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Storia

Ritrovato sul fondo di un lago in Giappone un vaso, quasi intatto, di oltre diecimila anni

Sabato 27 dicembre 2025 ore 06:00 Fonte: Storica National Geographic
Ritrovato sul fondo di un lago in Giappone un vaso, quasi intatto, di oltre diecimila anni
Storica National Geographic

Archeologia e tecnologia d’avanguardia s'incontrano in una scoperta che riscrive la storia della ceramica giapponese. Un’équipe di ricercatrici e ricercatori giapponesi è riuscita a recuperare dal fondo del lago Biwa, il più grande lago del Giappone (con un’estensione di circa 670 chilometri quadrati), un vaso praticamente intatto risalente a oltre diecimila anni fa.

Il prezioso reperto è stato rinvenuto a sessantaquattro metri di profondità, nei pressi delle rovine sommerse di Tsuzura Ozaki nella prefettura di Shiga, e testimonia l’arte ceramica del primo periodo Jōmon, il periodo storico e culturale più antico e duraturo del Giappone, il cui patrimonio artistico è considerato uno degli elementi più caratteristici dell’Età della pietra nell’arcipelago. La scoperta è stata definita unica nel suo genere sia per lo straordinario stato di conservazione sia per il contesto del ritrovamento: il vaso era immerso, in posizione verticale e privo di danni visibili, una condizione del tutto insolita.

Un tesoro della ceramica giapponese Il ritrovamento è avvenuto sul fondale del lago Biwa, nella regione del Kansai, non lontano da Kyoto, un’area già nota per la presenza di oltre novanta siti archeologici sommersi, in gran parte ancora poco esplorati a causa della profondità e della scarsa visibilità. Il particolare contesto geologico di Tsuzuru Ozaki, una depressione a forma di valle all’interno del letto del lago, ha svolto un ruolo decisivo nella conservazione del manufatto.

A causa dei movimenti tettonici e della ridotta sedimentazione, gli oggetti sommersi in questa zona possono rimanere esposti per millenni senza subire un degrado significativo, come ha spiegato Kenichi Yano, dell’università Ritsumeikan (Giappone). «Questa è una scoperta che poteva avvenire solo sott’acqua. La conservazione, la collocazione e il contesto offrono informazioni impossibili da ricavare dai siti terrestri», ha sottolineato lo studioso.

Un manufatto del periodo Jōmon Il vaso misura circa venticinque centimetri di altezza, presenta una base appuntita e decorazioni tipiche di tradizioni ceramiche come quella di Jinguji, uno degli stili più antichi del periodo Jōmon. Il suo valore è incalcolabile, poiché testimonia i primi passi dell’umanità nell’uso della ceramica non solo a fini pratici, ma anche come oggetto culturale ed estetico.

La ceramica Jōmon è celebre per la sua origine estremamente antica e per rappresentare una delle prime evidenze dell’impiego sistematico del fuoco per la realizzazione di oggetti durevoli, modellati senza tornio e decorati con le caratteristiche impronte di corde. Non a caso, Jōmon significa letteralmente «decorata a corda» in giapponese.

Una scoperta di archeologia subacquea di questo tipo non sarebbe stata possibile senza l’impiego di scanner subacquei 3D e di veicoli autonomi subacquei (AUV, dall’inglese autonomous underwater vehicles) sviluppati dal National Maritime Research Institute del Giappone (NMRI). Questi strumenti, progettati inizialmente per l’ispezione dei cavi sottomarini, sono stati adattati alla ricerca archeologica e consentono di mappare con grande precisione i fondali anche in condizioni di visibilità estremamente ridotta.

Durante la spedizione, condotta nell’ottobre del 2025 e commissionata dal Nara National Research Institute for Cultural Properties, gli scanner hanno coperto un’area di duecento metri di lunghezza per quaranta di larghezza. Secondo i ricercatori, i dati raccolti sono risultati paragonabili – se non superiori – a quelli ottenibili da un’équipe di subacquei.

Che cosa sappiamo finora del vaso? Lo stato di conservazione del manufatto è eccezionale.

A differenza di quanto avviene per reperti analoghi rinvenuti in contesti terrestri, che spesso si presentano frammentati o erosi, gli oggetti conservati in acque fredde e profonde hanno maggiori probabilità di conservarsi integri. In questo caso, il vaso è stato trovato in posizione verticale, un dettaglio che ha spinto gli studiosi a ipotizzare che non si tratti di una collocazione casuale.

Potrebbe trattarsi di un oggetto rituale? O forse di un manufatto perduto da una comunità rivierasca?

O ancora di una testimonianza degli insediamenti esistiti prima che le acque ricoprissero l’area? Per ora non ci sono risposte definitive.

Quel che è certo è che, oltre a questo straordinario vaso, sono state documentate anche altre sei giare di ceramica Hagi del periodo Kofun (III–VII secolo d.C.), a indicare che la zona fu frequentata in epoche diverse, probabilmente per scopi cerimoniali. In precedenza erano già stati recuperati oltre duecento frammenti di ceramica Jōmon di periodi differenti, ma mai un manufatto così antico e in uno stato di conservazione tanto eccezionale.

Il prossimo passo sarà un’analisi approfondita del vaso, sia dal punto di vista dei materiali sia in relazione al suo possibile utilizzo. Istituzioni come il Museo di archeologia subacquea del Giappone hanno già annunciato l’intenzione di esporre il reperto e di realizzarne un modello 3D, per consentire l’esplorazione virtuale di questo straordinario tesoro risalente a oltre diecimila anni fa.

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