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Cultura

Chi sbaglia paga

Mercoledì 17 dicembre 2025 ore 14:07 Fonte: La ricerca
Chi sbaglia paga
La ricerca

“La 2° occupazione”, Scuola media di Casalmaggiore (CR), 1961. Archivio storico INDIRE, Fondo fotografico.

Molti degli studenti che abbandonano precocemente la scuola hanno una storia scolastica segnata dai provvedimenti disciplinari. Com’è ovvio non è possibile avere dati percentuali esatti, ma c’è da ritenere che una porzione assolutamente significativa delle espulsioni da scuola – studenti ripetutamente bocciati fino a quando rinunciano e, nella migliore delle ipotesi, entrano nel percorso dei CPIA – sia legata a difficoltà legate al comportamento; ed è una percentuale particolarmente alta tra gli studenti che provengono da ambienti sociali svantaggiati.

Studenti non scolarizzati che non sembrano in grado di rispettare le regole e per questo collezionano un provvedimento disciplinare dopo l’altro, fino a quando passa l’età dell’obbligo scolastico. Le due vie dell’errore comportamentale Non è dunque possibile affrontare seriamente la questione dell’inclusione, che è centrale nel dibattito sulla scuola, senza tener conto dell’aspetto comportamentale.

Senza considerare, cioè, il modo in cui la scuola affronta quello che possiamo chiamare errore comportamentale. Di fronte a un comportamento inadeguato, erroneo, la scuola segue ordinariamente due vie parallele.

La prima è quella dei provvedimenti disciplinari progressivi: una prima nota, una seconda nota e così via, fino alla sospensione dalle lezioni (spesso con l’ossimoro dell’obbligo di frequenza). La nota intende essere una segnalazione alla famiglia: e la seconda via è appunto il confronto con la famiglia.

Che raramente è un confronto reale: la scuola, per lo più nella figura del coordinatore di classe, fa alla famiglia un quadro della situazione, chiedendo ai genitori di intervenire. Una richiesta discutibile da diversi punti di vista.

Può essere che certi comportamenti abbiano origine proprio in famiglia, siano la replica di modelli di comportamento genitoriali o di un malessere che nella famiglia ha la sua origine; e certo non saranno i genitori a offrire, su richiesta della scuola, modelli diversi o a risolvere d’un tratto i propri problemi. Ma può anche essere – non è raro – che quei comportamenti compaiano solo a scuola: la protesta di certe famiglie – “mia figlia a casa non è così” – sembra pretestuosa, ma spesso è esattamente quello che accade.

Siamo esseri in relazione e in certi contesti in effetti possiamo avere comportamenti significativamente diversi. In questo caso la richiesta ai genitori di risolvere problemi comportamentali che si presentano a scuola non è più sensata della richiesta, rivolta alla scuola dai genitori, di risolvere a scuola problemi che si presentino in famiglia.

Nella migliore delle ipotesi, i genitori sono sinceramente preoccupati per il comportamento della figlia. Ma che fare?

Come intervenire? La scuola potrebbe accompagnare le famiglie nella ricerca di una risposta a questa domanda difficile.

Non è spesso attrezzata per farlo. Non ha, il più delle volte, nemmeno la figura del pedagogista scolastico.

Ha spesso lo psicologo. Ed è questa la via più battuta.

La figlia potrà essere seguita da uno psicologo e magari avviare un percorso che porterà alla certificazione di un disturbo oppositivo. La medicalizzazione del comportamento problema è un esito sempre più frequente.

Che pone in forte imbarazzo l’istituzione scolastica. Perché se è possibile ricorrere a una serie – per lo più standardizzata – di misure dispensative e compensative nel caso di disturbi dell’apprendimento, che fare nel caso di un disturbo comportamentale?

Si diventerà, certo, più tolleranti, perché lo studente non si comporta così per scelta (ma quale studente si comporta così per scelta?), ma fino a quale punto? Che fare quando picchierà un compagno?

