Cultura
Quel che resta del cybersocialismo
C’ è una foto del 1972 che mostra delle sedie di plastica con delle pulsantiere incorporate, poste in cerchio su una moquette verde, al centro di una stanza con strani terminali alle pareti. Si tratta della sala di comando di Cybersyn, un progetto segreto voluto dal presidente cileno Salvador Allende e che aveva un obiettivo particolare: pianificare l’economia del Paese con l’ausilio del computer.
Il sistema, supervisionato dal matematico inglese Stafford Beer e dal ministro delle Finanze Fernando Flores, era un ambizioso tentativo di applicare le teorie della cibernetica (l’organizzazione dei sistemi complessi) alle economie pianificate di stampo socialista, in diretto contrasto con quelle liberali basate sul libero mercato. Le sedie sembrano quelle di un ponte di comando di una puntata di Star Trek e non è una scelta casuale.
Le vicende di Cybersyn (narrate magistralmente da Eden Medina in Cybernetic Revolutionaries, 2014) rappresentano soprattutto la volontà di una eclettica congrega di giovani e speranzosi studenti di economia, informatica e design di immaginare un socialismo futuristico, in cui il computer è al servizio dell’utopia collettivista. Un proto-Internet socialista in grado di connettere e coordinare fabbriche e flussi produttivi su scala nazionale o cercare, quantomeno, di aiutare il governo di Allende a non soccombere alle pressioni interne e alle ingerenze esterne.
Il tutto si poggiava su una infrastruttura concettualmente rivoluzionaria e allo stesso tempo datata: l’embargo USA aveva reso impossibile acquistare tecnologie avanzate, e per comunicare con le fabbriche Cybersyn contava su un totale di quattro calcolatori IBM, un singolo mainframe e un network di apparecchi telex. Il che rende i risultati ottenuti, seppur imperfetti, impressionanti in prospettiva:
Cybersyn fu impiegato per aiutare a risolvere la crisi di produzione e distribuzione avvenuta nell’ottobre 1972 quando uno sciopero sostenuto dai fronti neofascisti e pro-americani bloccò le strade di Santiago. Oggi le sedie di Cybersyn non esistono più se non in fotografia: l’intero centro di comando fu demolito, poche settimane dopo, dalle truppe golpiste di Pinochet e quasi tutta la documentazione venne distrutta.
L’ambizioso esperimento di pianificazione cibernetica si infranse come una postilla di quello, più grande, del socialismo “vino rosso e empanadas” di Allende. Le vicende di Cybersyn rappresentano la volontà di una eclettica congrega di giovani e speranzosi studenti di economia, informatica e design di immaginare un socialismo futuristico, in cui il computer è al servizio dell’utopia collettivista.
Di quante setole ha bisogno uno spazzolino? Quante file per ognuno, quanto è lungo il manico di plastica?
E soprattutto, dove prendiamo le materie, chi le produce, a che ritmo e quanto costa? La pianificazione della catena produttiva è tra le questioni forse meno glamour della politica socialista, che tende a concentrarsi, nella teoria e nella pratica, su ingiustizie, proteste e rivoluzioni.
Eppure è forse lo snodo più importante per far sì che i progetti dei neonati stati socialisti riescano a sopravvivere, e che siano sostenibili sul lungo termine. Dopotutto stiamo sempre parlando di ridistribuzione di risorse, di materie prime, di energia, di lavoro e tempo.
Se come fare uno spazzolino non sembra essere la priorità di un rivoluzionario socialista che assalta la sede del potere oppressore, lo diventa dopo, una volta che ha occupato quelle stanze ed è il suo turno di mandare avanti una nazione, di garantire alla sua popolazione l’accesso a merci e risorse. Proprio di spazzolini parla un articolo del Times del 1962, raccontando i limiti del Gosplan (Gosudarstvennyj komitet po planirovaniju), il modello di pianificazione economica sovietico, di fronte a una imminente carenza di spazzolini da denti nei supermercati, e suggerendo che la soluzione forse stesse nella “collettivizzazione degli spazzolini disponibili” ‒ un leitmotiv ancora utilizzato al giorno d’oggi dai critici del comunismo.
