del calcio: la prossima estate, Trump sarà il grande anfitrione del Mondiale nordamericano.
Il CIO e le altre organizzazioni sportive internazionali, comunque, non sono affatto ingenue, anche se cercano di fingersi tali. La presunta apoliticità che sbandierano è funzionale alla salvaguardia dei propri interessi e del potere che rappresentano.
Riammettere la Russia e la Bielorussia alle competizioni è necessario per giustificare coerentemente le mancate sanzioni nei confronti di Israele e, in prospettiva, il non voler sanzionare altri paesi che violano i diritti umani: dal Qatar all’Arabia Saudita, dall’Iran agli Stati Uniti. In questo modo, i discorsi sui valori dello sport rimangono puramente simbolici e astratti: difendere la pace, ma senza condannare specificatamente nessuna guerra.
Immagine in anteprima: frame video Il Mattino via YouTube