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Politica

Quali argomenti per il “no” al referendum?

Venerdì 23 gennaio 2026 ore 16:00 Fonte: Terzogiornale
Quali argomenti per il “no” al referendum?
Terzogiornale

Il “referendum sulla giustizia”, o “sulla separazione delle carriere” (più esattamente, referendum confermativo della legge costituzionale intitolata “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”) è già stato fissato, con un decreto governativo promulgato dal presidente della Repubblica, per il 22 e 23 marzo prossimi. Il governo si è sentito autorizzato a stabilire tale data anche prima del termine (30 gennaio) per la raccolta di firme promossa da alcuni sostenitori del “no”, con la motivazione che il referendum era già stato richiesto da un altro dei soggetti abilitati a farlo, a norma dell’art. 138 della Costituzione, cioè da un quinto dei membri di una Camera.

Alcuni costituzionalisti hanno sostenuto che il comportamento del governo è perfettamente legittimo, altri no. A quanto ci risulta, nessuna voce si è levata, contro il provvedimento governativo, da parte di quei tanti radicali o ex radicali che, quando si trattava di referendum promossi da loro, sostenevano sempre la prevalenza della “volontà popolare” su quella “della casta dei politici”.

A quanto sembra, finora gli elettori favorevoli al “sì”, cioè all’approvazione della legge di riforma costituzionale, sono in vantaggio su quelli per il “no”, ma bisogna considerare anche la percentuale di indecisi, che sembra piuttosto alta. Non si deve dimenticare che, trattandosi di un referendum confermativo, non è necessario il raggiungimento di un quorum perché sia valido, a differenza di quanto accade con i referendum abrogativi.

Quindi, se i sostenitori del “no” fossero più motivati di quelli del “sì”, potrebbe bastare anche un numero relativamente basso di votanti per respingere la riforma: i primi, percentualmente, si recherebbero alle urne in misura superiore ai secondi. Il successo della raccolta di firme (le cinquecentomila necessarie sono state raccolte in meno di un mese, nonostante il silenzio quasi totale sull’iniziativa da parte dei principali media) è un buon segnale: dimostra che anche tra i comuni cittadini c’è molta gente convinta dell’opportunità di respingere la riforma.

Tuttavia, è chiaro che mezzo milione o poco più di elettori non possono essere sufficienti. Il problema è quello di trovare motivazioni per votare “no” che siano convincenti e, soprattutto, chiare anche ai non specialisti.

A nostro parere, alcuni degli argomenti più diffusi a favore del “no” sono destinati ad avere poco impatto. Uno di questi è che la vittoria dei “no” costringerebbe l’attuale governo a dimettersi, come fece il governo Renzi all’indomani della sconfitta elettorale del dicembre 2016:

Giorgia Meloni ha già dichiarato più volte che, comunque vadano le cose, non lascerà il suo posto. Questo argomento politico generale, tuttavia, ha una validità indiretta, perché potrebbe almeno indebolire i futuri disegni del governo Meloni e dei suoi più appassionati sostenitori, fuori e dentro le aule parlamentari.

Vediamo il perché. L’attuale governo ha proposto tre riforme volte a modificare radicalmente l’assetto istituzionale del nostro Paese: oltre a quella della magistratura, quelle del premierato e dell’autonomia regionale “differenziata”.

Quest’ultima non richiede un processo di riforma costituzionale, essendo già possibile, data la sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione entrata in vigore nel 2001 (per iniziativa di un governo di centrosinistra, peraltro). Quindi, avrebbe potuto essere la prima riforma realizzata, ma così non è stato: è vero che i rilievi avanzati dalla Corte costituzionale ne hanno reso più difficile il cammino, però è stata lasciata da parte, almeno per ora; eppure, è il punto d’orgoglio di una delle tre forze dell’attuale maggioranza, la Lega di Salvini.

