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Politica

Da Trump al referendum: salviamo la democrazia sul viale del tramonto

Giovedì 15 gennaio 2026 ore 16:18 Fonte: Strisciarossa
Da Trump al referendum: salviamo la democrazia sul viale del tramonto
Strisciarossa

Cos’è in gioco all’alba di questo nuovo quarto di secolo del secondo millennio? La democrazia.

Più di come non lo sia mai stata. Nemmeno nei momenti della storia in cui ad essa l’umanità dovette rinunciare.

Questa volta, infatti, sono a rischio le acquisizioni più alte della democrazia che mai si erano avute nella storia perché, come è noto, l’umanità di democrazie ne ha conosciute almeno due, quella degli antichi e quella dei moderni. Non è questa la sede per riesaminare quella degli antichi, ma la seconda ha vissuto un’evoluzione tale che dalla sua prima configurazione formale ha raggiunto, nelle costituzioni del secondo dopoguerra (particolarmente in quella italiana), la più elegante veste di compiutezza nel quadro del grande programma costituzionale contemporaneo.

La democrazia che mai, come metodo politico, aveva raggiunto un livello evolutivo così alto ((pur se, in prevalenza, nella sua programmazione costituzionale) oggi non è solamente in crisi: è spinta decisamente verso il viale del tramonto nelle realtà statali, in quelle sovra-statali e globali. La democrazia dei moderni era nata su un pilastro teorico indefettibile acquisito dopo secoli di alternanti flussi e riflussi: il principio di eguaglianza fra le persone a prescindere da ogni diversità economica e sociale.

Esso era stato predicato in varie modalità da alcune religioni monoteiste e in modo particolare da quella cristiana; nasceva come principio morale e religioso ripugnante per la politica degli antichi anche nelle loro democrazie. Fu solo con le rivoluzioni del XVII e XVIII secolo che il ripugnante principio migrò dall’emisfero morale anche a quello politico, comparendo nelle prime costituzioni votate delle innumerevoli rivoluzioni popolari d’Europa.

Fu un periodo di rottura in tutta la storia dell’umanità. Nulla sarebbe stato più come prima.

La portata innovativa di questa novella è presto detta: il principio di eguaglianza richiede altri principi ad accompagnarlo poiché senza di essi non potrebbe passare dall’utopia rivoluzionaria alla vita reale: la libertà, la realizzazione della persona umana, la solidarietà, l’effettiva partecipazione alle scelte politiche di chi governa e decide. Inoltre, le persone sono eguali se per tutti valgono le stesse leggi; queste non possono essere scritte dallo stesso soggetto che le applica; esse devono imporsi a tutti, anche a chi queste leggi pone in essere e a chi le applica, a chi giudica, a chi governa, insomma, “la legge è uguale per tutti” e tutti sono uguali davanti alla legge.

Scompare il sovrano legibus solutus che si trova al di sopra della legge perché si impongono l’eguaglianza fra le persone e, in conseguenza, la libertà degli individui, la separazione dei poteri e lo stato di diritto. Ancora, non potremmo essere tutti uguali davanti alla legge, se chi giudica non è imparziale, indipendente, libero da ogni condizionamento esterno o interno all’ordinamento giudiziario, ma non erano trasformazioni facili.

I moti rivoluzionari nell’Europa di fine ‘700, infatti, avevano convinto il povero Arnold, mugnaio di Potsdam, che per le ingiustizie ricevute in quanto era stato privato del suo mulino, ci fosse finalmente un giudice a Berlino autonomo e imparziale in grado di celebrare un giusto processo, in virtù dell’eguaglianza fra tutti davanti alla legge che gli sembrava raggiunta. Arnold di sbagliava: questa coniugazione fra eguaglianza e giustizia era ancora nel mondo delle utopie.

Per il suo avveramento mancavano circa due secoli. Questo, tuttavia, fu il punto di partenza di una nuova marcia che presentava molte incognite e, soprattutto, rallentamenti, ostacoli, retromarce.

Ad esempio, il fascismo riuscì a compiere giganteschi passi indietro verso l’assolutismo abbattendo molti di quei principi che sorreggono l’eguaglianza: privò i cittadini delle più elementari libertà (di pensiero, di riunione, di associazione); riunì nelle stesse mani il potere giudiziario e quello esecutivo; trasformò il Governo in un comitato ristretto nelle mani di un unico capo (novello sovrano assoluto chiamato duce) e il Parlamento in una sua cassa di risonanza. Un disegno che rivive oggi in Italia (dove nacque il fascismo) nelle mire del governo Meloni.