Gli sberleffi del Times scendevano a valle di quella che invece era una discussione seria, sia in ambito politico che accademico: l’Economic calculation problem. Negli anni Sessanta-Settanta, il dibattito su cosa fosse più efficiente nell’allocazione delle risorse ‒ pianificazione o libero mercato ‒ era considerato tutt’altro che risolto ed economisti liberali, marxisti e keynesiani erano impegnati a imbastire lodi e critiche dei possibili sistemi.
La critica più nota, e tuttora citata, nei confronti della pianificazione venne da Friedrich von Hayek, uno dei fondatori della Scuola austriaca, quella che andrà poi a informare le politiche neoliberiste usate proprio nel Cile post-golpe. Era impossibile, secondo Hayek, avere abbastanza informazioni per pianificare l’economia ‒ quanto materiale serve per un bene, dove è distribuito, quanto è acquistato ecc. ‒, il tutto moltiplicato per ogni bene: si trattava di una mole di dati fuori dalla portata di qualsiasi calcolatore dell’epoca.
Il prezzo di un bene, invece, appiattisce tutte queste informazioni mancanti in un’unica misura quantificabile, che risponde alle esigenze di mercato. Invece che determinare a tavolino quanto costa qualcosa, lascia che sia il mercato a determinarlo da solo.
Una potenza di calcolo che nel 1972 risultava proibitiva, oggi è facilmente disponibile, ed è proprio grazie ai dati e alla gestione cibernetica che le aziende odierne devono buona parte del loro successo. Tuttavia il prezzo di un bene non appiattisce solo i processi produttivi necessari alla sua realizzazione, ma anche i rapporti di forza coinvolti.
Il prezzo, da solo, non dice nulla sullo sfruttamento della forza lavoro, sulla crescita delle disuguaglianze, sulle conseguenze per l’ambiente, insomma su tutte quelle problematiche che il socialismo punta a risolvere. E la critica di Hayek poteva avere senso negli anni Sessanta, ma oggi, in epoca di big data, le informazioni necessarie ci sono tutte, così come il potere computazionale necessario per svolgere calcoli analitici e predittivi.
La risposta “è troppo complicato” non vale più in un mondo in cui la tracciabilità di ogni prodotto e transazione economica è a disposizione, ed è proprio ai dati e alla gestione cibernetica che le aziende di oggi devono buona parte del loro successo. Ottenere quella potenza di calcolo che Cybersyn faticava a raggiungere alla fine degli anni Settanta oggi sarebbe banale.
In The People’s Republic of Walmart (2019), Leigh Phillips e Michael Rozworski sottolineano proprio questa contraddizione: con informazioni sufficienti, pianificare l’economia non solo è possibile, ma al capitalismo conviene. Multinazionali come Walmart, pur agendo nel libero mercato, motivate dal profitto e ben poco interessate ai diritti di chi lavora, approcciano la logistica interna, lo stoccaggio, la produzione e la distribuzione in maniera pianificata, aggiustando il tiro in tempo reale.
Le aziende che non hanno scelto questa strada ma hanno applicato dettami del libero mercato anche nell’organizzazione interna (come ad esempio Sears, dove ogni dipartimento era incoraggiato a vendere i propri servizi all’altro), hanno finito per soccombere alla competizione interna e fallire. Al giorno d’oggi Amazon ha così tanti dati a disposizione sulle nostre scelte di consumo che è passato da essere mero distributore di merce a influenzarne la produzione: i consulenti di Amazon oggi sono presenti direttamente nelle fabbriche, a dirigere le catene di montaggio in base allo stock rimanente e alle proiezioni di vendita.
Ultraliberisti fuori casa, pianificatori tra le mura domestiche – raggiungendo un livello di controllo sul proprio sistema interno che, secondo Phillips e Rozworski, sistemi socialisti come l’URSS si potevano solo sognare. Paragonare la logistica interna di un’azienda a quella di un’intera nazione può sembrare forzato solo se non consideriamo che queste mega-aziende oggi sono, a tutti gli effetti, nazioni a loro volta.
Tentativi ancora più ambiziosi di pianificazione cibernetica furono in realtà portati avanti proprio dall’URSS e prima del progetto cileno, ma si arenarono per motivi diversi. L’economia sovietica si basava sull’implementazione e coordinamento dei celebri piani quinquennali del Gosplan, un’operazione che richiedeva uno sforzo enorme in termini di costi e ore lavoro.