E come valutare, poi, la sua condotta? Sono domande che rendono inquieti non pochi Consigli di classe e che hanno il merito di mettere a nudo l’insensatezza della pretesa di valutare una cosa come la condotta.

Torneremo sulla condotta. Cerchiamo intanto di capire cosa c’è dietro l’errore comportamentale.

L’iscrizione “La 2° occupazione”, Scuola media di Casalmaggiore (CR), 1961. Archivio storico INDIRE, Fondo fotografico.

Al suo primissimo ingresso nel sistema scolastico un bambino ha una grande quantità di problemi comportamentali. Al nido i bambini si picchiano, si mordono, si lanciano oggetti.

Nessuno richiamerà i genitori per questo; si segnalerà magari qualche morso più forte degli altri, ma con la consapevolezza che a una certa età mordere è un comportamento normale e avrebbe poco senso chiedere al bambino di non farlo. Al tempo stesso si fa capire con fermezza alla bambina che quel comportamento non è socialmente accettabile.

Gradualmente i comportamenti aggressivi diventano più rari, le bambine imparano a conoscere le regole sociali e ad adeguarsi, anche se ogni tanto tocca dividere due bambini che si picchiano. Con l’inizio della scuola primaria le cose cambiano in modo drastico.

La bambina che si è mossa in un contesto più o meno libero, in un ambiente piacevole e colorato, e accompagnata da adulti comprensivi, si trova ora in un luogo in cui è richiesta una immobilità forzata e prolungata e sono presenti una grande quantità di norme, spesso tacite, che investono il corpo stesso e lo modellano secondo le esigenze dell’istituzione. La pratica della scrittura segna l’ingresso in questo secondo mondo.

Con la scrittura cessa il mondo della prima infanzia e la società chiede il conto: bisognerà pur cominciare a muoversi verso di essa. E verso i suoi valori che non sono – è bene che la bambina lo capisca – ludici.

Questo inserimento, questa vera e propria prima iscrizione nel mondo adulto, riesce in modo più o meno felice. E l’esito è legato in modo significativo alla continuità e contiguità tra il mondo sociale, culturale ed economico della famiglia del bambino e quello di cui la scuola è espressione.

Una contiguità che è condivisione di una costellazione di valori, partecipazione a uno stesso mondo linguistico e, anche, accettazione di alcuni modelli comportamentali. Si pensa, si parla, ci si comporta in un certo modo.

Il comportamento problema corrisponde alla parola problema: il termine dialettale, o volgare, che per la bambina è normale, ma che la scuola non tollera perché non fa parte della lingua socialmente accettata. Se a casa i genitori parlano di cesso, a scuola la bambina dovrà chiedere di andare in bagno.

Non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato, naturalmente, nella parola cesso, che indica correttamente il luogo in cui ci si apparta (il recesso), ma non appartiene alla comunità dei parlanti cui la scuola è contigua. E dunque il bambino verrà richiamato.

E se si ostinerà a usare quella parola e altre simili, quell’abitudine linguistica diventerà un comportamento problema. Molti dei problemi disciplinari nascono così.

Vi sono, certo, casi più eclatanti di vere violenze, ma molto spesso a costituire precocemente quella che potremmo chiamare la carriera deviante dello studente sono piccoli comportamenti che sfidano le norme scolastiche; norme che sono condivise in un certo ambiente sociale, ma non è detto che lo siano in altri. Il piccolo studente si esprime in modo volgare.

Si alza dal banco senza permesso. Parla quando dovrebbe stare in silenzio.

Non si rivolge con la necessaria deferenza alla maestra. Si muove per l’aula.

È, in generale, poco controllabile. La situazione è aggravata dalla continua richiesta di concentrarsi su contenuti culturali che non hanno alcun punto di contatto con la sua esperienza.

