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Come sta andando la “sperimentazione” delle Comunità terapeutiche per minori in Lombardia
La sperimentazione è durata pochi mesi. Le Comunità terapeutiche per minori autori di reato aperte a marzo 2025 in Lombardia -quindi meno di un anno fa- sembrano già diventate un modello da seguire e addirittura esportare anche nel circuito degli adulti.
La volontà del Governo Meloni sarebbe emersa durante i lavori della Conferenza nazionale sulle dipendenze convocata dal Dipartimento delle politiche contro la droga e le altre dipendenze. Altreconomia ha così chiesto ai diretti interessati, gli enti gestori delle neonate strutture, come sono andati questi primi mesi di apertura.
“Fare un bilancio è prematuro: sono ragazzi sofferenti, molto arrabbiati e violenti. Non tutti riescono a cogliere l’opportunità che gli viene offerta”, sottolinea Pietro Farneti, responsabile per la Fondazione Eris della struttura aperta a luglio a Botticino, in provincia di Brescia.
Prima di arrivare al presente, però, è bene riavvolgere il nastro. A settembre 2022 il Dipartimento per la giustizia minorile ha previsto l’istituzione di nuove strutture che fossero una via di mezzo tra quelle strettamente educative già esistenti e quelle terapeutiche.
La Lombardia, insieme a Emilia-Romagna e Campania, si è proposta come luogo di sperimentazione e a inizio agosto 2024 ha pubblicato la manifestazione di interesse per i primi 36 posti. Il bando prevedeva una diaria giornaliera da 320 euro (più del doppio dei 147 per le comunità educative) coperta al 60% dall’Azienda sanitaria territoriale e la quota restante dal ministero della Giustizia.
Tra le strutture inizialmente selezionate dalla Regione c’erano le due a Porlezza (Como) e Torre Boldone (Bergamo) offerta dalla Cooperativa Stella, in passato ha gestito anche il Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Gradisca d’Isonzo. “Ci siamo resi conti che erano necessari 50/60mila euro di investimenti per i sistemi di evacuazione senza la certezza poi di avere il via libera nella gestione”, spiega il direttore generale Salvatore Cirillo che giustifica così la decisione della Cooperativa di fare un passo indietro.
Chi invece è rimasto è la Recovery for life Spa e la sua offerta di nove posti a Casteggio, in provincia di Pavia. Da marzo 2025 la società ha accolto 13 ragazzi, di cui tre maggiorenni e gli altri con un’età media tra i 16 e i 17 anni.
Metà di loro sono arrivati da Istituti penali per minorenni “dove erano stati collocati impropriamente”, spiega ad Altreconomia Daniela Labattaglia, criminologa e coordinatrice della struttura, che spiega come il giudice ha in quei casi “ravvisato la necessità di un intervento di cura e riabilitazione piuttosto che un intervento sanzionatorio”. Gli altri accolti, invece, provenivano da comunità educative (tre) e i restanti dalla libertà o da ricoveri in neuropsichiatria infantile.
“Tutti i ragazzi che ci sono stati inviati presentano quadri di grande fragilità, psico-patologie complesse spesso amplificate da abuso di sostanze o da traumi subiti da bambini -continua Labattaglia-. Coloro che hanno fatto ingresso in comunità infatti avevano una diagnosi psichiatrica pregressa e alcuni di loro erano in carico anche al SerD (servizi pubblici per le dipendenze patologiche, ndr) per abuso di sostanze”.
Anche per questo la quotidianità nella struttura è stata in questi mesi spesso di difficile gestione. Labattaglia, a nostra richiesta, non ha “quantificato” il numero di eventi critici:
“Capita spesso che in momenti di agitazione psicomotoria incontrollata i ragazzi rompano oggetti o mobili. Questa aggressività non è vissuta dagli operatori come evento critico ma come momento di crisi che va compreso e affrontato con gli strumenti clinici di cui nostri esperti sono dotati come il colloquio psicoterapico, le attività criminologiche, antropologiche ed educative”.