La riforma del premierato dovrebbe essere la prima preoccupazione del governo, dato che è quella proposta direttamente da Fratelli d’Italia, eppure è anch’essa in stallo. La separazione delle carriere dei magistrati era invece quella a cui più tiene Forza Italia, considerandola un omaggio alla memoria di Berlusconi: è strano però che l’intera maggioranza metta al primo posto l’attuazione dei programmi di un defunto.

Perché dunque questa fretta? A nostro parere, il motivo è questo: la riforma della magistratura ha un tasso di tecnicismo così alto che permette di essere propagandata nel modo più subdolo, inducendo così anche gli elettori non favorevoli, in linea di principio, all’attuale governo, a votare “sì”, o comunque a non votare “no”.

Una volta superato questo primo ostacolo, diventerebbe molto più facile, per l’attuale maggioranza di destra-centro, portare a compimento anche le altre due riforme, più comprensibili (in primo luogo, quella sull’autonomia “differenziata”, che non necessita di un referendum confermativo, ma potrebbe essere oggetto di uno abrogativo): la forza della maggioranza e la debolezza delle opposizioni sarebbero confermate. Ecco quindi un motivo genericamente politico per votare “no”: una sua vittoria non rovescerebbe il governo Meloni, ma certamente ne ostacolerebbe i disegni.

Questo argomento, tuttavia, può convincere solo gli oppositori dell’attuale governo, e forse non tutti. Occorre portare altre motivazioni più specifiche.

A questo proposito, sono poco incisive, anche se in sé valide, le critiche alla composizione dei futuri due Consigli superiori della magistratura, uno per quella giudicante e uno per quella requirente (cioè la pubblica accusa), o i richiami al programma di Licio Gelli, che prevedeva, tra l’altro, proprio la separazione delle carriere dei magistrati. Il primo tipo di argomenti sembra troppo tecnico, e quindi sostanzialmente estraneo al comune elettore; il secondo non può avere molta presa per chi ha meno di sessant’anni e non può ricordare molto di quello che sono stati Gelli e la Loggia P2.

Un argomento, invece, molto chiaro e difficilmente confutabile è che i magistrati giudicanti (cioè quelli che emettono le sentenze) e quelli requirenti (cioè la pubblica accusa) sono già, di fatto, nettamente distinti: in base alle leggi attuali, i passaggi dall’una all’altra funzione sono molto difficili e, di fatto, riguardano solo una percentuale molto esigua di magistrati. Perciò la riforma proposta è, come minimo, inutile.

I sostenitori del “sì” ribattono che una cosa è la separazione delle funzioni, l’altra la separazione delle carriere, e che solo con quest’ultima si può avere “una giustizia più giusta” e “una giustizia che può funzionare”. Si tratta, in entrambi i casi, di fakenews, o semplicemente di balle.

Cosa si intende con “giustizia più giusta” non è ben chiaro. Se si intende che dovrebbero essere pronunciate più assoluzioni, perché i magistrati giudicanti non appartengono alla stessa carriera dei magistrati requirenti, non vediamo su che cosa si basi questa convinzione: in passato, si sono registrati molti casi di assoluzioni di imputati di cui l’accusa aveva richiesto una condanna, e anche casi opposti, cioè di condanne per imputati di cui l’accusa aveva richiesto l’assoluzione, o il non rinvio a giudizio (un caso recente è quello del parlamentare di Fratelli d’Italia, Andrea Delmastro Delle Vedove, rinviato a giudizio dal giudice delle indagini preliminari per rivelazione di segreti d’ufficio, nonostante il pubblico ministero ne avesse richiesto l’assoluzione).

È indiscutibile che siano state emesse, a volte, sentenze di condanna alquanto opinabili, perché basate su scarse prove, come quella che ha condannato Alberto Stasi per l’assassinio di Chiara Poggi (il “delitto di Garlasco”). Ma questo è avvenuto dopo che ben due collegi giudicanti, in prima istanza e in appello, lo avevano assolto: queste sentenze sono state poi annullate dalla Cassazione, rinviando gli atti a un altro collegio, che ha emesso la sentenza di condanna.