Una stima del 1962 indica che all’epoca 3 milioni di persone ‒ l’1,3 per cento della popolazione totale dell’Unione Sovietica ‒ erano impegnate nella contabilità, data entry, statistica e pianificazione dell’economia, il tutto ancora su supporto cartaceo. Un problema esacerbato dalla quantità di dati del tutto sbagliati che spesso arrivavano agli statistici, dovuto a una combinazione di gestione molto informale della catena produttiva e a supervisori che, per paura di ritorsioni, mentivano sulle vere quantità di materiale prodotto o necessario.
“Riusciremo a produrre un milione di spazzolini in un mese?” “Ma certamente commissario, ecco le tabelle”. La testa non sapeva quello che facevano diecimila mani, soprattutto quando queste mani scrivevano report falsati.
La cibernetica nell’URSS fu inizialmente bollata come “scienza borghese”. Solo in seguito alla morte di Stalin la neonata disciplina fu vista come il tassello mancante per giungere a una pianificazione più efficiente Toccava quindi incorporare i calcolatori elettronici nella gestione della cosa pubblica, e per i sostenitori sovietici della cibernetica questa era l’occasione perfetta per connettere industrie e centri di calcolo in un’unica rete, e portare avanti una riforma dell’economia che fosse più simile a quella teorizzata postrivoluzione. L’URSS arrivò in ritardo a questa conclusione rispetto agli Stati Uniti: la cibernetica, questa nuova scienza di sistemi che organizzano sistemi, fu inizialmente bollata come “scienza borghese” con la stessa logica che ha portato al “lysenkoismo”. L’entusiasmo da parte del mondo accademico sopraggiunse solo in seguito alla morte di Stalin, e la neonata disciplina fu vista come il tassello mancante per giungere a una pianificazione più efficiente e a un’economia “davvero comunista”.
Il progetto segreto OGAS (Sistema nazionale automatizzato di contabilità ed elaborazione delle informazioni), diretto dal matematico e informatico Viktor Gluškov, riuscì dopo innumerevoli false partenze a dare inizio ai suoi lavori nel 1962. OGAS avrebbe agito sia come un Internet ante litteram (permettendo a chiunque fosse connesso di raggiungere qualsiasi altro terminale in una rete decentralizzata), sia come pianificatore economico molto più potente e reattivo di un farraginoso piano quinquennale.
Non servì un colpo di Stato per far fallire il progetto. Come spiega Benjamin Peters in How not to network a nation (2017), OGAS fu un buco nell’acqua non tanto per la (seppur enorme) difficoltà tecnica di implementazione, quanto per la ritrosia da parte dell’apparato nell’accogliere soluzioni tecnologiche e tecnocratiche.
E soprattutto a causa delle care vecchie gelosie e lotte interne tra ministeri rivali, in particolare da parte dell’Ufficio centrale di statistica, che temeva di perdere il controllo su quello stesso apparato burocratico che il progetto avrebbe dovuto alleggerire. O forse fu tutta una questione di contingenze storiche: cruciale fu una riunione del 1971 alla quale due importanti figure governative, che sostenevano il progetto, non si presentarono per conflitti di calendario.
Delle due proposte di implementazione ‒ una gestione automatizzata dell’intero sistema produttivo con annessa riforma radicale dell’economia, e una più semplice gestione computerizzata di fabbriche individuali ‒, solo la seconda, compatibile con le tendenze liberiste sostenute da alcune fazioni del governo, fu approvata. OGAS venne gradualmente smantellato, i suoi fondi dirottati altrove.
Molte delle fabbriche connesse in via sperimentale a Cybersyn erano tutt’altro che collaborative, sia per la ritrosia a utilizzare strumenti sui quali gli operai non erano stati addestrati, sia per il timore che il computer rubasse il lavoro al supervisore. Anche se allora non conoscevano i tentativi di economia cibernetica in corso nell’URSS, i cileni concepirono Cybersyn in maniera diversa, con l’intento esplicito di non seguire il modello russo.
Cercavano di ovviare a dati inaffidabili simulando e anticipando l’economia prevista, costruendone un modello e verificando la presenza di variazioni. Se queste esistevano, per esempio in una specifica fabbrica dove la produzione dichiarata era diversa da quella aspettata, la stanza di comando ne contattava i supervisori in tempo reale per capire dov’era il problema.
