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Lunedì 13 aprile 2026 ore 08:29

Cultura

Odiare la campagna

Mercoledì 1 aprile 2026 ore 10:21 Fonte: Lucy. Sulla cultura
Odiare la campagna
Lucy. Sulla cultura

Cose che odio: vivere in campagna da poveri, chi tortura e uccide gli esseri indifesi, sopratutto quelli che non hanno voce umana, le persone ignoranti perché di norma  stupide e pericolose,  i prolissi – quelli che per dire “oggi è una bella giornata” ci mettono dieci minuti nel trascinarsi di parole inadeguate e pertanto irritanti –, quelli che fingono di non vederti per saltare la fila al supermercato o in qualsiasi altro luogo pubblico, quelli che ronfano sonoramente nelle attigue camere d’albergo, chi orina senza alzare la tavoletta del wc e peggio ancora non chiude mai l’apposito coperchio, gli stornellatori di strada che ti si piazzano sotto alla finestra per ore, quelli che non curano l’igiene personale e pertanto impestano gli ascensori  ma anche l’aere circostante, l’omologato fetore delle capigliature dei vecchi e certi dopobarba da sempre appannaggio di anziani malestanti, quelli che ti scrutano con cattiveria nel patetico tentativo di sottoporti a una risonanza magnetica esoterica e infine gli invidiosi ammalocchiatori che fanno il mio mestiere. About the country life  Ho patito fino all’annientamento delle forze fisiche e intellettuali l’onta di aver vissuto in campagna in miseria, tanto dall’aver sperimentato la trista condizione di “notte medievale”, a significare il trovarsi in balia degli elementi, neve, pioggia, vento, mancanza di elettricità , di riscaldamento, di acqua, di cibo fresco.

In città l’altro contesto di notte medievale l’ho rivissuto durante l’alluvione a Genova, nel novembre 2011, quando, dopo due giorni di piogge furiose, all’alba non c’era  energia elettrica nemmeno nelle zone più lontane dal fiume e ho disceso brancolando le scale del palazzo; nell’androne un lago di fango e in strada man mano che avanzavo sempre più fango e sporcizia, finché non sono arrivata al Monumentale e mi sono ritrovata sul limitare un lago melmoso. Da un secolo o forse più  la gente preferisce vivere in città piuttosto che in campagna soprattutto per avere le moderne comodità a portata di mano.

In città se ti viene voglia di assaggiare un ananas basta trascinarsi dal fruttivendolo più vicino a casa, che sia gestito dal proprietario o dato in affitto a un pakistano non fa differenza, ovvero al supermercato, dove tuttavia le sapienti luci artificiali son ingannatrici, posizionate per conferire a frutta e verdura dei colori squillanti, rendendo quei fracicumi appena sortiti dal frigo, che hanno viaggiato per chilometri per terra, mare e  via aerea, molto più invitanti di quanto non siano; una volta a casa il magro bottino sciorinato sul tavolo di cucina  disvela un aspetto e un colore sinistro se non ripugnante, i mirtilli pagati un occhio della testa son spiaccicati e mollacchi, talora marci. Quindi il reparto ortofrutta del super è da scartare a priori.

In città il desiderio di ananas è tosto realizzato, basta pagare e si trova qualsivoglia frutto anche il più esotico; nelle miserabili campagne invece, a parte il fatto che d’inverno annotta presto e nella tenebra rurale non si distingue più nulla, non si sa bene dove mettere i piedi, perché è facilissimo inciampare su un sasso e scivolare, si rischia di cadere a terra, di sbattere la testa su una pietra aguzza, di storcersi il malleolo, di fratturarsi una clavicola, di ferirsi con una spina di rosa portatrice di tetano, se viene voglia di ananas è preferibile chiudersi in casa, ammesso che se ne abbia una e per farsi passare le smanie sfogliare ad esempio una pubblicazione con foto a colori dei frutti esotici. Se la persona umana confinata in campagna ha qualche capriccio relativo a un cibo se la deve far passare il più rapidamente possibile, ovvero deve indirizzare le sue mire su qualcosa di edibile che può trovare, se fortunato, addirittura in dispensa, ovvero fra i campi e nel bosco.