Un ambiente pieno di regole Il contesto scolastico ha le sue regole, come ogni ambiente sociale. Ma quello scolastico si caratterizza per una certa ipertrofia di regole, che disegnano un ambiente in cui ogni comportamento è controllato in un modo che difficilmente si riscontra in altri ambienti.

Spesso si giustifica questa normatività ossessiva sostenendo che la scuola deve preparare al mondo, intendendo per lo più quello del lavoro, ma è difficile trovare, al di fuori dell’esercito o di certi contesti aziendali particolarmente alienanti, un ambiente lavorativo in cui il comportamento sia normato in modo così invasivo. Molte di queste regole hanno naturalmente un senso, sono funzionali al lavoro comune e al funzionamento dell’istituzione.

Molte no. Per quale ragione, ad esempio, si richiede di esseri seduti in modo composto?

Non è descritta in alcun regolamento scolastico la postura da assumere, ma una postura rilassata è interpretata come non consona all’ambiente, perfino irrispettosa verso la docente; ed è fuori discussione che ci si possa sedere, ad esempio, sul banco. Eppure non c’è alcuna ragione didattica per preferire la postura comune a una più rilassata e può essere anzi che quest’ultima possa creare un clima più favorevole all’apprendimento.

Se ci interroghiamo sulle ragioni di questa ipernormatività dobbiamo considerare la storia dell’istituzione. La scuola moderna ha ricevuto fin dall’inizio una impostazione rigorosamente razionale, nel senso latino della ratio: organizzazione rigorosa, suddivisione dei tempi e degli spazi, regole, controllo.

Un’organizzazione sulla quale si riflettevano la mentalità, ampiamente permeata di valori religiosi, e le esigenze di un’epoca che è tramontata da molto; ma la scuola ipernomativa procede imperterrita, rivendicando una sorta di validità astorica, metafisica. Non è difficile individuare proprio in questa ipernormatività uno dei principali dispositivi di selezione e esclusione sociale della scuola.

Perché se sopravvivere in un contesto in cui ogni movimento è regolato è difficile per tutti, è senz’altro più difficile, e spesso impossibile, per chi proviene da ambienti in cui sopravvivere in quel contesto istituzionale non sia considerato essenziale per riuscire nella vita o in cui vi siano modalità relazionali – compresa la prossemica – significativamente distanti da quelle della scuola. Scuola e mondo della vita La scuola è uno degli ambienti in cui avviene l’educazione dei bambini e poi delle adolescenti.

Avviene per lo più attraverso il confronto con i coetanei: alla scuola dell’infanzia la bambina impara che condividendo i propri giochi potrà usare anche quelli degli altri, prima ancora che glielo spieghi un adulto; crescendo comprenderà da sé molte delle regole non scritte che regolano le interazioni umane e cercherà di capire quali rispettare e quali no. È un campo di sperimentazioni, di prove, di inevitabili e dolorosi fallimenti, ma anche di conquiste, non diversamente dal mondo al di fuori della scuola.

Con l’arrivo dell’adolescenza il problema di sentirsi accettati verrà in primo piano e diventerà perfino ossessivo. E per non pochi adolescenti le sofferenze saranno tante.

Ci sono diversi aspetti di questo percorso. Uno è quello dell’efficacia.

Il bambino e l’adolescente cercano di capire come essere riconosciuti e accettati dai loro coetanei, come agire nel modo corretto per avere successo con loro. Un altro è quello delle regole.

Man mano che procede, la bambina comprende che ogni ambiente ha un suo sistema di regole, che alcune sono scritte e altre no e qualcuna è negoziabile mentre qualche altra va presa con la massima serietà. E c’è poi, più impegnativo, il percorso morale.

Non tutte le cose che sono efficaci per avere successo tra gli amici e compagni sono in realtà giuste. Bruciare un cestino dei rifiuti insieme agli altri può essere divertente e dare adrenalina, ma è una cosa non giusta.

Che fare? Seguire l’efficacia o il senso del giusto?

