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Materiale d’armamento dall’Italia a Israele. Il caso di Invernizzi Presse
Poco più di un anno fa l’azienda di Lecco Invernizzi Presse che produce presse per realizzare (anche) munizioni a uso militare mi ha querelato per diffamazione, arrivando a sostenere che con il mio lavoro avrei esposto i suoi dipendenti a “gravi conseguenze”. Ma ha perso.
La vicenda ruota intorno a un convegno pubblico tenutosi a Lecco il 9 luglio 2024 e al quale ero stato invitato da organizzazioni del territorio per condividere il lavoro di inchiesta di Altreconomia in merito alla vicenda delle armi italiane e di Israele, con un richiamo anche al lecchese. Come sempre accade in queste situazioni ho mostrato dati, fatti e informazioni citando fonti qualificate e accessibili.
Tra queste, la Relazione governativa sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento ai sensi della legge 185 del 1990, lasciando parlare le tabelle redatte dal ministero dell’Economia in merito alle “Esportazioni definitive” per l’anno 2023 con Paese destinatario Israele. A favore di Invernizzi Presse risulta per quell’anno un pagamento di meno di 600mila euro a titolo di “Anticipo” per un’autorizzazione risalente al 2019.
Un mese prima dell’iniziativa ho chiesto un’intervista alla società, senza ricevere alcuna risposta. Aver raccontato a 250 persone (anche) quella circostanza su Invernizzi Presse ha scatenato una reazione durissima da parte dell’azienda, preoccupata testualmente per il proprio “buon nome”.
Due giorni dopo l’intervento la società ha inviato infatti una nota ad alcune testate locali tacciandomi di aver diffuso “irresponsabilmente” delle “false informazioni”, rielaborato “notizie false e fuorvianti”, distorto e travisato “la realtà e la verità”, con il rischio di “provocare gravi conseguenze e gravissimi pregiudizi d’immagine a un’azienda che dà lavoro a più di 70 persone, oltre l’indotto”. Persino la mia affermazione che avessi richiesto un’intervista viene bollata come “falsa”.
Insomma, avrei fatto tutto questo solo “allo scopo di creare scandalo”. Invernizzi ha aggiunto poi di “non produrre né armi, né munizioni, né materiale per armamenti” ma solo “macchine utensili per la lavorazione del metallo dal 1958, principalmente nei settori automobilistico, dell’imballaggio, della cosmetica e del medicale”.
E specificato che quando “fornisce, per settore secondario, attrezzature per la deformazione di componenti di pallottole, lo fa rispettando le leggi ed i permessi dello Stato Italiano, in perfetta correttezza sotto il controllo degli enti preposti dallo Stato”. Due settimane dopo, il titolare della società, Luca Invernizzi, mi ha spedito una mail.
Non era la tardiva risposta alla richiesta d’intervista. Oggetto “la ringrazio per questo” e in allegato la fotografia di uno striscione che recita “Invernizzi Presse = genocidio palestinese”, accompagnata dalla sua frase “Poi ci vedremo in tribunale”.
Il mio lavoro giornalistico, secondo l’impresa, era in combutta con terzi. Tutto naturalmente falso.
Mi ricordo quando ho aperto quella mail dal telefono, distrattamente, come si fa quando si è in attesa di un treno per tornare a casa. Un turbamento che non auguro a nessuno. [caption id="attachment_233044" align="aligncenter" width="2000"] Un estratto dell’autorizzazione rilasciata dalla Uama a Invernizzi nell’ottobre 2019 per poter esportare materiale d’armamento in Israele, inclusa “Attrezzatura inerte per la fabbricazione di punte calibro 5.56”[/caption] Pochi giorni dopo quell’episodio Invernizzi deposita la querela per diffamazione, sostenendo che l’eventuale risarcimento sarebbe stato devoluto ai dipendenti.
A fine ottobre 2024, però, il Pubblico ministero di Lecco incaricato del caso guarda la videoregistrazione del convegno -effettuata da uno spettatore cui sarò per sempre riconoscente- e chiede al Gip l’archiviazione. All’azienda la cosa non va giù, e così nella primavera 2025 fa opposizione alla richiesta di archiviazione, associandomi ancora una volta a quelli che chiama “atti di vandalismo urbano”.
“Prima del convegno e della relazione del Facchini, Invernizzi Presse non era mai salita alla ribalta dei riflettori dell’informazione e tutto ciò non sarebbe avvenuto se l’azienda non fosse stata diffamata”, scrive la società nella sua memoria. Il 5.56 è il calibro dei bossoli per cui Invernizzi Presse ha fornito “attrezzature per le punte” alla Imi Systems, controllata da Elbit che è la principale committente di munizioni per l’Idf Pensando di fare scacco matto, Invernizzi chiede il cambio di imputazione ma soprattutto deposita documenti inediti e di estrema importanza per chi, come noi di Altreconomia o come l’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia, segue il “mercato” dei materiali d’armamento.