In teoria, questo rendeva la falsificazione dei dati meno possibile: l’intervento per aggiustare il tiro veniva affidato al supervisore che aveva tempo per agire, dopodiché interveniva direttamente la centrale. In quanto cibernetico, questo sistema era concepito anche per dare più feedback dall’alto verso il basso, cercando, almeno in teoria, di offrire più partecipazione alle decisioni lavorative e controllo dei mezzi di produzione a chi li operava.
Ma non tutti accettarono di buon grado questo nuovo paradigma: molte delle fabbriche connesse in via sperimentale a Cybersyn erano tutt’altro che collaborative, sia per la ritrosia a utilizzare strumenti poco familiari e sui quali gli operai non erano stati addestrati, sia per il timore, molto attuale, che il computer rubasse il lavoro al supervisore. La nazionalizzazione procedeva in modo sconnesso e la necessità di regolamentare ogni dettaglio dei flussi produttivi, per far sì che il simulatore avesse un’immagine verosimile dello status dell’economia, si scontrava con operai che prendevano direttamente le redini della loro fabbrica, incarnando lo spirito stesso di una rivoluzione “vino rosso e empanadas” promessa da Allende.
Se il controllo dei mezzi di produzione non è dal basso, in mano a chi lavora, è vero socialismo? Il simulatore di Cybersyn presentava un altro, grande problema: non incorporava nel suo modello il costante sabotaggio da parte di golpisti e servizi segreti statunitensi, e il team ne era consapevole.
È opinabile se Cybersyn abbia in qualche modo aiutato il governo Allende a ritardare la sua fine imminente, o se avrebbe potuto scongiurarla del tutto se fosse stato pronto dal punto di vista tecnico. Ad appianare le divergenze tra testa e mani del partito ci pensò Pinochet, col sostegno USA, che nel 1973 trasformò il Cile in una dittatura militare omicida, e nel laboratorio perfetto per un altro tipo di teorie economiche radicali: quelle neoliberali.
Gli esperimenti di pianificazione cibernetica degli anni Sessanta-Settanta oggi sono per la maggior parte ignorati, e nella buona tradizione dei progetti di sinistra, è stato loro consentito di fallire una o due volte prima di decretare che l’intero approccio è intrinsecamente irrealistico. Tra un salvagente e l’altro all’economia capitalista durante le sue sempre più frequenti crisi, ci si tiene a ricordare, da entrambi i lati della barricata, che la pianificazione semplicemente non si può fare.
Se il prezzo da pagare, per una ridistribuzione più equa delle risorse, è l’invasione della privacy, allora al giorno d’oggi paghiamo già ampiamente questo prezzo, senza peraltro godere dei benefici di alcuna ridistribuzione. Se un tale sistema venisse implementato per davvero, una ipotetica nazione socialista avrebbe accesso a una mole enorme di dati personali sui consumi e abitudini. È innegabile che nazioni socialiste esistite davvero siano state capaci di perpetrare abusi anche con molto meno a disposizione. Ma se il prezzo da pagare per un’economia che punti a una ridistribuzione più equa delle risorse è l’invasione della privacy, allora al giorno d’oggi paghiamo già ampiamente questo prezzo, senza peraltro godere dei benefici di alcuna ridistribuzione.
Il controllo su di noi da parte dei colossi digitali, l’anticipazione dei nostri comportamenti e il loro potenziale di oppressione (sono aziende che collaborano estensivamente con le polizie e gli eserciti di molti governi) supera di gran lunga la pervasività del comunismo più controllore e autoritario. Il dilemma “siamo disposti a dare più informazioni personali al sistema economico?” viene risolto ogni volta che clicchiamo “accetta” su termini e condizioni volutamente chilometriche di un nuovo servizio digitale.
Ancora una volta torna il paradosso: le più grandi aziende multinazionali hanno incorporato lezioni ed elementi di pianificazione cibernetica nella loro organizzazione, e oggi le usano per pratiche sempre più predatorie. La questione se sia possibile gestire un tale volume di dati e prosperare è chiusa: il loro successo e la loro intoccabilità politica ne sono la riprova.