Crescendo il bambino scoprirà che perfino le regole possono essere sbagliate, se analizzate dal punto di vista morale; e perfino quelle regole particolarmente rilevanti che sono le leggi dello Stato possono esserlo. Questa è la crescita di una bambina, poi adolescente, in quello che, prendendo a prestito un po’ liberamente l’espressione dalla fenomenologia, possiamo chiamare mondo della via.

È una crescita, ho detto, che avviene per lo più attraverso la relazione tra coetanei, ma importante è anche il confronto con gli adulti. Gli adulti privilegiati sono, naturalmente, i genitori, ed è opinione diffusa che di questi aspetti debbano occuparsi solo loro.

Una convinzione che cade di fronte alla semplice considerazione che non tutti i genitori sono in grado di accompagnare i figli nella crescita morale e che non di rado sono anzi pessimi esempi. Lasciare alla famiglia il compito di formare il comportamento vuol dire condannare i figli a ripetere i comportamenti dei genitori.

Il mondo della scuola non è, almeno in parte, diverso dal mondo della vita. Ma il brulicare vitale accade per così dire ai margini della scuola.

Nei corridoi, nei bagni, nel cambio dell’ora, nelle chat di classe, nei bisbigli tra un banco e l’altro. La scuola non è in grado di occuparsene.

Non è possibile infilarsi in questa complessità relazionale, seguire tutti i tentativi, gli errori, i successi parziali, le sconfitte dolorose, le gioie e i dolori. La scuola è altrove.

La buona condotta “La 2° occupazione”, Scuola media di Casalmaggiore (CR), 1961. Archivio storico INDIRE, Fondo fotografico.

La parola condotta non è di uso comune. Nessun genitore si preoccupa della condotta della propria figlia.

Il termine appartiene ormai solo a due ambiti: quello scolastico e quello giuridico-penale. Un detenuto può uscire prima della fine della pena per buona condotta, e può essere che per un concorso venga richiesto un certificato di buona condotta.

E la buona condotta è il rispetto rigoroso delle regole. La condotta, che è misurata con il voto di condotta, è legata alla capacità della nostra bambina e poi adolescente di adeguarsi a un sistema istituzionale iper-regolato.

Nelle pretese della scuola, la condotta scolastica è la via per la formazione integrale della persona, per la formazione del pensiero critico e per la formazione del cittadino, per usare tre espressioni molto usate a scuola. In realtà la condotta scolastica ha poco a che fare con queste cose, e misura invece una competenza precisa: la capacità, appunto, di adattarsi a un contesto istituzionale iper-regolato.

Le qualità più apprezzate, ai fini di questa valutazione, sono quelle necessarie a un adattamento acritico. La studentessa premiata con i voti più alti saprà stare in silenzio per la maggior parte del tempo, prendendo la parola solo quando le sarà richiesto; e userà la parola con la massima deferenza possibile.

Si guarderà bene, in particolare, dal rispondere, ossia del replicare a qualche rimbrotto del docente. E mai dovrà fare l’errore di mostrarsi polemica.

Il voto di condotta dice poco, o nulla, sulla maturazione effettiva della studentessa, sulla sua capacità di affrontare i conflitti, di comprendere le proprie emozioni, di sviluppare empatia, di ragionare sulle regole sociali e di metterle in discussione quando occorre. L’irruzione Nei casi più drammatici l’errore comportamentale rappresenta l’irruzione, perfino violenta, del mondo della vita nell’ambiente asettico e artificiale dell’istituzione.

Vi sono in classe due gruppi tra i quali v’è un conflitto che è sfociato, sabato sera, in una piccola rissa in discoteca. Al lunedì c’è uno strascico in classe: una studentessa colpisce una sua compagna, che reagisce.

La scuola attiva le procedure disciplinari: nota sul registro, convocazione del Consiglio di classe, sospensione. Non senza aver ascoltato le ragioni di entrambe, come previsto dallo Statuto delle studentesse e degli studenti1.