Ad esempio l’autorizzazione della Autorità nazionale Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) dell’ottobre 2019 e addirittura la fattura del materiale oggetto della movimentazione in questione verso Israele. Si tratta di un contratto con una società israeliana per la fornitura di “attrezzature per punte per bossoli calibro 5.56 e 7.62”, per un ammontare di 1.350.000 euro.
Viene fuori che la committente è la Imi Systems (già Israel Military Industries) che dal 2018 è stata incorporata dalla Elbit Systems, gigante bellico israeliano tra le prime 25 corporation militari al mondo. Elbit che è tra le aziende citate nel report “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” a cura della Relatrice speciale Francesca Albanese.
Tra le “merci” oggetto dell’autorizzazione Uama di Invernizzi c’è come detto anche “Attrezzatura inerte per la fabbricazione di punte calibro 5.56”. Si tratta di munizioni che la Elbit, controllante della Imi, fornisce senza concorrenti all’esercito israeliano, che poi ne fa uso nelle proprie “operazioni”.
Si pensi ad esempio al “massacro della farina”, verificatosi nella Striscia di Gaza il 29 febbraio 2024, quando almeno 118 palestinesi sono stati ammazzati e 760 feriti dopo che le forze israeliane hanno sparato sui civili che cercavano cibo e aiuti umanitari a Gaza City. [caption id="attachment_233045" align="aligncenter" width="2000"] Un estratto della fattura del dicembre 2022 di Invernizzi Presse Srl relativa al carico esportato in Israele. L’azienda committente è la Imi Systems (già Israel Military Industries) che da fine novembre 2018 è stata incorporata dalla Elbit Systems, colosso militare israeliano che rientra tra le prime 25 corporation militari al mondo.
La banca che ha facilitato l’operazione, invece, è Bper Banca[/caption] Un’indagine condotta dall’Euro-Med Human Rights Monitor ha rilevato che molti proiettili provenienti da “un campione di 200 morti e feriti” e dal luogo del massacro erano calibro 5.56 utilizzati dai fucili d’assalto e dalle mitragliatrici dell’Idf. Era di calibro 5.56 anche il colpo sparato in testa da un soldato israeliano che ha ucciso la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, nel campo profughi di Jenin, l’11 maggio 2022.
Non si ha ovviamente alcun elemento per affermare che quei proiettili siano stati materialmente realizzati con le forniture esportate da Invernizzi Presse, ci mancherebbe: si citano questi due episodi per sottolineare la problematicità di quel tipo di materiale alla luce di circostanze incontestabili. Un’altra circostanza interessante che emerge dalla fattura depositata dalla stessa Invernizzi Presse -oltre al fatto che la banca sul quale è poggiato il conto corrente è Bper Banca- è che l’autorizzazione Uama datata 15 ottobre 2019 sarebbe stata “estesa” per altri 24 mesi a partire dal 30 giugno 2022 (causa, forse, la pandemia da Covid-19), coprendo perciò l’intero anno 2023 e metà del 2024.
Un’estensione che sembrerebbe confermata anche dal fatto che sono state indicate tre “wooden cases” (casse di legno) transitate dal porto di Ravenna e del peso complessivo di oltre 21 tonnellate con tre progressivi (01/23, 02/23, 03/23). Tutti fatti che abbiamo riportato nella nostra memoria depositata al Giudice per le indagini preliminari di Lecco, chiamato a esprimersi sulla richiesta di archiviazione formulata dal Pubblico ministero e sull’opposizione di Invernizzi Presse.
Il 20 novembre scorso il giudice si è pronunciato confermando l’archiviazione, avendo riconosciuto la serietà del lavoro giornalistico e la solidità delle fonti, mettendo la parola fine dopo mesi di (evitabilissima) angoscia. Se di vincitore si può parlare, in una simile vicenda, quello è il diritto di cronaca, esercitato nei limiti previsti dalla deontologia e dal codice penale.
Resta però un pizzico di amarezza. Il 18 giugno 2024, neanche un mese prima del convegno “incriminato” in cui ci si permetteva di citare il “buon nome” di Invernizzi, è stata annunciata la costituzione della prima Comunità energetica rinnovabile e solidale della città di Lecco.
I soci fondatori dell’ente iscritto al Registro unico degli enti del Terzo settore sono 14: il Comune di Lecco, la Fondazione comunitaria del lecchese, la Fondazione Enrico Scola, la Casa Maria Ausiliatrice delle Salesiane di Don Bosco, la Cisl Monza Brianza Lecco, la Cgil Lecco, Legambiente Lecco, il Consorzio Consolida, L’Arcobaleno società cooperativa Onlus, Auser Leucum, Anteas Lecco, Cooperativa di consumo La Popolare e Crams società cooperativa sociale. Più uno:
Invernizzi Presse Srl. Che calibro ha l’ipocrisia? © riproduzione riservata L'articolo Materiale d’armamento dall’Italia a Israele.
Il caso di Invernizzi Presse proviene da Altreconomia.