In città risuonano di continuo le sirene delle ambulanze, fanno compagnia e scandiscono il trascorrere della giornata, con tutta evidenza c’è una grande richiesta di primo soccorso, anche se la sirena spiegata non sempre significa che qualche sciagurato  sia in imminente pericolo di vita, sia lì lì per tirare le cuoia, anzi talora la sirena echeggia per motivi più banali: un ammalorato riverso a terra, due sconosciuti che litigano per strada, si prendono a spintoni, gridano vaffanculo, finché uno cade ma non si procura alcuna lesione degna dell’arrivo dei soccorsi, che tuttavia strombazzando giungono. In campagna le sirene non si odono mai, talora il vento porta l’eco di un remoto scampanio, forse sognato dal villico, forse semplici acufeni come anelito al Trascendente.

Le sirene delle ambulanze son sconosciute. Chi intento al lavoro agricolo avesse un malore, tipo una sincope, fosse vittima e protagonista di una brutta caduta da una scala mentre è intento a potare un albero da frutto o un olivo, ovvero a ripulire dalle foglie secche la grondaia di un capannone agricolo, o meglio abbia un infarto, causato dall’ostruzione improvvisa di una coronaria che come tutti sanno provoca la necrosi e quindi la conseguente morte di una porzione più o meno generosa di muscolo cardiaco cioè del cuore, è destinato a restare in pericolo di vita, finché non lo vengono a cercare i parenti, di norma la moglie, ma solo dopo molte ore, ovvero può salvarsi se passa di lì un solitario cacciatore con lo schioppo che ravvede la sagoma dell’infartuato riverso a terra e lancia l’allarme.

Ai tempi dell’esilio coatto nella spoglia campagna umbra spazzata dalle tramontane del mese di gennaio, ogni tanto, a casa ci assalivano le voglie di toast. Era il paninello fatto con il modernissimo pane in cassetta e il cotto, il simbolo del vivere in un contesto civile, stimolante, da cui eravamo stati scacciati, per trasformarci da cittadini coltivati e adusi alla frequentazione di cinema e teatri, in famiglia  indigente, sperduta e dimenticata nella campagna ostile, dove si respirava aria buona e trovare parcheggio per l’auto era semplice ma si moriva di solitudine e noia; fra i campi non c’erano mai stimoli intellettuali e soprattutto non si prospettavano possibilità di riscatto dal miserabile stato.

Era il toast, che i villici non conoscevano essendo usi a mangiare un pezzo di filone sciapo tagliato sghembo con su spiaccicata una salsiccia talora anche cruda, l’anelito mai sopito del tornare a vivere in un contesto urbano, in una città degna di questo nome dove tutti i confort e gli svaghi erano disponibili, ma per viverci era necessario pagare di continuo, attività che ci era preclusa. Il vivere in città significava cinema, teatri, scuola di ballo, concerti, supermercati fornitissimi, ricche gastronomie in cui scapricciarsi d’ogni pietanza, la città erano le strade asfaltate dove certo non ti si attaccavano boli di fango alle scarpe, non ti inseguivano i maremmani dei pastori sardi, la città era il lavoro d’ufficio e la sua mercede, la libera professione, le boutiques e soprattutto le profumerie, rutilanti di cosmetici ed essenze che evocavano scenari ancor più lussuosi e agiati di vita, come le  passeggiate pomeridiane sui Campi Elisi.

Citazione Highlight “Il prosciutto cotto latitava, in compenso, sempre se andava bene, si poteva repertare un involto stropicciato di carta oleata con dentro qualche fettina coriacea di crudo. Il formaggio invece non mancava, c’era sempre un mattone di fontina per nobilitarla, una pasta filante dal retrogusto dolciastro, che una volta scaldata nel padellino si allungava come l’elastico e non escludo fosse modellabile come il Das”.