La normativa prevede un periodo massimo di permanenza di 12 mesi e a metà dicembre scorso non erano ancora state effettuate delle dimissioni. Ciò che invece è cambiato rispetto ai primi mesi di apertura è la presenza della vigilanza privata.
“L’abbiamo inizialmente prevista come forma di tutela del benessere e della tranquillità dell’équipe -spiega Labattaglia-. Il personale di sicurezza è stato formato all’interazione con i ragazzi e non indossava alcuna divisa: stava con i ragazzi insieme ai nostri operatori e gestiva gli accompagnamenti nelle attività esterne, senza avere un ruolo di sorveglianza in modalità carceraria: il mandato della struttura, dev’essere chiaro, è la riabilitazione, non la punizione”.
I vigilantes, invece, sono ancora presenti nella struttura di Botticino, gestita come detto da Fondazione Eris che da luglio 2025 ha accolto dieci persone, di cui la metà provenienti dall’Ipm e i restanti dalla libertà. “Per ora pensiamo di mantenere la vigilanza -riprende Farneti- per garantire sicurezza ai lavoratori, soprattutto in orario serale.
I ragazzi stanno male e nonostante le terapie e i farmaci, alcuni di loro hanno delle crisi aggressive e violente e bisogna essere preparati a contenerli. Anche se fino a oggi non è successo”.
Chi garantisce il servizio di sicurezza è la Ad Security investigation Srl (la stessa di Recovery for life) e i costi sono interamente a carico dell’ente gestore: “Si viene pagati sui posti occupati non su quelli messi a disposizione, e l’aggravio di costi è notevole se si considera, oltre alla sicurezza, anche il numero importante di accompagnamenti da garantire ai ragazzi e i continui interventi legati ai danni provocati dagli accolti.
Il rischio è che così economicamente non sia sostenibile”. Nonostante il raddoppio della diaria giornaliera.
Per Farneti non è corretto fare già un bilancio delle strutture. “Oggi è prematuro dire se è un errore mettere insieme questi ragazzi così difficili da gestire oppure no -spiega- perché ricordiamoci che non verrebbero accolti da nessun altro”.
Un elemento che, tra l’altro, secondo il consigliere delegato di Fondazione Eris non attirerebbe realtà al di fuori del non profit, uno degli elementi che preoccupava diversi osservatori del mondo della giustizia minorile. “Non generano un guadagno tale da attirare importanti capitali privati”, sottolinea.
Nonostante tutti questi elementi, però, il governo sembra tirare dritto su questi modelli di comunità. Non solo per i minori ma anche sugli adulti così come avrebbe dichiarato a inizio novembre durante la Conferenza sulle droghe.
I dubbi degli esperti, però, rimangono molti. Almeno su due elementi.
“Il primo riguarda l’idea di ‘raggruppare’ in unica struttura persone così fragili -sottolinea Leopoldo Grosso, psicologo e psicoterapeuta responsabile dell’area tossicodipendenza del Gruppo Abele- perché rende più complesso l’attivazione di quel meccanismo di sostegno reciproco che solitamente si attiva nelle comunità educative in cui si tenta di avere uno o due ‘casi’ più difficili. In simili comunità, invece, è più probabile che la solidarietà tra i ragazzi, qualora si crei, è in opposizione all’istituzione”.
In secondo luogo, poi, c’è il tema dell’obbligatorietà nell’accesso alla struttura. “In una comunità terapeutica scegli giorno dopo giorno di starci ed è proprio vivere l’ambivalenza tra quella parte di te che vorrebbe uscire e quella che invece vuol restare a farti migliorare.
Se il principio è il ‘contenimento’ allora è chiaro che i ragazzi concentrano le loro energie sul contrastare questa norma che incide sulla loro libertà. E poi vanno in escalation”.
Per Grosso questa “sperimentazione molto dispendiosa in termini umani ed economici” andrà valutata attentamente in termini di esiti a cui porta. “Pur con grande rispetto viste le buone intenzioni con cui nascono questi luoghi -spiega- serve andare con molta cautela”. © riproduzione riservata L'articolo Come sta andando la “sperimentazione” delle Comunità terapeutiche per minori in Lombardia proviene da Altreconomia.