Il problema, dunque, non si risolve separando le carriere dei magistrati giudicanti e requirenti, semmai rivedendo le norme del Codice di procedura penale. Quanto poi al fatto che la separazione delle carriere permetta alla giustizia di funzionare meglio, siamo ai limiti del ridicolo.

La maggior parte di noi, se ha avuto a che fare con la giustizia, si è trovato (per sua fortuna) a dover interagire non con quella penale, ma con quella civile, e ne ha potuto sperimentare l’esasperante lentezza (censurata, tra l’altro, anche dall’Unione europea). Il funzionamento della giustizia riguarda anzitutto la riforma della giustizia civile, con cui la separazione delle carriere non ha nulla a che fare.

Quindi, un’altra grossa balla. Alcuni sostenitori del “no”, e precisamente l’Associazione nazionale magistrati, sono stati accusati dal fronte opposto di essere stati loro ad aver diffuso una balla: hanno infatti stampato manifesti in cui si invitava a votare “no” per non sottoporre la magistratura al potere della politica.

Dal punto di vista della lettera della legge di riforma, i sostenitori del “sì” hanno ragione: l’indipendenza della magistratura, tanto giudicante che requirente, è ribadita dalla nuova formulazione della Costituzione (art. 104, primo comma: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente”).

Tuttavia, la Costituzione, come si vede, si può modificare e la si è modificata: perché non dovrebbe essere possibile, in futuro, un’ulteriore modifica che sottoponga la magistratura requirente al potere politico, cioè al governo? Questa potrebbe essere la conseguenza, in un breve volgere di anni, proprio della separazione delle carriere, che trasforma il pubblico ministero in una sorta di “accusatore pubblico”.

Oggi, infatti, il pm, prima di avviare un’indagine, deve valutare se ne esistono i fondamenti, e non ha alcun particolare interesse a mettere tutti sotto accusa. Diventando, invece, un accusatore di professione, il suo interesse, ai fini della carriera, potrebbe essere quello di avviare quanti più procedimenti penali possibili.

Prevedendo la riforma costituzionale due diversi Consigli superiori della magistratura, cioè due organi preposti alla valutazione dei magistrati, uno degli elementi di valutazione sarà rappresentato dalla loro operosità: si può ragionevolmente ipotizzare che l’operosità dei magistrati requirenti sarebbe valutata proprio in proporzione al numero di indagini da loro avviate, con il risultato che la probabilità, per ognuno di noi, di essere indagati aumenterebbe; un bel risultato, in termini di “giustizia giusta”. I sostenitori del “sì” obietteranno che la separazione delle carriere dovrebbe rendere quasi automatica l’assoluzione da parte della magistratura giudicante, in caso di accuse infondate: ma molti di questi stessi sostenitori, in passato, hanno giustamente ricordato i casi di persone sottoposte a indagine che poi sono state assolte, ma hanno comunque passato notevoli traversie e hanno dovuto affrontare spese di avvocati, per potersi difendere.

Stando così le cose, come si potrà porre un freno alla frenesia dei pm, diventati “avvocati dell’accusa”? La risposta è semplice: attuando un’altra riforma costituzionale, che li metta alle dipendenze del governo.

Quindi, le preoccupazioni dell’Associazione nazionale magistrati non sono del tutto infondate: se l’attuale riforma non prevede l’assoggettamento della magistratura requirente al potere politico, prepara la via a un esito del genere. Del resto, lo stesso ministro Nordio, in un’intervista al “Corriere della sera” di qualche mese fa, ha sostenuto che il Pd (o, almeno, l’attuale segretaria Elly Schlein) sbaglia a opporsi alla separazione delle carriere, perché, una volta che riuscisse ad andare al governo, questa riforma potrebbe giovare anche a lui.

In sintesi, bisogna cercare di convincere gli elettori che la legge di riforma proposta è, nel migliore dei casi, inutile, e nel peggiore dannosa. Ci pare che sia soprattutto su argomenti di questo genere, che potrebbero essere anche meglio formulati dagli specialisti, e a cui se ne possono certamente aggiungere altri altrettanto se non più validi, che dovrebbe incentrarsi la campagna per il “no”.

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