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Da dove arriva il tentato salvacondotto per le imprese di vigilanza del Governo Meloni

Martedì 23 dicembre 2025 ore 23:10 Fonte: Altreconomia
Da dove arriva il tentato salvacondotto per le imprese di vigilanza del Governo Meloni
Altreconomia

Il Governo Meloni ha tentato per una seconda volta di adottare un “salvacondotto” per le imprese che per anni hanno riconosciuto stipendi da fame ai loro dipendenti. Si tratta di una norma che avrebbe avuto una ricaduta concreta specialmente per le aziende che si occupano dei servizi di vigilanza non armata.

Dopo un primo tentativo fallito durante l’estate, questa volta il cavillo è stato “nascosto” tra le misure della Legge di Bilancio 2026. L’obiettivo era escludere la possibilità per i lavoratori di ottenere un risarcimento per tutti quegli anni in cui avevano percepito retribuzioni di poco superiori ai 900 euro lordi al mese per il tempo pieno, giudicate dai tribunali non conformi alla Costituzione.

“Un altro tentativo scandaloso per lasciare a mani vuote proprio i lavoratori più poveri e permettere alle aziende di scappare dalle loro responsabilità”, spiega ad Altreconomia l’avvocato Francesco Fraschini dello studio Paganuzzi di Milano. Un'uscita abortita già nella serata di lunedì 22 dicembre 2025, a meno di dodici ore dal voto in Senato, quando l’emendamento è stato ritirato.

Per capire però la gravità di questo blitz è utile ripercorrere brevemente le tappe di questa vicenda. A metà aprile 2013 viene annunciata la firma di un nuovo Contratto collettivo nazionale (Ccnl) siglato da tutte le principali sigle sindacali -Cgil e Cisl in prima fila, a eccezione della Uil- per il settore della vigilanza privata.

In quel testo si sancisce per la vigilanza non armata (ossia i custodi, i portieri etc.) una paga mensile per i neoassunti di 745 euro lordi per un tempo pieno che può salire, al secondo anno di servizio, a un massimo di 930 euro lordi, ovvero 650 euro netti circa. Si tratta di lavoratori che fino a quel momento ricadevano nel settore dei multiservizi o dei dipendenti da proprietari di fabbricato e che si vedevano riconoscere un minimo mensile di circa 1.200 euro lordi.

Così le imprese, forti di un contratto collettivo che prevedeva retribuzioni inferiori di circa 250-300 euro rispetto a quelle ordinariamente corrisposte, con l'avallo dei sindacati che l'hanno firmato, hanno tentato in tutti modi di applicare le nuove tariffe non soltanto ai nuovi assunti ma anche a chi aveva già un rapporto di lavoro in corso. “Un comportamento gravemente illegittimo”, dice Fraschini che sottolinea come quegli importi, anche se previsti in un Ccnl, restano “macroscopicamente insufficienti a garantire una retribuzione che permetta alle persone di vivere, anche solo di far la spesa per tutta la famiglia se ci sono dei figli", una retribuzione cioè “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa come prevede l'articolo 36 della nostra Costituzione”.

A luglio 2023 arrivano poi le prime indagini. La Procura di Milano sottopone a controllo giudiziario Mondiapol prima e poi Cosmopol e Sicuritalia: i tre colossi della vigilanza privata.

Motivo? Caporalato e sfruttamento dei lavoratori.

Nel caso di Mondiapol il commissariamento viene revocato a metà agosto, un mese dopo, perché l’azienda promette di alzare le paghe del 20% immediatamente e del 38% entro il 2026. Così faranno anche le altre imprese di vigilanza.

Si tratta di un aspetto significativo per la capacità di spesa dell’azienda, da un lato, e dall’altro per la consapevolezza di quanto fossero basse le paghe fino a quel momento. La partita però non finisce lì.

Di fronte ai tribunali, infatti, gli avvocati dei lavoratori si scontravano spesso con un muro quasi invalicabile: quelle paghe da fame erano riconosciute da un Ccnl firmato ovviamente anche dai sindacati. Il 10 ottobre 2023 la Corte di Cassazione infrange questo limite riconoscendo l’illegittimità di quelle retribuzioni perché in violazione con la previsione dell’articolo 36 della Costituzione.

“Una sentenza decisiva perché consente di superare anche le disposizioni dei Ccnl quando la retribuzione in essi prevista 'entri in contrasto con i criteri normativi di proporzionalità e sufficienza della retribuzione dettati dalla carta costituzionale'. Per intenderci le retribuzioni giudicate illegittime portavano in concreto il lavoratore sotto la soglia di povertà rilevata dall'Istat ed erano inferiori anche agli importi dell'indennità di disoccupazione o del reddito di cittadinanza, misure previste per chi in quel momento non non aveva un'occupazione".

A partire da quella decisione, a cui ne sono seguite altre, sono continuati -con più evidente possibilità di accoglimento- i ricorsi da parte dei lavoratori per vedersi riconosciuta la differenza tra quanto effettivamente ricevuto e quello che invece gli sarebbe spettato. “Considerato che si tratta di una differenza mensile approssimativamente di 250-300 euro al mese, significa più di tremila euro all'anno non versati a persone che non avevano i soldi per mangiare se dovevano pagarsi un affitto”.

Ecco qui la “necessità” di un salvacondotto per le imprese. La proposta è arrivata il 15 dicembre con l’emendamento a firma di Matteo Gelmetti di Fratelli d’Italia, eletto per la prima volta a 19 anni come consigliere della sesta circoscrizione di Verona nel 1994 con il Movimento sociale italiano (Msi).

“L’intervento normativo in esame esclude, a determinate condizioni, il pagamento di differenze retributive o contributive -si legge nel testo incluso inizialmente nella Legge di Bilancio 2026- per il periodo precedente alla data del deposito del ricorso introduttivo del giudizio”. Una sanatoria che, in realtà, non è la prima volta che viene proposta: il 20 luglio 2025, nel decreto “ex Ilva” era stata inserita di soppiatto in forma analoga.

Anche in quel caso, poi, l’esecutivo è stato costretto a fare dietrofront. © riproduzione riservata L'articolo Da dove arriva il tentato salvacondotto per le imprese di vigilanza del Governo Meloni proviene da Altreconomia.

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