In questo modo i docenti avranno modo di affacciarsi, spesso con raccapriccio, nel mondo della vita dei loro studenti, ma sarà giusto un attimo. La questione, inoltre, non riguarderà in alcun modo la comunità della classe, per la semplice ragione che la classe non è una comunità.

E cos’altro si può fare, del resto? L’errore è immenso Chi segue una strada, scrive Seneca, giunge a un qualche punto d’arrivo («aliquid extremum»), mentre «error immensus est» (Lettere a Lucilio, II, 16.9).

C’è del fascino in quell’immensus. La scuola si presenta come la via sicura che conduce ad una meta più o meno certa: l’inserimento sociale, il riconoscimento, forse anche il successo.

Possiamo immaginare una scuola che sospenda la meta certa e segua piuttosto le piste dell’errore? Una scuola in cui l’errore sia, per usare un termine dell’Analisi Istituzionale, un analizzatore, ossia uno di quegli avvenimenti che «obbligano a comprendere come funziona il sistema istituzionale»?2.

Qualsiasi comportamento problema può essere un analizzatore in questo senso. Uno studente rifiuta di sedersi composto.

Viene richiamato. Se insiste rischia una nota in condotta.

Ma perché bisogna sedersi in quel modo? C’è una ragione reale?

È funzionale al lavoro scolastico? Da dove viene quella scelta?

Riusciamo a farne la genealogia? Prevedo le obiezioni.

In questo modo nessuna norma diventa certa, tutto può essere rimesso in discussione e ogni comportamento rischia di diventare lecito. Forse il rischio c’è.

Ma c’è un rischio ben maggiore: quello di educare (ma il verbo è inadatto: si tratta di pessima socializzazione) ad adattarsi a un sistema di norme di cui non si comprende il senso, per paura e opportunismo. C’è il rischio di mostrare la società stessa, nello specchio della scuola, come un dato immutabile, cui bisogna adattarsi, anziché un campo di forze, di relazioni, di interessi aperto sempre alla trasformazione e al contributo di ognuno.

E c’è, anche e soprattutto, il rischio da cui siamo partiti: quello di perdere per strada quelli che la scuola ha ricacciato nella dimensione irredimibile dell’errore sociale. Se si esce dall’ottica della punizione qualsiasi errore può essere occasione per conoscenze altamente significative.

Perché mi sono comportata in questo modo? Quali emozioni provavo?

Possiamo fare qualcosa con le nostre emozioni, o siamo condannati e subirle? Come gestire la rabbia?

Una studentessa che sia stata punita con una sospensione per un comportamento conseguente alla rabbia farà questo lavoro, si immagina, da sola, durante il periodo della sospensione. O con l’aiuto dei genitori.

Ma non è affatto scontato che sappia farlo da sé o che abbia dei genitori in grado di accompagnarla in questo lavoro. La scuola può e deve essere il luogo in cui si riflette sulle relazioni, perché le nostre relazioni, anche e soprattutto quando sono conflittuali, sono una fonte preziosa di comprensione di noi stessi e degli altri.

L’obiezione è che la scuola deve preparare alla vita. E che nella vita chi sbaglia paga: sarebbe grave insegnare che possiamo comportarci come vogliamo, contando sulla comprensione degli altri.

In realtà se la scuola può preparare alla vita è proprio per la possibilità di attingere una dimensione per così dire meta. Nella vita, qualunque cosa sia, le cose accadono.

A scuola le cose accadono e vengono analizzate. C’è questa ulteriorità che fa della scuola un ambiente formativo: la sospensione, che consente di passare dal semplice accadere alla riflessione su ciò che accade.

Tre direzioni Se non vuole essere una palestra di conformismo, ma un luogo in cui si educano gli individui e la società stessa – perché sì, anche la società può essere educata – la scuola deve lavorare costantemente in tre direzioni: la conoscenza di sé e lo studio dei modi che abbiamo per diventare autonomi e liberi; la conoscenza delle nostre relazioni e della possibilità di affrontare i conflitti in modo creativo e costruttivo; la conoscenza delle norme sociali, dei valori che sottendono, delle dinamiche di potere e di dominio, in particolare nelle istituzioni. Sono anche le tre direzioni in cui si manifesta quello che abbiamo chiamato errore comportamentale.