A metà pomeriggio fra il lusco e il brusco, mentre il cane Pipia ululava alla nascente luna, montava la voglia del toast e se andava bene c’erano tre fette rinsecchite di pan carré san Carlo nel frigorifero. Quando si apriva la confezione inviolata si sprigionava un fetore di alcole etilico, era il conservante che imbibiva le fette tosto destinate a rinsecchirsi come delle pudiche zitellone che non avessero mai conosciuto il turbamento e la tenerezza dei baci rubati.

Il prosciutto cotto latitava, in compenso, sempre se andava bene, si poteva repertare  un involto stropicciato di carta oleata con dentro qualche fettina coriacea di crudo. Il formaggio invece non mancava, c’era sempre un mattone di fontina per nobilitarla, una pasta filante dal retrogusto dolciastro, che una volta scaldata nel padellino si allungava come l’elastico e non escludo fosse modellabile come il Das.

Il crudo già rancido veniva appoggiato all’indegna fontina e nascosto dentro alle due fettine di pan carré rinsecchito. Il panino veniva tostato  su una bizzarra  graticola, un graticcio metallico, atto per la sua conformazione a raccogliere molliche di pane bruciato che non  si riusciva a stanare, nemmeno brandendolo in aria, e che pertanto si carbonizzava accompagnato da un fetore di pira  esalante gracili fumi  tossici.

I bordi rinsecchiti del toast di campagna si sollevavano verso l’alto, come le manine giunte delle anime purganti che invochino la Misericordia divina. Il sapore non era quello del toast tradizionale, ma soddisfaceva comunque il desiderio al viver civile, anche se restava sempre un retrogusto d’insoddisfazione morale e la consapevolezza di essere dei morti di fame.

Ai tempi dell’università parzialmente  affrancata dal castigo campestre una volta andai a Viale Trastevere presso la Casa del Tramezzino, il nome del locale suggeriva la ricchezza della scelta: tramezzino tonno e maionese, carciofi e tonno, mozzarella e pomodoro, insalata russa. Ne ho mangiati  almeno quattro di fila, che vomitai poco più avanti innanzi a una chiesa che ritengo sia dedicata a Santa Cecilia.

Il tramezzino, come il toast, era simbolo di civiltà, anche se ho sempre preferito il toast con la spremuta di arancia, intramontabile classico. In campagna scoppiava il temporale e  la luce andava via per ore, bisognava illuminarsi con la candela, non si poteva accedere il riscaldamento, non veniva l’acqua; in campagna se c’era la corrente elettrica ogni tanto si rompeva la caldaia, i caloriferi si riempivano di bolle d’aria e restavano gelidi, lo scaldabagno ribolliva e spruzzava getti d’acqua a cento gradi, se nevicava nessuno puliva la strada, si affondava fino alle ginocchia nella neve, l’acqua nei tubi si congelava; con la neve di regola finiva il gas nel bombolone che stava in giardino, in casa bisognava vestirsi stile mugik, si vedeva il fiato che usciva dalla bocca, il caminetto non tirava  e se il fuoco ardeva il fumo, a causa del vento, avvolgeva il salotto in una nebbia acre, ove si barcollava brandendo una ridicola candela.

In ogni angoli si intravedevano gli spettri. Le donnole galoppavano sul tetto.

D’estate in giardino si nascondeva la vipera con i viperini, le vespe o i calabroni killer facevano il nido nel camino. Ma soprattutto in campagna si moriva di noia e solitudine, sarà per quello che ho passato gran parte della mia ridicola esistenza a leggere?

Appena è stato possibile sono fuggita in città, ah che grande ristoro le strade asfaltate, i semafori, il rumore del traffico, le vetrine illuminate dei negozi, i trasporti pubblici, i taxi, i supermercati, la garanzia della costante presenza di energia elettrica!     

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