La potenza di calcolo necessaria di certo non manca, così come l’infrastruttura: se OGAS e Cybersyn fossero nate oggi, avrebbero avuto buona parte del lavoro già fatta. Ma la proposta di nazionalizzare servizi e produzione (figuriamoci la pianificazione dell’economia di una nazione) è ormai di fatto sparita da tutti i programmi di qualsiasi partito, sinistra compresa, sostituita dall’accettazione tacita che l’economia è e deve essere di libero mercato.
La pianificazione economica su larga scala non è mai stata così vicina dal punto di vista tecnico, e mai così lontana dal punto di vista politico. Di fronte a minacce esistenziali come il cambiamento climatico, viene da chiedersi se al giorno d’oggi un’economia di comando collettiva non sia tanto una possibilità, quanto più una necessità.
Che il capitalismo non sia compatibile con la sopravvivenza a lungo termine della nostra specie è ormai evidente persino ai suoi sostenitori, ma le ricette proposte spesso sono poco più che obiettivi di riduzione delle emissioni, sistematicamente rimandati o ignorati. L’economia di mercato è competitiva per definizione: inefficienza, sprechi e diseguaglianza sono intrinseche in questa modalità di funzionamento, non sono un bug ma una feature.
Di fronte a minacce esistenziali come il cambiamento climatico, viene da chiedersi se al giorno d’oggi un’economia di comando collettiva non sia tanto una possibilità, quanto più una necessità. L’economia di comando sovietica servì a industrializzare il Paese, OGAS e Cybersyn furono pensati per tenere il passo con gli USA (o non farsi travolgere da loro).
Oggi la sfida sarebbe un’altra, ovvero sopravvivere al collasso ecologico in corso, e non in un solo Paese. Senza scomodare la pianificazione, si potrebbe chiamare in causa la cosiddetta economia circolare, compatibile con quella di mercato, ma il paragone non regge: qui non stiamo parlando di 4-5 aziende che si comprano gli scarti a vicenda, ma di sistemi su scala massiccia (nazionale?
Continentale? Globale?) che determinano tutti i flussi produttivi.
Sistemi che presuppongono, come minimo, la nazionalizzazione e collettivizzazione dei settori industriali principali, col potenziale di gestire anche le piccole e medie aziende. Un’economia di guerra permanente, in cui la guerra è contro un clima che mette la nostra sopravvivenza a repentaglio.
Forse però aiuterebbe porre la questione in termini meno bellici e più “organici”. Già Stafford Beer immaginò Cybersyn come un cervello collegato a degli organi, con loop di feedback costanti tra fabbriche e stanze dei bottoni.
Oggi si parlerebbe di embodied cognition (cognizione incarnata), una riprova che cibernetica e neurofisiologia hanno un antenato comune. Se l’obiettivo di una economia organica è il raggiungimento dell’equilibrio omeostatico con le risorse ambientali, allora aiuta prendere spunto dall’organizzazione di network naturali che fanno esattamente questo: condividere, connettere, equilibrare.
Questo approccio biologico rimette in prospettiva il ruolo e l’impatto dello stesso capitalismo: tranne quando c’è un cancro, un organismo non è mai in competizione con sé stesso. Teorizzare le modalità di gestione dell’economia planetaria prima di avere raggiunto l’elemento più importante, ossia la presa di coscienza collettiva della sua necessità, può sembrare un esercizio fine a sé stesso.
Ma aiuta avere un obiettivo, un progetto futuro al quale tendere, e prendere ispirazione dalla natura non è solo una questione di metafore e simboli, ma di strutture e di modelli. Qualunque sia la forma in cui immaginiamo l’economia futura, una prospettiva futura è necessaria.
A questa conclusione erano arrivati anche progettisti di Cybersyn, solo che non hanno fatto in tempo ad arrivare al futuro che avevano in mente. Non esiste una foto della stanza di comando di Cybersyn con qualcuno seduto sulle sedie.
Se è mai esistita, è andata in fumo assieme al resto dei documenti, schemi e progetti di questo strano esperimento, epurata per mano dei soldati di Pinochet come lo sarebbero state di lì a poco decine di migliaia di dissidenti. Sopravvivono solo foto di sedie vuote in stanze vuote.
Un sistema sofisticato, speranzoso, futuristico, con nessuno al comando. L'articolo Quel che resta del cybersocialismo proviene da Il Tascabile.