Lo studente viene punito dalla scuola perché non è riuscito a gestire la propria rabbia. Nessuno però gli ha insegnato come farlo.

Può essere che la scuola lo indirizzi verso un servizio di assistenza psicologica, ma questo vuol dire sottrarre la rabbia, come altre emozioni, alla sfera dell’educazione. E cos’è, educare, se non anche esercitarsi nel comprendere le nostre emozioni?

In preda alla rabbia, la studentessa ha insultato una compagna o l’ha addirittura aggredita. Si tratta dell’esito di un conflitto.

Non è evidentemente il primo e non sarà l’ultimo: la nostra vita sociale è sempre conflittuale. Possiamo davvero ritenere che questo non riguardi la scuola?

Educare non è esercitarsi nell’analisi, nella comprensione, nell’eventuale trascendimento dei conflitti? Il percorso punitivo che la scuola attiva in questi casi non lavora realmente con il conflitto, perché non coinvolge la comunità della classe, né si sporge nel mondo della vita.

Non è infrequente che la punizione giunga quando il conflitto è stato risolto per conto proprio dai protagonisti, che si sono compresi anche con la mediazione della classe. E c’è, poi, la violazione deliberata della norme, dei valori, dei rituali dell’istituzione.

Una studentessa si rifiuta di consegnare il cellulare. Uno studente continua ad alzarsi dal banco e girare per l’aula senza il permesso della docente.

Alcuni studenti si rifiutano di sostenere l’orale degli Esami di Stato. La scuola rimbrotta, scrive, punisce.

Se necessario interviene anche il Ministro, indignato. Bisogna difendere l’Istituzione vilipesa.

E si perde intanto, oltre all’eccezionale esperienza educativa della riflessione comune su norma, valori e pratiche istituzionali, il senso stesso della democrazia come costruzione comune, sempre aperta, delle forme della vita collettiva. Pagare “Chi sbaglia paga”, recita un detto che guida l’azione di non pochi docenti, convinti che la scuola debba essere rigorosa nel punire i comportamenti inaccettabili.

Analizziamo le parole. Sbaglio ha la stessa radice di abbaglio e di bagliore.

C’è della luce, ma è troppa e non ci consente di guardare bene. Ne siamo travolti e andiamo fuori strada.

Pagare ha la stessa radice di appagare. Viene dal latino pacare, derivato a sua volta da pax.

Chi ha sbagliato, s’intende, deve pacificare la persona che ha subito un danno, ma non è escluso che per questa via giunga a pacificare sé stesso. In ambito educativo possiamo seguire la suggestione dell’etimologia ritenendo che lavorare sullo sbaglio significhi aiutare sia chi ha sbagliato sia chi ha subito lo sbaglio a ritrovare la pace, e cioè la possibilità di una relazione nonviolenta.

Pacificare e pacificarsi. E che sia urgente provare a capire insieme come fare in modo che la luce, da qualunque fonte provenga, non ci renda ciechi.

Note DPR 21 novembre 2007, n. 235, art. 4, comma 3: «Nessuno può essere sottoposto a sanzioni disciplinari senza essere stato prima invitato ad esporre le proprie ragioni». R. Hess, G. Weigand, Corsi di Analisi Istituzionale, trad. it di M.R. Prette, Sensibili alle Foglie, Roma 2008, p.

62. Nel testo l’autore alterna il maschile e il femminile sovraesteso.

La redazione ringrazia l’Archivio storico INDIRE, Fondo fotografico, per l’autorizzazione all’uso delle foto che illustrano l’articolo. L'articolo Chi sbaglia paga proviene da La ricerca.

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