La liberazione dal nazi-fascismo, pur sempre fra alti e bassi, conduceva la democrazia al punto percettivo più alto: l’eguaglianza e i principi che la sostengono trovavano coniugazione organica nella Costituzione repubblicana. In essa si fissavano perfettamente le linee di coordinamento e di integrazione fra l’eguaglianza sostanziale, le libertà personali e sociali, la realizzazione della persona umana e tutte le forme organizzative che ne conseguono: dalla forma di Stato alla forma di Governo; dal sistema delle autonomie a quelli delle garanzie costituzionali e giurisdizionali.

Insomma, non saremo mai uguali in assenza di libertà, di primato della legge sull’arbitrio, di controlli sul potere politico da parte di organi preposti imparziali e liberi. Questa era la Costituzione del futuro.

Vero che ad oggi il percorso sia ancora da compiere, ma cosa succede da far pensare, come dicevo in apertura, che sono a rischio le acquisizioni più alte della democrazia? Succede che esse non si sono semplicemente fermate in una sosta indeterminata: sono negate in forza di una decisa inversione di tendenza ormai avanzata, in un perverso e ripugnante (questo si) rigurgito neofascista e neoimperialista che, per la prima volta si esprime apertis verbis.

Sul piano internazionale, non è un mistero che dopo il secondo conflitto mondiale gli Stati Uniti d’America abbiano sempre voluto svolgere il ruolo imperialista di “poliziotto del mondo” in dispregio delle fonti pattizie del diritto internazionale calpestandolo di fatto più volte. Oggi, però, questo ruolo è espressamente rivendicato e attuato ostentando i veri interessi che nel passato erano rimasti nell’ombra.

Si aggrediscono gli stati sovrani per impossessarsi delle risorse; si minacciano altri stati, come fa Trump, nemmeno più con la “scusa” dell’esportazione di democrazia e civiltà, ma dichiarando senza mezzi termini mire espansionistiche e furti di materie prime, calcolandone i proventi dinanzi alla stampa; lo scavalcamento del diritto internazionale non appartiene più al mondo delle deduzioni colte degli studiosi e di chi si occupa dell’informazione, ma si può semplicemente constatare nelle dichiarazioni del nuovo imperatore del mondo. Trump, infatti, afferma senza ritegno di avere come limite alle proprie azioni (che coinvolgono l’intero pianeta) non il diritto internazionale, bensì la propria coscienza.

Cioè, sé stesso che è al di sopra delle leggi. Negli Stati uniti, peraltro, l’imperatore perpetra lo scavalcamento istituzionale del sistema dei pesi e contrappesi; crea corpi speciali paramilitari di repressione alle sue dirette dipendenze, con lo scopo di terrorizzare le collettività statali e locali, attraverso sanguinose scorribande che lasciano sul terreno giovani innocenti.

In Italia l’emulazione del padrone americano punta allo smantellamento della Costituzione. Non sarebbe una novità, ma mai si era detto espressamente, ad esempio, che la magistratura debba remare nella stessa direzione del Governo – un’affermazione gravissima che, nel formularla, francamente dubito che la Signora Meloni abbia capito bene cosa stesse dicendo – e che questa riforma su cui andremo a breve al referendum oppositivo, ha come scopo quello di frantumare l’organo di autogoverno della magistratura per procedere poi a un progressivo asservimento della stessa all’esecutivo, come nel progetto neofascista in pieno svolgimento.

Giunti al punto più alto, in un convergere di degenerazioni interne e internazionali la democrazia declina e gli imperi giganteggiano, sulle macerie del diritto che soccombe. La guerra, le aggressioni, gli stermini di massa e i genocidi rappresentano al momento la misura del terrore planetario.

Forse mi ripeto, ma dico che l’inferno descritto non è eterno né irreversibile. La chiave di volta è come sempre nelle mani del popolo sovrano.

Nonostante le ambiguità esistenti nelle principali forze politiche che dovrebbero essere dalla sua parte (che a me appaiono come principali ostacoli alla partecipazione popolare) e l’apparente trionfo del neofascismo (così mostrato dalla propaganda prezzolata) salvare la democrazia è ancora possibile. In questi giorni stiamo vedendo segnali di grande speranza, ne cito solo uno: in 23 giorni i cittadini italiani hanno quasi superato le 500 mila firme per la richiesta popolare del referendum oppositivo contro la squallida riforma della magistratura.

C’è stata un’impennata decisa e potente proprio dopo la notizia che il Governo aveva fissato la data del referendum in spregio allo sforzo di mobilitazione di centinaia di migliaia di cittadini, quando tale raccolta di firme poteva essere demagogicamente contrabbandata per inutile. A me pare un segnale forte, e desta la speranza che da quell’inferno si possa uscire.

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